Il CERVIM riconosce come viticoltura eroica quella che risponde ad almeno una delle seguenti condizioni:
Viticoltura su piccole isole, in condizioni di isolamento geografico e logistico.
Altitudine superiore ai 500 metri s.l.m. (esclusi gli altipiani).
Pendenza del terreno superiore al 30%.
Vigneti terrazzati o gradonati, dove non è possibile la meccanizzazione.
Sulla base di questi parametri e, soprattutto, di questa definizione, nei giorni scorsi mi sono interrogato molto su quanto, in fondo, tutti i vignaioli incarnino almeno alcuni dei valori comuni e conformi alla figura dell’eroe, ma anche su quanto il termine eroe divenga eccessivo quando si parla di eroismo in senso epico, quando si intende l’eroe come portatore di massima virtù, come l’aretè di Platone e Aristotele.
Va da sè che il lessico stesso dell’eroe porti con sé ambiguità, da un lato, e potenza semantica, dall’altro: nasce nel mito come simbolo di grandezza e sacrificio, ma nel tempo si è trasformato in un archetipo quotidiano, fragile e umano. Nel linguaggio del vino, chiamare “eroico” un vignaiolo non allude a un titanismo mitologico, bensì a una resistenza poetica, una tensione morale verso la custodia del paesaggio inteso come equilibrio biodiverso, del saper fare locale, dei doni e degli errori del tempo. In questo senso, la parola “eroe” in viticoltura si fa metafora di sopravvivenza culturale e non di conquista.
Ci sono due definizioni, tanto antitetiche quanto complementari, ascrivibili alla figura dei vignaioli e, in particolare, a quelli delle terre più impervie, erte, sfidanti: quella di Nietzsche, che vedeva l’eroe come colui che accetta l’estenuante fatica come parte della grandezza, trasformandola in forza creativa; e quella di Kafka, che parla di anti-eroe: un uomo che, pur sapendo di essere sconfitto, continua a tentare, spinto da una dedizione quasi masochistica.
E forse è proprio in questa combinazione di instancabile sforzo e fiero orgoglio che si riconoscono vignaiole e vignaioli definiti eroici — arrampicati tra i muretti a secco, prigionieri volontari della propria fatica e innamorati della terra che li mette alla prova ogni giorno, senza fare conti, senza badare alle ore di lavoro a ettaro (che arrivano, in alcuni casi, a 1500 contro le 300/400 di molti vigneti siti in contesti più agevoli), guardando sempre avanti e in alto con rispetto, senza guardare giù, senza avere vertigini e restando ben focalizzati sugli obiettivi.
Anche se sa che potrebbe e, talvolta, dovrebbe fermarsi, il vignaiolo di queste terre, difficili e provanti, continua. Perché ci sono vigneti che non si limitano a produrre uva, ma raccontano il coraggio di sfidare la montagna, le pendenze più ripide ma ancor di più l’incertezza di un clima che cambia e una volta riduce drasticamente le rese, un’altra abbatte muretti a secco con le sempre più frequenti bombe d’acqua. Una viticoltura ancora più soggetta a congiunture socio-economiche complesse, sapendo che tutto quel divario fra loro e i più “fortunati” non necessariamente verrà percepito e ripagato in termini meramente pecuniari. Ci tengo, però, a sottolineare che sono convito che molti vignaioli definiti eroici non disdegnerebbero situazioni di più comoda gestione e che non è detto che un vigneto “eroico” sia direttamente proporzionale alla qualità dei vini ivi prodotti o che, al contrario, un vigneto in pianura non possa fare qualità, specie nell’era dei cambiamenti climatici. Di certo, però, ciò che i viticoltori di zone impervie non possono fare è “svendere” il prodotto del loro lavoro, dovendo necessariamente posizionarsi più in alto (seppur non sempre così “in alto”) e questo è un ulteriore ostacolo che, specie in questo particolare periodo, mette ancor più a dure prova queste realtà. Realtà che sono costrette a ridurre o ad annullare è la meccanizzazione, facendo dell’uomo lo stiramento di sé stesso. Luoghi dove le viti non si allevano, ma si conquistano e si custodiscono — metro dopo metro, terrazza dopo terrazza — tra roccia, muretti a secco e silenzi portati dal vento e intrisi di fatica segnata dal tempo. Qui il vino si fa memoria, resistenza, riconoscenza e profondo rispetto, con quella giusta dose di timore reverenziale nei confronti di terre che danno e tolgono.
È proprio qui che il concetto di eroe lascia il posto, forse, a termini più umani e più veri: il custode, che protegge il paesaggio nella sua più armonica integrità; il paladino, che ne difende i valori culturali e la memoria senza ripudiare l’evoluzione; la sentinella, che veglia sul confine fragile tra uomo e natura e si fa nesso concettuale e concreto fra i “due mondi”. Figure diverse ma complementari, che suggeriscono una forma di eroismo meno epica e più etica, fatta di cura, ascolto e perseveranza.
Terre che un tempo suggerivano di andare ma che ora (ma, purtroppo, non sempre) invitano a restare, dove riecheggia un sapere antico ma, al contempo, non si smette di volgere lo sguardo al domani. Terre dove la vigna sfida la gravità e il vino racconta l’anima di donne e uomini che sanno tenere i piedi saldi al suolo.
Per questo, se per qualsiasi vino vi spronerei a guardare al lavoro che c’è dietro la bottiglia, quando ordinate, acquistate, stappate e assaggiate un vino prodotto in queste terre pensate a ciò che non ci sarebbe senza quei vignaioli, a ciò che non resterebbe di quei contesti di cui i vignaioli definiti eroici scelgono, ogni giorno, di essere custodi.
Avamposti silenti, rispettosi e laboriosi che preservano una bellezza commista alla più sana e garbata antropizzazione integrata nel contesto biodiverso; un sapere comune capace di evolvere nel corso dei decenni; genetiche rare che, grazie all’isolamento, hanno sviluppato adattamenti epigenetici unici e irripetibili. Bellezza tanto impattante su chi guarda quanto onerosa per chi tenta di preservarla, facendone balsamo per il proprio animo e sollievo nei momenti di più dura fatica.
Insomma, i vini di zone quali le Cinque Terre, la Valtellina, la Valle d’Aosta, la Val di Cembra, ma anche alcuni pendii della Valle Isarco (e non solo) in Alto Adige o di Dolceacqua in Liguria, le terrazze a topie e pilun di Carema, le Rive di Valdobbiadene, i terrazzamenti della Costiera Amalfitana, del Mandrolisai o dell’Etna e tutta la viticoltura sferzata dal vento marino delle piccole isole, tra cui Pantelleria, Ischia, Lipari e la piccola enclave di Capraia, sono diversi. Di certo mancano all’appello altre zone con caratteristiche comuni o addirittura più ardue di quelle citate, ma ciò che conta è che i vini di chi lavora queste terre e se ne fa virtuoso e coraggioso custode, eroe e anti-eroe allo stesso tempo, vantano una luce e un’energia che trascendono i valori analitici e le comuni concezioni olfattive e palatali. Sono vini dotati di una forza che per nulla collide con la raffinatezza e lo slancio verticale, anzi li rende completi nella loro identitaria armonia fatta di equilibri labili e un pizzico di sana follia.
F.S.R.
#WineIsSharing

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