Ci sono pochi nomi nella storia del vino italiano capaci di attraversare il tempo e lo spazio come ha saputo fare il nome a paco della realtà di cui vi parlerò oggi, ovvero Sylvmann. Crasi di Silvio e Jermann, nome e cognome di uno dei più visionari e anticonformisti produttori del vino italiano e non solo. In molti pensavano che Silvio avrebbe rallentato, magari addirittura chiuso con la vigna e il vino, ma la passione, il trasporto e la voglia di lasciare – ancora – il segno hanno spinto il produttore del Collio (inteso nella sua interezza) a ripartire da dove tutto era iniziato per la sua famiglia.
Siamo in Goriška Brda, il Collio sloveno, a pochi minuti dal fulcro dell’azienda alla quale Silvio ha dedicato tutta la sua vita dagli inizi degli anni ’70 ma ancor più vicino a quelle terre tanto care alla sua famiglia. È proprio in Brda, infatti, che affondano le radici dei suoi avi, trasferitisi in Italia dopo la Prima Guerra Mondiale. È qui che, dopo anni di innovazione e di successi, Silvio torna a mettersi in gioco con un nuovo progetto, apparentemente distante da ciò che è stato ma, al contempo, pregno dei valori che ne hanno sempre contraddistinto il pensare, il dire, il fare e il guardare e vedere oltre. Oltre i confini labili di una terra unita da quella ponca che diviene opoka ma che imprime la medesima identità dapprima alle uve e poi ai vini; oltre i confini di paradigmi e schematismi enoici che vedono il mettere come sinonimo di contezza tecnica e precisione, oltre la forza di un brand, di un trascorso costellato di riconoscimenti. Oltre! Un luogo in cui la storia della famiglia Jermann si intreccia, come un viticcio, ai fili della memoria. Una memoria carica di pathos e di riconoscenza, forte di un’identità che trascende il successo e il mero business ma anela al compimento di un gesto circolare, anzi, lemniscata, infinito come l'”8″ che ritroviamo nel logo dell’azienda, quasi ad attestare che questa non è una storia finita, non è la chiusura di un percorso, ma la prosecuzione di un cammino senza fine.
Ho avuto la fortuna di conoscere il progetto qualche mese fa, girando con Silvio in terre che credevo di conoscere bene ma che ho compreso di dover ancora approfondire. In una Brda in cui il paesaggio è ancora integro, biodiverso, con boschi, frutteti e vigneti che si alternano con cadenza ritmata e mai ossessiva e i picchi delle colline, seppur dolci, si spingono ben più in alto di quelle dei cugini al di qua del confine. Come accennato poc’anzi, però, è la pedologia a fare da comun denominatore, con marne e arenarie d’origine marina, friabile e minerale, capace di dare vini dalla straordinaria struttura e complessità aromatica, tensione vibrante e profondità salina.
Un luogo vocato alla viticoltura ma ancor più all’idea di viticoltura che l’azienda Sylvmann in Cuèj vuole radicare, raccontare e portare nel calice. Un progetto partito con i giusti tempi, in cui il vigneto è il cuore e la cantina è un laboratorio sperimentale in cui vige il concetto di sottrazione consapevole, in cui esperienza e consapevolezza permettono di togliere ciò che è superfluo per lasciare e valorizzare a pieno ciò che è utile e indispensabile.
Da 10 a 30ha in pochi anni, dedicati principalmente ai vitigni tipici come Rebula (Ribolla Gialla), Sauvignonasse (Tocai Friulano) e Malvasia Istriana, oltre a Merlot e Cabernet e alcune “scommesse” per un futuro al quale Sivlio guarda ancora con grande propositività.
Come già detto, in vigna e in cantina domina la logica della sottrazione ragionata: meno interventi, meno manipolazioni, più ascolto e tanta esperienza, per una lettura nitida e fedele del territorio, delle varietà e dell’annata.
La cantina è piccola, una vera e propria “garage winery”, in cui tutto è ottimizzato – in particolare gli spazi – per potersi concentrare solo sulla produzione di vini concreti, forti, identitari e, soprattutto, dotati di quell’eleganza spontanea, mai artefatta, che solo chi non ostenta, chi non eccede, chi non finge può e sa avere. Per questo la scelta drastica di un solo materiale, la terracotta, con anfore umbre, prodotte da Sirio a Città della Pieve. Vasi vinari ideali per essere utilizzati in maniera integrale, dalla fermentazione all’affinamento, per mantenere integro il patrimonio aromatico e gustativo delle uve.
Le più o meno lunghe macerazioni sulle bucce, la ponderata microtraspirazione delle anfore, le fasi lunari e, soprattutto, la pazienza nell’attesa e la saggezza nell’assaggio per capire, per decidere, per restituire una materia viva, vivida, tridimensionale. Eppure, ciò che ammalia maggiormente dell’approccio di Silvio Jermann è la sua attenzione a ogni più piccolo dettaglio, anche a quelli apparentemente marginali. Il simbolismo stesso, qui, non ha nulla di esoterico, di casuale, bensì acquisisce un valore che sa di ragione e ragionevolezza, rigore e doverosa
Per ora sono due i vini in fase di lancio sul mercato:
Pr’Dobu Mix 2023 – Una “cuvèe classica”, così si legge nella retroetichetta di un vino che antepone il territorio alla singola varietà, imprimendo al naso note tipiche di fiori bianchi, agrumi, erbe aromatiche e folate minerali, con un sorso teso ma non esile, sfaccettato e ritmato, forte di notevole slancio e persistente sapidità. Un elogio della complementarità varietale e dell’identità che trascende il tempo e il concetto forzato di “purezza”. Neoclassico!
Visvik – Visvik 2023 – Una Rebula/Ribolla con 4 diverse macerazioni (4 – 8 – 28 – 65 giorni) che si completano vicendevolmente, permettendo un equilibrio solido e non labile, di grande riconoscibilità varietale e ancor più territoriale, con note di frutto giustamente maturo, fiori gialli ancora freschi, frutta secca, folate balsamiche e una netta e intrigante speziatura. Il sorso è materico, entra ampio per poi distendersi con grande disinvoltura e una dinamica di beva tassellata di differenti sensazioni tattili. La chiusa è sapida, saporita, lunga, netta e appagante. Un vino di pensiero e sostanza, di garbo e di mano, tutt’altro che manieristico.
Oltre ai vini già in bottiglia, durante la mia visita a Sylvmann ho potuto assaggiare le diverse vinificazioni separatamente e i vini che verranno danno già l’idea di quanto la strada intrapresa sia sì sperimentale ma, al contempo, prometta grande coerenza e precisione.
La macerazione come strumento da adattare a uve e annata, di massa in massa, per poter trarre la massima espressività dal frutto di un territorio cangiante, in cui chirurgicamente Silvio e i suoi collaboratori allevato genetiche selezionate con cura, tanto quanto i portainnesti e i sistemi d’allevamento, tra i quali spicca una sorta di alberello impalcato, gergalmente chiamato “candelabro”.
Credo che per il mondo del vino “artigianale” poter contare su un approccio edotto ed esperto ma, soprattutto, così razionale e privo di storture mascherate da indici di personalità e negligenza spacciata per sottrazione e rispetto sia fondamentale, specie in un era enoica che esige attenzioni particolari in termini di sostenibilità e salubrità ma che solo pochi interpretano con contezza ed etica dalla vigna al bicchiere. Per me, che ho avuto il privilegio di potermi confrontare con Silvio in campo e nei locali di vinificazione, il futuro di questa realtà è ben chiaro e la traiettoria di ogni vino lo è ugualmente: si punta all’eccellenza, senza compromessi, senza mezzi termini e nella maniera più rispettosa possibile. Dopotutto, da un uomo di vino capace di innovare e innovarsi con tale costanza negli anni non ci si può aspettare diversamente..!
F.S.R.
#WineIsSharing

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