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  • Intervista a Gabriella Favara – La più giovane presidente di Assovini Sicilia di sempre

    Ho seguito con interesse, sin dagli albori, la nascita e l’evoluzione di Generazione Next, osservando da vicino il percorso di tanti giovani che oggi rappresentano una parte importante del presente e, soprattutto, del futuro del vino siciliano.
    Per questo motivo, vedere la giovanissima Gabriella Favara alla presidenza di Assovini Sicilia e un Consiglio di amministrazione interamente composto dagli under 40 di Generazione Next – Graziano Nicosia, Costante Planeta, Cristina Madaudo, Pietro Pollara, Alessandro Tasca, Enrica Spadafora, Totò Navarra e Pierfilippo Marchello – non può che essere, per me, motivo di grande orgoglio e, al contempo, di enorme curiosità.


    Sono convinto che questa nuova squadra saprà portare energia, idee e una visione capace di dare nuovo slancio alla Sicilia del vino, raccogliendo l’importante eredità di chi vi ha preceduto e proiettandola verso il futuro.
    Credo che questa scelta corale dei produttori di Assovini rappresenti un messaggio molto forte per il mondo del vino italiano in toto. Oggi più che mai, i consorzi e le associazioni hanno bisogno di avviare un autentico ricambio generazionale, creando spazi di responsabilità per chi sarà chiamato a guidare il settore nei prossimi decenni. Non si tratta semplicemente di una questione anagrafica, ma della capacità di interpretare linguaggi, mercati e consumatori che stanno cambiando rapidamente.
    Perché, in fondo, chi appartiene alle nuove generazioni è spesso nelle condizioni migliori per dialogare con le nuove generazioni.


    Con questo spirito, e con la curiosità di capire quale direzione prenderà Assovini Sicilia, rivolgo alla neo eletta presidente le seguenti domande:


    Intervista a Gabriella Favara, nuova presidente di Assovini Sicilia

    • Sei la più giovane presidente nella storia di Assovini Sicilia e guiderai un Consiglio di amministrazione composto interamente da giovani professionisti. Che significato ha per te questo passaggio generazionale e quale impronta vorresti dare al tuo mandato?

    La nuova squadra rappresenta una naturale evoluzione della vita associativa ed una conferma del costante e fondamentale dialogo intergenerazionale che ha caratterizzato Assovini Sicilia sin dalla sua fondazione. Per me è anche un segnale forte che l’associazione ha voluto dare in un momento di transizione nel mondo del vino, consegnando il testimone a giovani professionisti chiamati ad affrontare le tante sfide che il futuro pone al vino di qualità. Assovini Sicilia si conferma, ancora una volta, un’associazione che con spirito pionieristico è capace di leggere la complessità dei nostri tempi e di tradurla in azioni concrete. In questa ottica il mio mandato farà tesoro dell’eredità culturale e storica di chi mi ha preceduto e si farà promotore di un cambiamento e traccerà la rotta che ci guiderà nei prossimi anni.

    • Assovini Sicilia ha avuto un ruolo determinante nel costruire l’immagine del vino siciliano in Italia e nel mondo. Da dove pensi si debba ripartire oggi e quali saranno le priorità dei prossimi anni?

    Oggi, se il vino siciliano ha piena riconoscibilità, apprezzamento e posizionamento nei mercati esteri e nazionale, è anche merito del lavoro che ha svolto Assovini Sicilia nel definire e promuovere il “brand Sicilia” come eccellenza vinicola e come prodotto culturale. Nel continuare a valorizzare questo risultato, credo che sia necessario affrontare le sfide dettate dal più complesso contesto internazionale. Partirei con l’identificare un nuovo linguaggio e strategie che intercettino i giovani consumatori, oltre all’individuazione di nuovi mercati per il vino siciliano e di strumenti efficaci per sviluppare le potenzialità dell’enoturismo.

    • Il mondo del vino sta attraversando una fase di grandi cambiamenti: consumi che evolvono, mercati sempre più complessi, cambiamenti climatici e nuove sensibilità verso il consumo di alcol. Quali ritieni siano le sfide più importanti che il vino siciliano dovrà affrontare e come può contribuire Assovini Sicilia?

    Sono tutte sfide attuali e importanti, che il mondo del vino è chiamato a governare con competenza e attraverso misure strategiche. In questo scenario complesso, Assovini Sicilia continuerà a supportare le aziende associate, individuando tutte le opportunità a supporto delle loro attività di promozione, programmazione e networking. Inoltre, Assovini Sicilia, per l’autorevolezza e la legittimità del ruolo che ricopre, sta diventando sempre più un think tank, coinvolgendo nuove voci e professionisti, anche di altri settori, all’interno di un dibattito vivace e dinamico.

    • Hai studiato all’estero e oggi ti occupi quotidianamente di mercati internazionali. Quanto pensi sia importante osservare il vino siciliano con uno sguardo globale e quali opportunità vedi per la Sicilia nei mercati esteri?

    Il vino siciliano ha sempre avuto un ruolo di ambasciatore nel mondo perché non è solo un prodotto ma qualcosa di più complesso che, nel sintetizzare i vari elementi (territorio, persone, paesaggi), racconta la cultura della nostra isola. Dal punto di vista commerciale, il mercato estero è sempre stato strategico per i nostri vini e continuerà ad esserlo nonostante le difficoltà geopolitiche. Se da un lato bisogna confermare la presenza dei nostri vini nei mercati già consolidati, sfruttando ogni margine di crescita, dall’altro bisogna guardare a nuovi mercati dove il vino siciliano è ancora poco presente o conosciuto. Il mondo ha sete di cultura siciliana e il vino è un perfetto mezzo per divulgare la nostra storia.

    • La Sicilia oggi è molto più di una grande regione vitivinicola: è un mosaico di territori, vitigni, culture e identità. Come immagini possa evolvere il “brand Sicilia”, di cui mi accennavi poco sopra, nei prossimi anni senza perdere autenticità e valorizzando sempre di più le sue tante sfaccettature?

    L’unicità del brand Sicilia sta proprio nella sua varietà e diversità, sia in termini di territori e biodiversità sia di aziende e delle persone che ne sono il cuore pulsante. È questa unicità che dobbiamo continuare a valorizzare, puntando al binomio vino-territorio, a valori come la sostenibilità e al racconto legato ai produttori.

    • Ti faccio un’ultima domanda più personale. Quando terminerà il tuo mandato, quale risultato ti piacerebbe poter guardare con maggiore soddisfazione e dire: “È questo il contributo che abbiamo lasciato ad Assovini Sicilia”?

    Mi piacerebbe che, insieme alla nuova squadra che compone il CdA, riuscissimo ad inaugurare una nuova traiettoria futura, che guardi ai valori e ai risultati di chi ci ha preceduto riuscendo anche ad intercettare i cambiamenti e lo spirito del tempo. Non solo una visione, ma anche azioni concrete come sensibilizzare i giovani al consumo consapevole e responsabile del vino, comunicare loro con leggerezza e con un nuovo linguaggio la complessità del vino e il suo valore culturale, trasformare le cantine in contenitori culturali, e dialogare con i professionisti di altri settori attraverso uno scambio e un confronto reciproco.
    Mi piacerebbe inoltre contribuire a rafforzare ulteriormente lo spirito di squadra che già caratterizza Assovini Sicilia, favorendo ancora di più il dialogo, il confronto e la condivisione tra gli associati, affinché l’associazione sia sempre più un punto di riferimento e un supporto concreto per la crescita di tutti.

    Ringrazio di cuore Gabriella per le esaustive risposte e per aver messo nero su bianco pensieri che confermano la bontà della decisione presa dai produttori Assovini Sicilia. Sono certo che questa nomina e le attività di questo giovane CdA fungeranno da sprone e da esempio per molti consorzi italiani o, almeno, me lo auguro. Il mondo del vino ha un forte bisogno di questo tipo di approccio, senza rinnegare l’esperienza e la saggezza di chi ha qualche vendemmia in più alle spalle.

    Francesco Saverio Russo

    #WineIsSharing

  • L’imbottigliamento: l’ultimo atto che decide il destino di un vino

    Si tende a pensare che un vino nasca e si definisca in vigneto e in cantina. È vero, ma solo in parte.

    La qualità di un vino non termina con la fermentazione, l’affinamento o l’assemblaggio finale. Esiste un momento estremamente delicato, spesso sottovalutato, che può preservare tutto il lavoro svolto nei mesi o negli anni precedenti oppure comprometterlo in maniera irreversibile: l’imbottigliamento.

    Come si imbottiglia un vino? È curioso osservare come, fino a pochi anni fa, persino molti percorsi universitari che hanno formato intere generazioni di enologi dedicassero relativamente poco spazio a una fase tanto determinante. L’attenzione era concentrata sulla viticoltura, sulla microbiologia, sulla chimica enologica, sulle tecniche di vinificazione e di affinamento, mentre l’imbottigliamento veniva spesso considerato un semplice passaggio finale, quasi una formalità.

    Oggi sappiamo che non è affatto così.

    Anzi, è probabilmente il momento in cui ogni errore diventa definitivo.

    Un vino perfetto può diventare mediocre in pochi minuti

    L’imbottigliamento rappresenta il delicatissimo passaggio nel quale il vino esce definitivamente dal controllo diretto dell’enologo.

    Da quel momento inizierà una vita che potrà durare mesi, anni o addirittura decenni.

    Ogni parametro deve quindi essere perfettamente controllato.

    Durante questa fase occorre prestare attenzione a numerosi aspetti:

    • stabilità microbiologica;
    • corretta filtrazione (quando prevista);
    • livello di ossigeno disciolto;
    • temperatura del vino;
    • pulizia assoluta dell’impianto;
    • sanificazione delle bottiglie;
    • velocità di riempimento;
    • livello di riempimento;
    • qualità del vetro;
    • qualità della chiusura.

    Sono variabili che agiscono contemporaneamente e che possono determinare l’evoluzione futura del vino.

    Un piccolo errore oggi potrebbe manifestarsi solamente dopo cinque, dieci o vent’anni.

    Il nemico invisibile: l’ossigeno

    Fra tutti i parametri, quello probabilmente più studiato negli ultimi vent’anni è la gestione dell’ossigeno.

    L’ossigeno è indispensabile durante alcune fasi della vinificazione, ma al termine dell’affinamento diventa un elemento da gestire con estrema precisione.

    Durante l’imbottigliamento il vino può entrare in contatto con ossigeno attraverso diverse vie:

    • l’aria presente nella bottiglia;
    • le tubazioni;
    • la riempitrice;
    • la turbolenza durante il riempimento;
    • lo spazio di testa (headspace);
    • la chiusura stessa.

    L’insieme di questi apporti viene definito Total Package Oxygen (TPO), ovvero la quantità complessiva di ossigeno presente all’interno del sistema bottiglia-vino immediatamente dopo il confezionamento.

    Numerosi studi dimostrano come differenze di pochi milligrammi per litro possano modificare profondamente la velocità evolutiva del vino.

    Un eccesso di ossigeno accelera infatti:

    • perdita degli aromi varietali;
    • degradazione dei composti aromatici più delicati;
    • diminuzione della freschezza;
    • imbrunimento nei vini bianchi;
    • comparsa precoce di note ossidative.

    Al contrario, livelli troppo bassi, specialmente in presenza di chiusure completamente impermeabili, possono favorire fenomeni riduttivi indesiderati.

    L’obiettivo non è quindi eliminare completamente l’ossigeno, ma gestirlo con precisione.

    Puoi inserire questo paragrafo dopo la parte dedicata alla stabilità microbiologica e prima della gestione dell’ossigeno.

    La filtrazione

    Fra le operazioni che precedono l’imbottigliamento, anche la filtrazione riveste un ruolo determinante. Troppo spesso viene descritta come un semplice passaggio destinato a “pulire” il vino, mentre in realtà rappresenta un delicato equilibrio tra sicurezza microbiologica, stabilità e rispetto dell’integrità sensoriale.

    Non tutti i vini richiedono lo stesso approccio. Alcuni vengono imbottigliati senza filtrazione, altri subiscono una filtrazione di chiarifica, altri ancora una filtrazione sterilizzante, generalmente con membrane da 0,45 µm (in alcuni casi 0,65 µm) indispensabile soprattutto quando il vino presenta zuccheri residui o quando si desidera prevenire qualsiasi sviluppo microbiologico in bottiglia.

    Anche la scelta del sistema filtrante è fondamentale: filtri a cartoni, lenticolari, a membrana o tangenziali possiedono caratteristiche differenti e devono essere selezionati in funzione dello stile del vino, del volume produttivo e degli obiettivi enologici.

    Ma la qualità della filtrazione non dipende esclusivamente dal filtro utilizzato. Conta soprattutto il modo in cui viene preparato e gestito l’intero impianto. Un esempio emblematico è rappresentato dai filtri a cartoni, che devono essere accuratamente “avvinati” prima dell’utilizzo. Se questa operazione viene eseguita in modo approssimativo, il vino può estrarre dal materiale filtrante sostanze indesiderate, sviluppando sgradevoli sentori di cellulosa, cartone bagnato o carta, difetti tanto banali quanto completamente evitabili con una corretta preparazione dell’impianto.

    Anche la pressione di esercizio, la portata, il tempo di permanenza del vino all’interno del filtro e la sostituzione tempestiva degli elementi filtranti sono parametri che richiedono un monitoraggio costante. Una filtrazione troppo aggressiva può impoverire il profilo aromatico e la struttura colloidale del vino, mentre una filtrazione insufficiente può compromettere la stabilità microbiologica e l’evoluzione futura della bottiglia.

    L’imbottigliamento isobarico: una necessità per gli spumanti

    Se per i vini fermi l’obiettivo principale è limitare l’ingresso di ossigeno, nel caso degli spumanti entra in gioco un’ulteriore variabile: la conservazione dell’anidride carbonica disciolta.

    Per questo motivo gli spumanti vengono imbottigliati mediante riempitrici isobariche, sistemi nei quali la pressione all’interno della bottiglia viene preventivamente portata allo stesso valore di quella presente nel serbatoio o nell’autoclave. Solo quando le pressioni risultano equilibrate il vino può essere trasferito senza turbolenze e senza provocare la fuoriuscita della CO₂.

    Questo consente di preservare il patrimonio gassoso del vino, mantenere inalterata la sovrappressione, limitare la formazione di schiuma e ridurre ulteriormente l’assorbimento di ossigeno durante il riempimento. È una tecnologia imprescindibile per gli spumanti Metodo Martinotti e per molte basi spumante, ma viene impiegata anche in altre produzioni dove la presenza di anidride carbonica rappresenta un elemento qualitativo essenziale.

    Ancora una volta emerge un principio fondamentale dell’enologia moderna: la qualità non dipende da un singolo grande gesto, ma dalla somma di una moltitudine di piccoli dettagli eseguiti con precisione. Anche una filtrazione preparata con superficialità o un riempimento non perfettamente controllato possono compromettere, in pochi istanti, il lavoro di un’intera annata.

    Una bottiglia non è soltanto un contenitore

    Anche il vetro svolge un ruolo molto più importante di quanto si immagini.

    Lo spessore della bottiglia influisce sulla resistenza meccanica durante il trasporto e durante la tappatura.

    Il colore protegge il vino dalla luce, riducendo il rischio del cosiddetto gusto luce, responsabile della formazione di composti solforati maleodoranti soprattutto nei vini bianchi e negli spumanti.

    La geometria del collo condiziona inoltre la qualità della chiusura e la distribuzione delle forze durante l’inserimento del tappo.

    Persino piccole variazioni dimensionali possono influenzare la tenuta nel lungo periodo.

    Il tappo: il componente più piccolo ma forse il più importante

    È curioso come il componente meno costoso dell’intera bottiglia sia spesso quello con la maggiore responsabilità.

    Il tappo non serve semplicemente a chiudere il vino.

    Ha il compito di:

    • garantire la tenuta meccanica;
    • impedire perdite;
    • limitare l’ingresso di ossigeno;
    • consentire, quando previsto, un lentissimo scambio gassoso;
    • mantenere costante l’ambiente interno della bottiglia per molti anni.

    In altre parole, il tappo diventa il vero custode del vino.

    Le moderne ricerche hanno dimostrato come le diverse chiusure possiedano differenti valori di Oxygen Transmission Rate (OTR), ovvero la quantità di ossigeno che attraversa la chiusura nel tempo.

    Non esiste quindi una chiusura universalmente migliore.

    Esiste quella più adatta all’obiettivo evolutivo del vino.

    Un vino destinato ad essere consumato entro pochi mesi potrebbe richiedere caratteristiche differenti rispetto a un Barolo, un Brunello di Montalcino o un grande Riesling progettati per evolvere vent’anni.

    Per questo motivo la scelta della chiusura dovrebbe essere parte integrante del progetto enologico e non una semplice decisione commerciale presa all’ultimo momento.

    L’importanza della compressione del tappo

    Anche l’inserimento del tappo è molto più complesso di quanto possa sembrare.

    Nel caso del sughero naturale, la compressione deve essere calibrata con estrema precisione.

    Una compressione eccessiva può alterare permanentemente la struttura cellulare del materiale.

    Una compressione insufficiente può invece compromettere la tenuta.

    Il sughero possiede una straordinaria elasticità grazie alla sua architettura costituita da circa 40 milioni di cellule per centimetro cubo, organizzate in una struttura alveolare ricca di aria (circa il 90% del volume). La presenza di suberina, lignina e cere conferisce al materiale un comportamento elastico eccezionale, con un coefficiente di Poisson molto basso rispetto ai materiali sintetici: quando viene compresso radialmente tende infatti a espandersi longitudinalmente in misura limitata, mantenendo la propria integrità strutturale e favorendo il recupero elastico una volta inserito nel collo della bottiglia. È proprio questa capacità di recupero che garantisce una chiusura efficace e durevole.

    Per questo motivo anche il diametro del tappo, il diametro interno del collo della bottiglia, il tempo trascorso tra compressione e inserimento e perfino l’umidità del materiale diventano parametri determinanti.

    La pulizia non è sufficiente: serve un ambiente controllato

    Le moderne linee di imbottigliamento sono progettate per limitare qualsiasi contaminazione.

    Molte aziende utilizzano:

    • saturazione delle bottiglie con gas inerti;
    • camere sterili;
    • filtri microbiologici;
    • monitoraggio continuo dell’ossigeno;
    • controllo della pressione;
    • sistemi automatici di verifica della coppia di chiusura (per i tappi a vite);
    • controllo della forza di estrazione (per il sughero).

    L’obiettivo è consegnare al consumatore un vino il più aderente possibile a ciò che il produttore ha portato fino all’imbottigliamento, in grado di evolvere gradualmente e senza intoppi.

    L’imbottigliamento è parte dell’enologia

    Per questo motivo l’imbottigliamento non può essere considerato una semplice operazione di confezionamento, ma il naturale completamento del progetto enologico. È l’ultimo gesto tecnico, quello che custodisce e consegna al tempo tutto ciò che il vignaiolo, l’enologo e la natura hanno costruito fino a quel momento.

    Nel mondo del vino nulla può essere lasciato al caso. Ogni dettaglio, anche il più apparentemente insignificante, contribuisce a determinare ciò che ritroveremo nel calice dopo mesi, anni o addirittura decenni. La scelta della bottiglia, della chiusura, la gestione dell’ossigeno, la pulizia degli impianti, la precisione di ogni parametro non sono semplici aspetti tecnici, ma tasselli di un equilibrio estremamente delicato.

    È forse proprio questa la grande lezione dell’enologia contemporanea: la qualità non è mai il risultato di un solo fattore, bensì di una somma olistica di centinaia di attenzioni, di competenze e di decisioni prese con rigore lungo tutto il percorso produttivo. Basta trascurarne una perché il lavoro di un’intera annata venga inevitabilmente compromesso.

    Quando apriamo una bottiglia dovremmo ricordare che ciò che stiamo degustando non è soltanto un vino, ma il punto d’arrivo di una lunga sequenza di scelte, conoscenze ed esperienza. Se quell’ultima fase è stata eseguita con la stessa cura riservata al vigneto e alla cantina, il vino sarà finalmente in grado di raccontare, con assoluta nitidezza, il territorio da cui proviene, l’annata che lo ha visto nascere e, soprattutto, la mano di chi lo ha immaginato e prodotto. È in questo momento che la tecnica smette di essere invisibile e diventa il più prezioso alleato dell’identità del vino.

    Francesco Saverio Russo

    #WineIsSharing

  • Dal “low alcohol” alla Muffa Nobile – La DOC Orvieto guarda al futuro con consapevolezza, attraverso pragmatismo tecnico e commerciale

    Negli ultimi anni ho partecipato a decine di incontri dedicati al futuro del vino italiano.

    Quasi sempre i temi sono gli stessi: cambiamento climatico, calo dei consumi, nuove generazioni, sostenibilità, internazionalizzazione.

    Molto più raramente, però, capita di assistere ad un confronto nel quale questi argomenti vengono tradotti in una proposta concreta.

    È ciò che è accaduto durante l’incontro “Orvieto DOC: Pluralità di Anime”, promosso dal Consorzio Vino Orvieto.

    orvieto doc tipologie

    Un appuntamento che, almeno nelle intenzioni, potrebbe rappresentare uno spartiacque non soltanto per questa denominazione, ma anche per il modo in cui molte DOC italiane potrebbero affrontare i prossimi anni.

    Perché il tema non è semplicemente il basso grado alcolico. Il tema è molto più ampio.

    Come si evolve una denominazione storica senza perdere la propria identità?

    Ed è una domanda che oggi riguarda praticamente tutto il vino italiano.

    Da par mio, negli ultimi anni ho maturato una convinzione: molte denominazioni italiane comunicano ancora il vino come se il mercato fosse quello degli anni Novanta.

    Il consumatore, invece, è cambiato. Non beve meno perché il vino è diventato peggiore. Beve diversamente.

    Cerca vini più versatili, più gastronomici, più dinamici, più compatibili con uno stile di vita nel quale il consumo è più occasionale e più consapevole.

    Parallelamente il cambiamento climatico sta modificando profondamente il lavoro in vigneto.

    Temperature medie più elevate significano maturazioni sempre più precoci, maggiore accumulo zuccherino e, inevitabilmente, vini più ricchi di alcol. Non è un’opinione. È un dato che interessa praticamente tutte le aree viticole del Mediterraneo. Ignorarlo significherebbe rimanere fermi mentre tutto cambia.

    La proposta di Orvieto

    È proprio da questa consapevolezza che nasce il progetto avviato dal Consorzio nel 2024.

    L’obiettivo è sviluppare una nuova interpretazione dell’Orvieto DOC caratterizzata da una gradazione alcolica naturalmente più contenuta, maggiore freschezza, acidità più evidente e una beva più agile, senza ricorrere alla dealcolazione e senza snaturare il territorio.

    È un passaggio fondamentale. Oggi il dibattito rischia spesso di confondere due concetti profondamente diversi.

    Da una parte troviamo i vini dealcolati o parzialmente dealcolati. Dall’altra esistono vini che nascono naturalmente con gradazioni più contenute grazie a precise scelte agronomiche ed enologiche.

    Sono due mondi completamente differenti.

    Nel caso di Orvieto la strada intrapresa è quella della viticoltura. Vendemmie leggermente anticipate. Gestione della chioma. Scelta dei vigneti più freschi.

    Ricerca dell’equilibrio tra maturazione aromatica e maturazione tecnologica. Una filosofia che punta a preservare acidità e tensione gustativa. Personalmente considero questa distinzione fondamentale. Perché il vino continua ad essere il risultato di un territorio e non di una correzione effettuata successivamente in cantina.

    Il basso grado alcolico non significa necessariamente vini più semplici

    Qui probabilmente si gioca la partita più interessante. Esiste ancora un pregiudizio molto diffuso.

    Molti associano automaticamente il minor tenore alcolico ad una minore qualità.

    In realtà la relazione tra alcol e qualità è molto più complessa. L’alcol contribuisce certamente alla struttura, alla morbidezza e alla percezione di volume. Ma è una delle componenti che determinano la complessità di un vino.

    Talvolta una gradazione troppo elevata tende addirittura a comprimere la componente aromatica, amplificando la sensazione pseudocalorica e riducendo la precisione gustativa. Un vino più “leggero” può invece risultare più leggibile e godibili. Naturalmente a una condizione: che le uve non siano immature e sia supportato da un certo equilibrio fra acidità, estratto e sapore. Altrimenti il rischio è produrre vini semplicemente immaturi, scarni e diluiti.

    Ed è proprio questo il punto. La leggerezza non può diventare un obiettivo. Deve essere una conseguenza dell’equilibrio che è sempre più complesso ottenere, a partire dal vigneto.

    orvieto duomo vino

    Il vero patrimonio di Orvieto è il territorio

    L’aspetto che più mi ha colpito durante l’incontro è stato il grande lavoro di caratterizzazione del territorio. Troppo spesso sentiamo parlare genericamente di terroir. Qui, invece, il concetto viene tradotto in elementi concreti Cinque grandi aree pedologiche.

    mappa cartina orvieto doc

    Suoli vulcanici.

    Argille.

    Sabbie.

    Depositi alluvionali.

    Calcari.

    Ognuno con effetti differenti sul comportamento della vite e sul profilo sensoriale dei vini.

    I terreni vulcanici generano vini dalla forte tensione acida e da interessanti sfumature sulfuree e iodate.

    Le sabbie favoriscono eleganza e finezza.

    Le argille costruiscono struttura e volume.

    Gli alluvionali regalano vini fragranti e immediati.

    I calcari aggiungono precisione, acidità e capacità evolutiva.

    suolo versanti orvieto vino

    Questa grande sfaccettatura pedologica rappresenta probabilmente il patrimonio più prezioso della denominazione e, forse, anche quello ancora meno raccontato.

    Non esiste un solo Orvieto DOC

    Il titolo dell’incontro — Pluralità di Anime — sintetizza perfettamente il nuovo approccio.

    Durante la degustazione sono state proposte quattro interpretazioni della denominazione.

    L’Orvieto DOC a basso grado alcolico.

    Il Classico Superiore.

    Una vecchia annata.

    L’Orvieto Muffa Nobile.

    Ed è forse questa la vera novità.

    Non l’introduzione di una nuova tipologia, ma il riconoscimento ufficiale che una grande denominazione possa esprimersi attraverso linguaggi differenti.

    È un concetto che troviamo da sempre i molti areali vitivinicoli del vecchio mondo. Perché dovrebbe farlo Orvieto?

    La Muffa Nobile: un patrimonio da riscoprire

    Tra tutte le anime della denominazione ce n’è una che continuo a ritenere straordinariamente sottovalutata.

    L’Orvieto Muffa Nobile.

    Si tratta di uno dei rarissimi casi nei quali una DOC italiana contempla espressamente questa tipologia nel proprio disciplinare.

    Le particolari condizioni climatiche — nebbie autunnali seguite da pomeriggi asciutti e ventilati — permettono lo sviluppo della Botrytis cinerea nella sua forma nobile, concentrando naturalmente zuccheri, acidità e aromi negli acini.

    In un momento storico nel quale tutti cercano elementi distintivi, questa rappresenta una carta identitaria di enorme valore. Forse ancora troppo poco valorizzata e castrata dall’errato concetto di relagare il servizio di vini “dolci” solo con il dolce e a fine pasto. Scardinare questa concezione tecnicamente sbagliata e anacronistica può dare spazio a questi vini dalla straordinaria complessità e dalla beva inaspettata se ben abbinati e contestualizzati.

    Il tempo continua ad essere un alleato

    Molto significativa anche la scelta di presentare una vecchia annata. È un messaggio preciso.

    Mentre si parla di vini più freschi e meno alcolici, Orvieto ricorda contemporaneamente di possedere anche una notevole capacità evolutiva.

    Il campione 2020 dimostra come la longevità non sia un esercizio nostalgico, ma una caratteristica intrinseca della denominazione, favorita dall’equilibrio tra varietà, suoli e condizioni pedoclimatiche.

    È una doppia identità che considero un punto di forza.

    Perché il vino contemporaneo non coincide necessariamente con il vino destinato ad essere bevuto entro pochi mesi.

    Ascoltare il mercato non significa inseguirlo

    Riccardo Cotarella ha espresso un concetto che condivido e che sintetizzo qui di seguito:

    Se il mercato manifesta una domanda nuova, il mondo della produzione ha il dovere di interrogarsi. Non per inseguire ogni moda. Ma per capire se esista un modo credibile e qualitativamente elevato per rispondere a quell’esigenza. La differenza è sostanziale. Seguire il mercato significa rincorrere. Interpretarlo significa guidarne l’evoluzione. Sono due atteggiamenti profondamente diversi.

    Le mie considerazioni

    La mia percezione riguardo le attività svolte dalla DOC sono positive nonostante avessi una certa diffidenza nei confronti dei “low alcohol”, in quanto ho sempre considerato come necessario avere uve ponderatamente mature per la produzione di vini equilibrati, in base all’obiettivo enologico e di gusto, ovviamente.

    Infatti, non credo che il basso grado alcolico rappresenti la soluzione a tutti i problemi del vino. Non lo è. Il rischio di produrre vini banali esisterà sempre. Così come continueranno ad esistere consumatori alla ricerca di vini importanti, profondi e strutturati. Quello che invece considero molto interessante è il metodo.

    Una denominazione storica ha deciso di affrontare il cambiamento senza rinnegarlo e senza subirlo. Ha scelto di investire nella ricerca tecnica, nello studio del territorio e nella valorizzazione delle proprie diverse anime. In un momento in cui molte DOC sembrano limitarsi a difendere ciò che sono state, Orvieto prova invece a domandarsi cosa potrà diventare.

    E forse è proprio questa la riflessione più importante.

    Le denominazioni non dovrebbero avere paura di evolvere. Dovrebbero avere paura di smettere di farlo.

    Francesco Saverio Russo

    #WineIsSharing

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