La vendemmia è una cosa seria…

In un’era enoica in cui agosto è, ormai da qualche anno, il nuovo settembre, dato il repentino avvio di molte vendemmia anche in areali in cui bisognava aspettare “il 9 mese” (dell’anno) per poter vedere le prime raccolte, mi è impossibile non condividere un pensiero, con malcelato disappunto.

La vendemmia è punto di arrivo di sacrifici e punto di partenza di nuove sfide. È il tempo in cui il vignaiolo raccoglie i frutti di dodici mesi trascorsi tra il respiro lento delle stagioni e l’imprevedibilità di un mestiere che, ancora oggi, vive sospeso tra la speranza e l’incertezza.

Eppure, basta aprire un social per vedere la vendemmia raccontata come un gioco: selfie con forbici in mano, grappoli in posa perfetta, sorrisi costruiti e “comodi” mocassini o altre improbabili calzature ai piedi. Un racconto che, seppur “instagrammabile” (aborro questo termine!), troppo spesso ignora l’altra faccia della medaglia: quella fatta di mani segnate, schiene piegate, pelle scottata da sole, giornate infinite e notti insonni.

A costo di risultare demagogico o banale, ma dietro ogni cassetta di uva matura ci sono mesi di lotta silenziosa contro caldo e siccità da un lato e intemperie improvvise dall’altro , fitopatologie, invasioni di fauna selvatica che in poche ore possono cancellare un anno di lavoro. C’è la scelta del momento esatto per vendemmiare, decisa più dal palato che dal calendario (leggi qui il mio pezzo a riguardo: wineblogroll.com/assaggio-acini-vendemmia), nella speranza di schivare piogge improvvise o marciumi. C’è l’attenzione chirurgica di chi seleziona grappolo per grappolo per non compromettere la qualità dell’annata, per poi selezionare, in alcuni casi, persino il singolo acino prima di arrivare in vasca o in botte a fermentare.

Per questo, il vino non può e non deve essere raccontato come semplice “folklore agricolo”. È un prodotto della terra, delle stagioni e dell’uomo, capace di tradurre nel liquido che tanto amiamo un intero ciclo vegetativo di quella straordinaria pianta che è la vite. E l’uomo, in questa equazione, non è un comparsa: è l’interprete principale, il custode di ogni decisione, il garante della qualità e dell’identità del territorio.

Ci sono vendemmie che rasentano l’eroismo: raccolte a mano in vigneti scoscesi attaccati a delle corde, cassette trasportate a spalla o su monorotaie, scale altissime appoggiate a pareti di alberate o ancora raccolte in vigneti di pianura di grande tempestività perché in poche ore si potrebbe rischiare di perdere gran parte del raccolto. Fatica, incertezza, rapidità e attenzione sono le condizioni stesse per poter fare vino.

Chi ama il vino dovrebbe ricordare, sempre, che ogni bottiglia nasce da un equilibrio tanto preciso quanto precario tra competenza, dedizione e rischio economico. In un contesto di incertezza come quello attuale, non è il momento di ridurre la vendemmia a un siparietto social: è il momento di celebrarne la verità, di riconoscere la professionalità di chi, ogni anno, si gioca tutto in poche settimane, dopo aver comunque investito tempo, risorse e speranze durante tutto l’arco dell’anno.

F.S.R.

#WineIsSharing

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