Chianti Classico Collection – Produttori, Vini e Cantine tra sorprese e conferme

Si è conclusa ormai 10 giorni fa
l’annuale “anteprima” del Consorzio del Chianti Classico alla Leopolda di Firenze: Chianti
Classico Collection.
Data la mia fissazione nei confronti
della democraticità dei miei scritti ed avendo ricevuto più di una
mail ed aver letto commenti di neo-enoappassionati o semplici
curiosi, colgo l’occasione per rispondere a chi mi ha chiesto quali
siano le differenze fra Chianti e Chianti Classico, prendendomi il
rischio di annoiare qualcuno, ma consapevole di fare un grande favore
a lei, sempre lei, la mia cara casalinga di Voghera!
Tralasciando il bando del 1716 del
Granduca di Toscana Cosimo di Ferdinando II de’ Medici, noto come
Cosimo III, quando si parla di Chianti la confusione è pressoché
ovvia, per via della sciagurata tendenza a generalizzare senza tener
conto dei confini della zona Classica, ovvero quella compresa fra le
città di Firenze e Siena, dove il Chianti nacque, anche se, ad esser
pignoli, l’origine del Chianti “Storico” è quella che si rifà
alla Lega del Chianti che vedeva unite le tre località Gaiole, Radda
e Castellina tutte sotto Siena.
Fu solo all’inizio
del XX secolo che, per motivi commerciali e quindi per aumentare la
produzione al fine di soddisfare l’ampia richiesta nazionale ed
internazionale, si iniziò a produrre vino al di fuori della zona del
Chianti delimitata nel 1716, chiamandolo ugualmente “Chianti” o
“vino prodotto all’uso del Chianti”
A tutela della storicità delle terre
natie del Chianti, nel 1924, alcuni produttori fondarono il
“Consorzio per la difesa del vino tipico del Chianti e della sua
marca d’origine”, scegliendo come effige l’ormai celebre Gallo
Nero.
Altro e fondamentale
step fu quello del 1932, che vide aggiungersi il suffisso “Classico”
ai vini provenienti dalla zona classica, grazie ad un apposito
decreto ministeriale, ad ulteriore tutela del territorio e per
permettere una maggior riconoscibilità dei vini “Chianti Classico”
da parte del consumatore.
Di conseguenza
nacquero le varianti prodotte fuori dall’areale del Chianti Classico,
ovvero le sottozone Chianti Rufina, Chianti Colli Senesi, Chianti
Colli Aretini, Chianti Colli Pisani, Chianti Montalbano, Chianti
Montespertoli.
La DOCG viene conseguita nel 1984 e nel 1996 diventa autonoma. Fondamentale il divieto dal 2010 di produrre “vino Chianti” nell’areale del Chianti Classico.

Detto questo, la
distinzione fra le DOCG differenti, specie rispetto a quella del
Chianti Classico è fondamentale al fine di comprendere gli areali di
produzione soggetti a diversi disciplinari. Non me la sento di dire
che sia indice assoluto di un distinguo anche in quanto a qualità
dei vini prodotti, in quanto anche nelle sottozone esistono picchi di
alto livello, ma è palese che la qualità media del Chianti Classico
sia stata mantenuta negli anni, come dimostrato dall’ultima Chianti
Classico Collection nella quale ho avuto modo di assaggiare Chianti
Classico di grande territorialità e, spesso, con una peculiare
elegana propria di queste terre.



Più che il
singolo assaggio, vorrei citare le realtà incontrate durante il mio
Chianti Classico Collection 2017 che mi hanno stupito particolarmente
per la somma della semplice, ma al contempo delicatissima, addizione
territorio+produttore=vino, che si trasforma in equazione di ardua risoluzione se contempliamo le innumerevoli variabili del caso.



Castell’in Villa:
credo sia doveroso partire da qui, data
la storicità di un’azienda che non solo permane come punto di
riferimento assoluto di eleganza e longevità, ma continua a stupire
per interpretazioni fedeli e sincere di ogni annata. In questo caso
l’unica in assaggio è stata la 2012, che ha racchiuso in se il
potere raro di chi sa, ma non ostante, di chi fa, ma non lo fa
pesare, di chi è… e continua ad essere, fiero ed imperterrito. Un Sangiovese in purezza che durerà in bocca, in cantina e nei ricordi.
Da bambino amavo particolarmente le storie di principi e principesse,
oggi le baratterei volentieri con quella della Principessa Coralìa
Ghertsos Pignatelli della Leonessa e con i suoi vini.

Monterotondo:
Siamo
a
Gaiole
in Chianti
,
dove
il
mio metà-omonimo Saverio Basagni continua a stupirmi con i suoi
vini, espressioni estremamente sincere di territorio ed annata. Vini
frutto di un equilibrio tra esposizioni differenti, armonizzate dal
vignaiolo con grande garbo e rispetto. Rispetto che parte dalle vigne
fino ad attraversare tutti i percorsi di vinificazione, che danno
vita a dei Chianti Classico di grande identità. In un’occasione in
cui le Riserve non mi hanno stupito, il suo Chianti Classico Seretina
Riserva 2013
ha rappresentato uno dei picchi più alti della
giornata, per quel raro connubio fra forza e dinamica che, non solo
fanno apprezzare il vino in prospettiva com’è ovvio s’abbia da fare
quando ci si appropinqui ad una Riserva in anteprima, bensì ne
rendano giù godibile e piacevole il sorso.

I Fabbri: dopo
aver assaggiato i vini di questa piccola realtà ho detto ad un
amico/collega queste semplici parole
“questi
vini sanno di
Lamole!”.
Sicuramente gli assaggi con l’identità più marcata, intrisi di
freschezza – i vigneti sono “alti alti”, tra i 550 ed i 650slm
– e mineralità racchiuse in corpo di indiscutibile classe. E’
proprio in questo banco d’assaggio che ho goduto di una delle più
luminose ed inaspettate sorprese enoiche delle mia vita… a
testimonianza di quanto il territorio, ma ancor più la singola vigna
con le sue piante radicate in quei terreni, sovrastino la mano del
produttore e persino il varietale nella più positiva delle
interpretazioni, imponendo un marchio chiaro ed identitario di fresca
e minerale eleganza, c’è il Doccio. Parliamo di un Merlot in purezza
che sa di Lamole e che alla cieca farebbe divertire ogni amante del
Sangiovese, in quanto – fidatevi di uno che non è che si strappi i
capelli per il Merlot… mmm, questa dei capelli non regge, mi sa! –
è così incidente il terroir in questo vino da distinguere il Merlot
dal Chianti Classico solo per piccole sfumature varietali e per il
tannino, ma la dinamica del sorso è pressoché la stessa.

Quercia al Poggio: siamo a Barberino Val d’Elsa,
in un’azienda che ha trovato negli anni un equilibrio sempre più
concreto fra passato e presente, fra storia e slancio verso
un’agricoltura rispettosa e sostenibile di grande contemporaneità.
Di quest’azienda,
come di poche altre – purtroppo – ho apprezzato la consapevolezza
ed il coraggio dell’attesa. Ad essere presentati, infatti, sono tati
il Chianti Classico 2013 e la Riserva 2012, entrambi ancora in fasce,
ma già più intuibili in prospettiva di alcuni vini, proposti solo
secondo i tempi dettati dalle dinamiche commerciali.
Vini luminosi,
intensi, ma al contempo dritti e salini quanto basti per chiudere gli
occhi e scorgere quei terreni ricchi di calcare attivo nei quali le
bellissime vigne dell’azienda affondano le proprie radici.

Caparsa:
Paolo Cianferoni è uno di quei produttori che ogni winelover
dovrebbe conoscere per fare un tuffo nella tradizione, in maniera
vera e consapevole, senza l’impressione di esser di fronte alla
solita “tiritera” commerciale ripetuta ad oltranza ad ospiti,
assaggiatori ed avventori.
Tradizione
all’insegna del rispetto, del quale la certificazione biologica in
vigna e cantina rende solo in parte l’idea.

Il Caparsino Riserva
2013 è un vino straordinario per complessità e profondità del
sorso, senza alcuna percettibile incidenza del legno. Tutto al
proprio posto, per un assaggio integro e coerente di un grande
Chianti Classico.

Tolaini: cantina
di cui vi ho parlato in un recente articolo, che presentava in questa
occasione un nuovo Chianti Classico “annata”: il Vallenuova 2015.
Apprezzabile la scelta di inserire nella propria linea un vino che
rappresenti la massima espressione del territorio – siamo a
Castelnuovo Berardenga – accantonando i tagli con i vitigni
internazionali in favore di un’attenta selezione di Sangiovese in
purezza, proveniente dai migliori vigneti dell’azienda.

Tra le 2015
sicuramente la più apprezzabile oggi e, complice l’annata, di ottima
prospettiva.
“Buona la prima”,
direi!



I Sodi: una delle
più piacevoli scoperte dell’anteprima, che mi da lo spunto per
ribadire quanto le annate non possano essere dichiarate pessime in
maniera trasversale, come nel caso della 2014, che in questo caso ha
visto le vigne, grazie al supporto e la cura attenta, ripettosa e
doppiamente faticosa del produttore, rispondere in maniera egregia
alle criticità, di certo inferiori a quelle intervenute in altre
zone. Un Chianti Classico 2014 che si fa bere, senza tanti fronzoli,
sfruttando al meglio ciò che l’annata ha concesso, ovvero freschezza
e profondità. Interessante il Canaiolo in purezza prodotto solo
nelle migliori annate, ma lo scettro del miglior assaggio fatto in
quest’azienda va al Sangiovese in purezza Vigna Farsina, che
nonostante i ca. 3 anni di affinamento in barrique, denota un’ottima
integrazione del legno ed un approccio tanto elegante quanto diretto
del varietale.

Solatione: piccolissima realtà di Mercatale Val di Pesa. Una vera e propria sorpresa consigliata da un’amica vignaiola – di solito sono i consigli migliori -, che vince il “premio” pazienza presentando Chianti Classico 2012-2011 e Riserva 2011. Vini in piena evoluzione, di grande carattere, che rispecchiano il nome dell’azienda per lucentezza e calore, bilanciato da sapidità e finezza del sorso.

Di assaggi degni di nota ce ne sarebbero stati altri, ma ho voluto citare quelli che, oltre alla qualità del Vino, in sè per sè, mi abbiano donato qualcosa in più in termini di territorialità e personalità. Credo che ognuna di queste aziende abbia espresso in maniera sincera la propria indole in relazione alla propria terra e perciò hanno appagato pienamente la mia curiosità.
In conclusione, il Chianti Classico mi ha dato una sensazione di continua crescita ed alcuni assaggi “casuali”, tra le aziende più grandi e quelle a carattere meramente internazionale, hanno confermato un livellamento verso l’alto in termini di qualità media ed una grande forza espressiva delle singole zone che, spesso, riesce a tener testa anche al produttore più incisivo, vincendo il braccio di ferro del’omologazione. Dando per assunto che molti vini, specie quelli più “costruiti” per i mercati, non fossero “esattamente” nelle mie corde, sarei ipocrita se non dicessi che ne abbia, comunque, appurato la pulizia e la coerenza.

Nota a margine: io amo il Sangiovese prodotto in alto, con grandi escursioni termiche giorno-notte e su suoli ricchi di calcare attivo. Chiamatemi scemo..!

F.S.R.
#WineIsSharing

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