Da alcuni anni porto avanti un esercizio di osservazione che considero necessario e, in un certo senso, doveroso: individuare quei territori vitivinicoli che restano ai margini del racconto dominante pur mostrando segnali evidenti di vitalità, coerenza e potenziale. Areali spesso definiti “outsider” più per una questione di percezione che per reale valore, e che proprio per questo meritano uno sguardo più attento, profondo e libero da automatismi. Quest’anno ho scelto consapevolmente di ridurre il novero della selezione, concentrandomi su pochi territori che ho avuto modo di visitare e approfondire direttamente negli ultimi dodici mesi e che considero oggi in una fase particolarmente interessante di trasformazione e rilancio. I protagonisti di questa edizione sono: Mugello, Mandrolisai, Riviera Ligure di Ponente, Alta Campania e l’areale del Gamay del Trasimeno. Territori diversi per geografia, storia e linguaggio enologico, ma accomunati da una spinta evolutiva concreta e riconoscibile. Sono areali che stanno dimostrando di poter superare preconcetti storici legati a una comunicazione fuorviante o a dinamiche che ne hanno limitato una corretta esposizione in passato o, ancora, a un posizionamento medio che ha a lungo agito come zavorra. Oggi, grazie a una rinnovata coesione tra produttori, a una maggiore consapevolezza agronomica ed enologica e a un dialogo più aperto tra generazioni ed esperienze tecniche, questi territori stanno costruendo nuove prospettive credibili e durature.
Ciò che li rende particolarmente rilevanti non è la ricerca di uno stile omologato o di una facile riconoscibilità commerciale, ma la capacità di interpretare in modo contemporaneo valori chiave della viticoltura di domani: identità territoriale, biodiversità, equilibrio climatico, eleganza espressiva e sostenibilità reale. In questo percorso, anche l’enoturismo si configura come potenziale elemento strategico e volano, non come semplice complemento, ma come strumento capace di restituire profondità narrativa, relazione diretta e senso del luogo.
Quelli che seguono non sono territori “di moda”, né scelte dettate dall’urgenza del trend. Sono areali che stanno lavorando da anni senza urlare, ma facendo dell’operosità e del rispetto i propri valori fondanti. Un processo che, con metodo e visione, ridefinisce il ruolo di tali areali, ponendoli in cima alla mia lista degli areali da ri-scoprire durante questo 2026 appena iniziato.
GLI AREALI DEL VINO ITALIANO DA RI-SCOPRIRE NEL 2026
Il Mugello – Identità Appenninica e prospettiva futuribile
L’areale vitivinicolo appenninico del Mugello si sta affermando come uno dei territori più futuribili del vino italiano, soprattutto in relazione alle grandi sfide climatiche che attendono la viticoltura nei prossimi decenni. Un’area storicamente conosciuta per altre eccellenze agroalimentari, ma che vanta una tradizione viticola documentata e profonda, oggi riletta con occhi nuovi e strumenti contemporanei. Il carattere appenninico del Mugello rappresenta il suo vero valore distintivo. Altitudini medio-alte, esposizioni ventilate, suoli poveri e un clima naturalmente più fresco rispetto alle aree collinari e costiere della Toscana determinano maturazioni lente, escursioni termiche marcate e una fisiologica preservazione dell’acidità e di uno spettro aromatico più fresco, nitido e meno omologato. In un contesto di riscaldamento globale, queste condizioni rendono il Mugello e, più in generale, i territori appenninici meno esposti agli stress termici e idrici, offrendo una risposta concreta alle criticità che stanno già mettendo in difficoltà areali storicamente vocati. Dopo secoli di viticoltura a vocazione prevalentemente contadina e quantitativa, la svolta qualitativa è arrivata tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, quando si è compresa la necessità di scegliere vitigni realmente compatibili con l’ambiente appenninico. In questo senso, il Pinot Nero si è imposto come interprete ideale del territorio: varietà esigente, sensibile, capace di tradurre in modo trasparente clima, suolo e altitudine. Accanto ad esso, anche altri vitigni di matrice alpina e mitteleuropea – sia a bacca rossa che bianca – hanno dimostrato un’interessante capacità di adattamento, rafforzando l’identità “di montagna” del vigneto mugellano. L’aspetto forse più rilevante, in chiave prospettica, è l’approccio culturale che anima oggi il Mugello vitivinicolo: custodia del territorio, prevenzione del dissesto idrogeologico, tutela della biodiversità e agricoltura etica non sono slogan, ma necessità strutturali in un contesto fragile come quello appenninico. La viticoltura diventa così strumento di presidio ambientale, oltre che di produzione qualitativa. Nel 2026 il Mugello merita attenzione non come curiosità marginale, ma come laboratorio avanzato di viticoltura appenninica (non a caso l’associazione Pro.Vi.Mu. è organizzatrice del più importante evento dedicato ai vini “appenninici” italiani: Appenninia, 8/9 febbraio all’autodromo del Mugello) , capace di indicare una possibile direzione per il vino del domani: meno opulenza, più tensione; meno forzature, più equilibrio; meno standardizzazione, più identità territoriale. Un animo appenninico autentico che oggi, finalmente, trova una voce chiara anche nel calice.
Il Mandrolisai – Biodiversità integrale, complementarità varietale e crescita corale
Tra tutti i territori visitati e approfonditi in questa selezione, negli ultimi anni, il Mandrolisai è l’unico che ritorna più volte. Non per insistenza retorica, ma per convinzione profonda, maturata sin da tempi non sospetti: oggi più che mai ritengo che il Mandrolisai rappresenti l’areale vitivinicolo più interessante, vocazionale e prospettico dell’intero panorama nazionale. Un territorio che non interpreta il futuro come rottura, ma come naturale prosecuzione di un’identità antica, solida e coerente. Nel cuore geografico della Sardegna, il Mandrolisai è un continente enoico in miniatura, capace di custodire e rendere attuali molti dei valori fondanti della viticoltura futuribile. Qui la biodiversità integrale non è una scelta ideologica, ma una condizione strutturale: i vigneti convivono con boschi, macchia mediterranea, pascoli, seminativi e sugherete, in un equilibrio agricolo oggi sempre più raro. La viticoltura non domina il paesaggio: lo abita, lo rispetta, lo interpreta. L’altitudine, con vigneti che partono dai ca. 300 metri e superano ampiamente i 700–750 metri sul livello del mare, rappresenta uno degli elementi chiave nella lettura climatica del territorio. Escursioni termiche marcate, temperature medie contenute e una pluviometria significativa rendono il Mandrolisai naturalmente più resiliente agli effetti dei cambiamenti climatici, pur non essendone immune. In prospettiva, questi fattori collocano l’areale tra quelli meglio attrezzati per affrontare le sfide della maturazione fenolica, della tenuta acida e dell’equilibrio alcolico. Elemento centrale e assolutamente distintivo è la complementarità varietale, sancita da una denominazione che ha avuto il coraggio – unico caso in Sardegna – di disciplinare un uvaggio storico, anteponendo l’identità territoriale a quella varietale. Muristellu (Bovale sardo), Cannonau e Monica convivono in una trittico virtuoso, in cui struttura, nerbo, eleganza e tensione trovano un equilibrio che il monovarietale, sempre più spesso, fatica a garantire in epoca di riscaldamento globale. Il Mandrolisai, in questo senso, non rincorre il futuro: lo anticipa. Fondamentale è anche la convivenza fra vecchi vigneti ad alberello e nuovi impianti, questi ultimi frutto di una rinnovata consapevolezza agronomica: selezioni massali, densità più equilibrate, gestione attenta del suolo e della pianta. Il tutto in un dialogo continuo tra generazioni esperte – depositarie di una memoria tecnica e culturale imprescindibile – e nuove generazioni di vignaioli e tecnici, più aperte al confronto, alla formazione e all’apporto di competenze esterne. Una dinamica sana, rara, e straordinariamente fertile. Il Mandrolisai dimostra maturità e voglia di aprirsi a un’indagine di sé più profonda e articolata, accogliendo senza timore il contributo di figure tecniche esterne, utilizzandolo come stimolo al confronto e alla crescita interna, senza snaturare il proprio linguaggio e mostrandosi forte, orgoglioso e capace di preservare la propria integrità. Ne derivano espressioni nel calice di grande riconoscibilità, coerenza e profondamente territoriali, capaci di declinarsi in interpretazioni diverse senza perdere identità. È per tutte queste ragioni che sono onorato di esserne ambasciatore. Perché il Mandrolisai non è solo un luogo di grande vino, ma un modello possibile: di equilibrio, di visione, di rispetto. Un territorio che dimostra come la viticoltura del domani possa essere più elegante, più consapevole, più autentica. E che, proprio per questo, oggi merita più attenzione che mai.
Alta Campania – Una zonazione “divide”, condivide e unisce
L’Alta Campania si candida con forza a essere uno degli areali vitivinicoli italiani più interessanti da osservare nel 2026. Territorio che incarna in modo autentico l’eredità della Campania Felix, conserva una continuità agricola e culturale millenaria che oggi trova nuova espressione in una fase di maturità consapevole, fondata su studio, sostenibilità e valorizzazione identitaria. L’area si distingue per una straordinaria complessità pedologica: i suoli di matrice vulcanica legati al massiccio di Roccamonfina si alternano a depositi alluvionali del Volturno, generando un mosaico di ambienti che si riflette in vini di spiccata profondità, tensione minerale e precisione espressiva. Le altitudini comprese tra i 200 e i 600 metri, unite a importanti escursioni termiche e a esposizioni favorevoli, consentono maturazioni lente e complete, preservando freschezza, integrità aromatica e equilibrio strutturale. L’Alta Campania è inoltre uno dei contesti più credibili per la riscoperta e l’affermazione dei vitigni storici, tipici e strettamente ancorati alla tradizione locale ma, purtroppo, quasi caduti in disuso: il Casavecchia, il Pallagrello Bianco e il Pallagrello Nero, ad esempio, dimostrano personalità, adattabilità e un potenziale evolutivo sempre più evidente e sono stati salvati dall’oblio da virtuosi produttori che ne stanno esaltando le peculiarità, con una visione più contemporanea, trasformando quelli che, in passato, sembrano essere dei “limiti” varietali, in plus nell’interpretazione di vini attuali. Questi vitigni, oggi interpretati con maggiore precisione agronomica ed enologica, raccontano uno stile territoriale riconoscibile, lontano da mode omologanti. Sul piano istituzionale e progettuale, la presenza di più denominazioni DOP e IGP e la nascita di un progetto di zonazione viticola rappresentano segnali chiari di una fase di consolidamento: non più solo recupero storico, ma lettura critica dei suoli, definizione dei cru e costruzione di una narrazione territoriale solida e condivisa. Infine, la coesione della comunità vitivinicola, il dialogo con il mondo della ricerca e l’attenzione crescente all’enoturismo rendono l’Alta Campania un laboratorio dinamico, capace di coniugare memoria e visione. Un territorio che nel 2026 merita attenzione non tanto come promessa emergente, ma come realtà dalla rinnovata consapevolezza, pronta a strutturarsi e ad evolvere negli anni, coinvolgendo un numero sempre maggior di attori della filiera e, dunque, a giocare un ruolo sempre più centrale in un panorama vitivinicolo italiano in cui il focus deve, necessariamente, essere sempre di più il territorio.
Il Gamay del Trasimeno – Accoppiata contemporanea fra vitigno e territorio
L’areale del Gamay del Trasimeno, attorno al bacino del Lago Trasimeno, rappresenta una delle espressioni più singolari del panorama vitivinicolo italiano e uno dei veri “underdog” italiani. Un micro-distretto umbro di dimensioni ridottissime, ma di straordinaria coerenza identitaria, in cui storia, ambiente e vitigno convivono in un equilibrio fragile e prezioso. Il Trasimeno Gamay (un manipolo di produttori consorziati ha già avviato i lavori per superare la problematica legata al carattere evidentemente fuorviante del nome) è, a tutti gli effetti, una genetica della famiglia della Grenache, giunta in quest’area tra storia documentata e leggenda rinascimentale. Per secoli identificato impropriamente come “Gamay francese”, ha mantenuto un profilo autonomo grazie a una coltivazione circoscritta, spesso ad alberello, e a un legame profondo con il contesto lacustre. Proprio questo isolamento produttivo ne ha preservato l’autenticità genetica ed espressiva. Dal punto di vista ambientale, il Trasimeno offre condizioni pedoclimatiche uniche: l’effetto mitigante del lago, i suoli di origine sedimentaria, le brezze costanti e le escursioni termiche più contenute rispetto alle aree interne umbre generano vini dalla trama fine, dal frutto nitido e da una sorprendente capacità di coniugare maturità e agilità di beva. In un’epoca segnata dal cambiamento climatico, questo equilibrio naturale rende l’areale meno esposto agli eccessi termici e più interessante in chiave prospettica. Il Gamay del Trasimeno si distingue per una versatilità interpretativa rara: può essere vinificato in rosso, in rosato o come passito, mantenendo sempre un profilo riconoscibile fatto di ciliegia, frutta secca, note amaricanti di mandorla, cromatismi scarichi ma luminosi e una beva asciutta, gastronomica, profondamente territoriale. Non vini di potenza, ma di identità e misura, oggi più che mai in sintonia con l’evoluzione del gusto contemporaneo. Elemento cruciale è il lavoro di ricerca e recupero ampelografico avviato negli ultimi anni, con selezioni massali, studio delle vecchie piante e collaborazione con il mondo accademico, volto a restituire dignità scientifica e culturale a un vitigno troppo a lungo frainteso. Un percorso lento, necessario, che punta a consolidare una denominazione già esistente ma ancora poco raccontata. Il Gamay del Trasimeno non è un vitigno “da rilancio mediatico”, né un progetto di moda. È piuttosto l’outsider che oggi, più che mai, ha tutte le carte in regola per cogliere l’occasione che il contesto enoico odierno offre, senza forzature di sorta. Un territorio che richiede attenzione, tempo e consapevolezza. Un areale che, proprio per la sua marginalità produttiva e la sua forte riconducibilità territoriale, rappresenta un esempio virtuoso di come la viticoltura italiana possa guardare al futuro valorizzando le proprie unicità, traducendo quelle che possono (e forse, in passato lo sono state) sembrare “anomalie” in possibilità che altri non hanno, di rifuggire l’omologazione senza storture, mostrandosi per ciò che si è e si fa.
Riviera Ligure di Ponente – Un caleidoscopio varietale intriso di identità fra terra e mare
L’areale della Riviera Ligure di Ponente rappresenta una delle geografie vitivinicole italiane più affascinanti e, fino ad oggi, meno raccontate — un territorio che incarna in modo straordinario l’incontro tra mare, clima mediterraneo, pendenze eroiche e vitigni autoctoni capaci di esprimere identità forti e riconoscibili. Situata tra Imperia, Savona e Genova, questa fascia collinare affacciata sul Mar Ligure è caratterizzata da vigneti terrazzati e da suoli sabbiosi e ben drenanti, plasmati dalle brezze marine e dalla geografia aspra, che generano vini di freschezza viva, acidità penetrante e una sapidità che richiama immediatamente la vicinanza del mare. L’areale è parte di una DOC che comprende diverse sottozone e tipologie, riflettendo una pluralità varietale autoctona rara nel contesto nazionale: Pigato e Vermentino dominano l’offerta dei bianchi, mentre Rossese (ne esistono due varianti: Rossese di Dolceacqua e Rossese di Campochiesa/Albenga), Granaccia (Alicante), l’Ormeasco (Dolcetto) e altre varietà storiche completano un quadro ricco e articolato. Il Pigato della Riviera Ligure di Ponente è il simbolo di questo territorio: aromatico, vibrazionale, con note mediterranee di frutta a polpa bianca, erbe aromatiche e una sapidità che ne favorisce la beva tonica e verticale. Il Vermentino qui si esprime con eleganza mediterranea, profili agrumati e un equilibrio gustativo che lo rendono perfetto interlocutore della cucina di mare e delle erbe liguri. Il Rossese offre rosati e rossi di grande leggerezza e finezza, con frutto rosso luminoso e tannini delicati, mentre la Granaccia e altri vitigni “minori” aggiungono profondità e ulteriore stratificazione identitaria alla mappa ampelografica locale. Quello della Riviera Ligure di Ponente è un terroir di contrasti sapienti: dove i pendii ripidi e spesso difficili da lavorare impongono una viticoltura faticosa ma virtuosa, e dove la forza del paesaggio mediterraneo—sole, vento, mare—si traduce in vini di freschezza, dinamismo e immediata riconducibilità territoriale.
Questo areale merita sicuramente la nostra attenzione per questo 2026, non solo per la sua unicità ampelografica, ma anche per la sua attitudine a coniugare tradizione e contemporaneità: una viticoltura che interpreta il terroir con autenticità, sostenuta da una rete crescente di produttori e associazioni (come Vite in Riviera) che lavorano per comunicare il valore e la potenzialità di questi vini anche oltre i confini regionali. La Riviera Ligure di Ponente è dunque un modello di come la viticoltura italiana possa raccogliere le sfide del futuro — identità varietale, legame paesaggistico, contesti eroici di coltivazione e una beva profondamente gastronomica — restituendo vini autentici, riconoscibili e capaci di dialogare con i gusti più evoluti e consapevoli.
Questi sono solo alcuni degli areali visitati e approfonditi durante gli ultimi 12 mesi, ma rappresentano quelli che hanno, più di altri, dimostrato un’attitudine alla futuribilità che mi fa ben sperare per il proseguo del lavoro dei produttori che vi insistono. Da par mio, non mancherò di condividere i prossimi focus territoriali che nei prossimi 12 mesi cercherò di portare avanti, come ogni anno, nel nostro straordinario paese. Buon 2026 di viaggi, vigne, cantine e vini a tutti!
F.S.R.
#WineIsSharing

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