R-innovare la comunicazione del vino senza scadere nella superficialità – Una “nuova” semantica tra tecnica, territorio ed emozione, per evitare la disaffezione ed esaltare i valori dalla vigna al bicchiere

Lo ammetto. In passato – e in parte ancora oggi – mi è capitato di essere eccessivamente tecnico durante alcune degustazioni, e talvolta anche troppo prolisso e pedante nella stesura di certi testi. L’intento, ne sono consapevole, era (ed è) sempre stato quello di fare selezione e di rivolgermi a un pubblico specifico, competente e appassionato, capace di andare oltre la superficie. Ma nel tempo ho capito che questo approccio rischia di essere non solo limitante, ma anche troppo “esclusivo”. Perché se parliamo solo ai “già iniziati”, ci precludiamo la possibilità di coinvolgere nuove persone, nuove generazioni, nuove sensibilità. In questo momento storico-enoico, è impossibile non interrogarsi su ciò che abbiamo fatto (e, in particolare su ciò che abbiamo sbagliato e/o su ciò che è andato bene ma non può andar più bene in quei termini e in quella forma) e su ciò che dovremmo fare per rendere la comunicazione del vino più attuale, accessibile ma mai banale, più colta ma anche più viva e inclusiva, tanto per utilizzare un termine tanto inficiato dall’eccessivo e, talvolta, fuorviante utilizzo, quanto coerente con la tesi di questo articolo.

Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è liquida, istantanea, spesso superficiale, ma anche incredibilmente aperta, trasversale, ricca di stimoli. È chiaro che anche il linguaggio del vino ha bisogno di un rinnovamento, non nel senso di abbandonare la tecnica o semplificare fino a svilirne il contenuto, ma in quello di imparare a modulare la narrazione in base all’interlocutore, trovando un nuovo equilibrio tra rigore e leggerezza, tra sapere e sentire, tra informazione e suggestione. Parlare di vino, oggi, non può e non deve significare solo descrivere un colore, un naso e un sorso, ma raccontare storie, territori, persone, identità e sensazioni, in una forma che sia in sintonia chi ascolta, che si adatti senza mai tradirsi.

Serve allora un lessico duplice, poroso, stratificato. Da un lato capace di tradurre con precisione le specificità tecniche – vitigni, sistemi di allevamento, giaciture e pedoclimi, approcci agronomici e metodi di vinificazione ecc… – e dall’altro pronto a farsi veicolo di emozione, di esperienza, di memoria. Non si tratta di rinunciare alla complessità, ma di non trasformarla in barriera. Cambiare approccio comunicativo significa, prima di tutto, ascoltare. Cogliere il livello di conoscenza, il vissuto, le aspettative di chi abbiamo davanti. Non ha senso spiegare la macerazione carbonica a chi è alla sua prima esperienza con un calice, così come è un’occasione sprecata ridurre tutto a “è buono” o “è cattivo” con chi è in cerca di stimoli più profondi. In questo gioco di sintonie e sfumature si gioca la credibilità del comunicatore ma anche del venditore, del sommelier di un ristorante o del produttore stesso, tutti chiamati a fare da ponte tra le varie dimensioni enoiche e non filtro che seleziona ed esclude. Si possono trovare appigli e link per poter rendere partecipe chi abbiamo di fronte o chi ci legge partecipe di un percorso di scoperta che punti dritto verso lo stupore, volano fondamentale per aumentare l’attenzione e creare interesse. Offrire strumenti semplici per comprendere già a primo naso quando un vino ha fatto macerazione carbonica è, ad esempio, più semplice di quanto lo possa essere spiegarne la cinetica di fermentazione in una vinificazione a grappolo e/o a acino intero.

Non si tratta di rifare da capo il vocabolario enologico, ma di rileggerlo con uno sguardo più umano, capace di dialogare con chi beve, chi ascolta, chi sogna, chi lavora in vigna. Un linguaggio che sappia adattarsi all’interlocutore, senza mai perdere autenticità e profondità.

“Alcuni vini sono macchine del tempo: li bevi e torni indietro, magari a un’estate di tanti anni fa, a un volto, a una cucina che non c’è più. Altri sono teletrasporto: in un sorso ti ritrovi tra gli alberelli centenari del Mandrolisai, in una vigna abbarbicata sui terrazzamenti di Carema tra pilun e topie, nella campagna del Chianti Classico al tramonto, persino, a uno specifico Lieu-dit con la precisione di un gps.” Parole dette di getto durante una delle mie ultime degustazioni che ho trovato manchevoli ma che hanno avuto un effetto sulla memoria di chi mi ha ascoltato solo parzialmente auspicato.

Forse è da qui che bisognerebbe ripartire: dal potere evocativo del vino, dalla sua capacità di farsi racconto, geografia, corpo, tempo. E per farlo serve un linguaggio che non sia né nozionistico né stucchevole, ma calibrato sulla curiosità e sulla sensibilità di chi ci sta davanti.

Inoltre, a mio modo di vedere, in questo contesto, non possiamo più permetterci di alimentare le sterili diatribe che troppo spesso affliggono il mondo del vino e che creano fazioni contrapposte tra “naturali” e “convenzionali”, tra “artigianali” e “industriali”, tra “buoni” e “cattivi”. Queste contrapposizioni non solo non servono a costruire una cultura del vino più consapevole, ma rischiano di allontanare il pubblico, generando confusione, disaffezione e diffidenza nei confronti dell’intero sistema. Oggi più che mai serve un approccio maturo e coeso, capace di esaltare i valori fondanti di un lavoro nobile come quello del fare vino e l’unicità di un prodotto unico come il vino stesso. I distinguo sono assolutamente necessari, così come è necessario spiegare cosa c’è dietro una bottiglia dalla vigna al bicchiere, ma lo si deve fare con onestà intellettuale e rispetto, evitando semplificazioni ideologiche, evitando di fornire informazioni false, tendenziose e/o fuorvianti che poco hanno a che vedere con la realtà e che finiscono per danneggiare tutti e alimentare le echo chamber e i relativi bias cognitivi negativi.

La nuova semantica del vino dovrà allora essere più narrativa che didascalica, più contaminata da altri linguaggi – la musica, l’arte, la fotografia, la geografia e psicologia umana – più aperta alla vita reale e meno inchiodata alla mera didattica. Il vino non ha bisogno di slogan né di sermoni, ma di registri nuovi, o meglio, di intenzioni nuove, che sappiano coniugare tecnica e anima, geografia e identità, materia e personalità. Sia chiaro, non esiste un solo modo di parlare di vino. Esiste un solo modo di non farlo: quello statico, ridondante e pedissequo.
L’ideale nuova semantica non dovrà essere un dizionario da imparare a memoria, ma una bussola per orientarsi tra diversi livelli di comunicazione.

Solo così potremo parlare davvero a un pubblico ampio e trasversale, dai neofiti curiosi ai professionisti navigati, dai giovani digitali ai più maturi in cerca di autenticità. Solo così il vino smetterà di sembrare un universo chiuso, criptico, stanco, anacronistico, in alcuni casi ai limiti del vetusto. Non dobbiamo riscrivere il vino, ma rinnovare il modo in cui lo raccontiamo, con rinnovata consapevolezza, profondo rispetto e una sana dose di umanità, senza scadere nella superficialità e discernendo, calibrando e adattando il nostro registro all’interlocutore.

F.S.R.

#WineIsSharing

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