Wine Blog

  • “La dose fa il veleno” – Il vino tra modalità di fruizione, salute, cultura e valori

    C’è una frase, attribuita a Paracelso, che attraversa i secoli con una lucidità disarmante: “è la dose che fa il veleno”.

    È una frase che oggi dovremmo recuperare, perché viviamo in un tempo che ama le semplificazioni estreme: o qualcosa è sano, oppure è dannoso. O è da promuovere, oppure da eliminare. Ma la realtà — soprattutto quando si parla di alimentazione — è fatta di equilibrio, non di assoluti.

    Se ci fermiamo a riflettere, ce ne accorgiamo subito. Pensiamo all’olio extravergine d’oliva: un simbolo della dieta mediterranea, straordinario per qualità nutrizionali, eppure estremamente calorico. Oppure al cioccolato fondente, ricco di sostanze benefiche ma tutt’altro che neutro dal punto di vista energetico. La frutta secca, così preziosa per il nostro organismo, spesso contiene quantità molto alte di solfiti, gli stessi che nel vino vengono spesso demonizzati. E il pesce, alimento descritto sovente come più salutare della carne, può accumulare mercurio e microplastiche.

    Per andare nello specifico l’IARC, ha emanato una lista di “alimenti” potenzialmente dannosi, ma il tutto va contestualizzato all’interno di stile di vita e abitudini alimentari, oltre che alla predisposizione individuale. Non è una novità che diete ipercaloriche, ricche di grassi animali, carni rosse e lavorate e povere di fibre, insieme a sedentarietà, sovrappeso, obesità e abuso di alcol, aumentino il rischio oncologico e siano fattori di rischio, da sempre, per l’essere umano. Il problema è che, oggi, la comunicazione veicolata da titoli allarmistici e dallo “sharing” compulsivo attraverso i social network, enfatizza queste notizie fomentando atteggiamenti drastici e tranchant, che non includono riflessioni più ampie e approfondite.

    Per intenderci, gli alimenti più critici:

    • Zuccheri e prodotti raffinati (dolci, snack, pane bianco): favoriscono aumento di peso e obesità, fattori di rischio per diversi tumori.
    • Carni rosse e insaccati: consumi elevati sono associati in modo convincente al tumore del colon-retto.
    • Bibite zuccherate e alcol: contribuiscono all’aumento di peso; l’alcol, in eccesso, è direttamente correlato a diversi tumori.
    • Sale: un consumo eccessivo, soprattutto tramite alimenti conservati, è associato al tumore dello stomaco.

    Anche le modalità di cottura incidono: alte temperature e processi come la brace possono generare sostanze potenzialmente cancerogene.

    E allora? Dovremmo rinunciare a tutto questo? Certo, possiamo farlo, ma se imparassimo semplicemente a gestirne la misura?

    È qui che il vino evidenzia alcune peculiarità che lo rendono più gestibile sotto l’aspetto del consumo nella misura e nel tempo, nonché nella contestualizzazione con il cibo. Perché il vino non è soltanto una bevanda alcolica: è un elemento profondamente radicato nella nostra cultura alimentare. Non nasce per essere consumato in modo compulsivo, ma per accompagnare il cibo, per scandire il tempo del pasto, per stare insieme. E questo non è solo un aspetto “romantico”, bensì una condizione fondamentale dal punto di vista fisiologico, in quanto modo e tempo possono fare una differenza enorme nella capacità del nostro organismo di smaltire l’alcol.

    Il nostro corpo, infatti, non è indifeso di fronte all’alcol. Al contrario, dispone di strumenti molto precisi per metabolizzarlo: due enzimi, l’alcol deidrogenasi (ADH) e l’aldeide deidrogenasi (ALDH), che trasformano progressivamente l’etanolo in sostanze meno tossiche. Ma questo processo ha un limite. Il fegato può smaltire circa 7–10 grammi di alcol all’ora. Non di più.

    Questo significa che non è solo importante quanto si beve, ma come si beve.

    Un superalcolico assunto rapidamente, magari a stomaco vuoto, immette nel corpo una quantità di alcol che supera la capacità immediata di gestione. Il risultato è un accumulo di sostanze tossiche e uno stress metabolico significativo.

    Il vino, invece, per sua natura invita a un ritmo diverso. Ha una gradazione più contenuta, si consuma più lentamente, si inserisce nel pasto. In altre parole, diluisce nel tempo l’assunzione di alcol, permettendo al fegato di fare il suo lavoro in modo più efficace.

    Ma fermarsi a questo sarebbe riduttivo. Perché il vino non è solo biochimica. È, prima di tutto, relazione.

    È il gesto del versare un bicchiere. È il brindisi. È la conversazione che si allunga attorno a un tavolo. È un elemento che unisce, che crea connessioni, che rallenta il tempo in un mondo che corre troppo veloce.

    Bisognerebbe, inoltre, approfondire la “qualità” dell’alcol: l’alcol “buono”, quello presente nel vino e nelle bevande correttamente prodotte, è l’etanolo (alcol etilico), l’unico realmente destinato al consumo umano. In alcuni superalcolici e altre bevande fermentate possono essere presenti altri “alcoli” con un più alto di tossicità per il nostro organismo.

    E poi c’è un altro aspetto, spesso trascurato, ma fondamentale: il vino è anche lavoro.

    Dietro ogni bottiglia ci sono persone. Spesso giovani. Enologi, agronomi, viticoltori, comunicatori. Un intero sistema che negli ultimi anni ha visto una nuova generazione prendere spazio, portando competenze, visione, sensibilità ambientale. In molte aree rurali, la viticoltura rappresenta una possibilità concreta di restare, di investire, di costruire futuro.

    E non è tutto. Perché la viticoltura e i vitivinicoltori non producono solo vino: preservano il paesaggio. Pensiamo alle colline vitate, ai terrazzamenti, ai vigneti che seguono i pendii. Non sono solo belli da vedere. Sono anche strutture vive che: trattengono il suolo, contrastano l’erosione, riducono il rischio di dissesto idrogeologico. In molte zone, senza la presenza della vite, quei territori verrebbero abbandonati, con conseguenze ambientali importanti. E quando la viticoltura è gestita con attenzione, diventa anche un presidio di biodiversità: suoli vivi, insetti utili, equilibrio tra coltivazione e ambiente.

    Tutto questo ci riporta al punto di partenza.

    Il vino non è un’eccezione alle regole della fisiologia. Non è “innocuo”. Ma non è nemmeno necessariamente un problema, se inserito in un contesto corretto. Basti pensare al paradosso francese e alla nostra blue zone in Sardegna, che mettono in risalto quanto l’inserimento del vino all’interno della propria dieta possa coesistere (se non addirittura divenire elemento agevolatore) con il minor rischio di malattie cardiovascolari (nel primo) e una maggior longevità di una specifica popolazione (nel secondo).

    Tornando alla scienza, secondo l’World Health Organization, il rischio legato all’alcol dipende soprattutto dalla quantità e dalle modalità di consumo. Per questo il vino meriterebbe un trattamento diverso da quello riservato alla maggior parte delle bevande alcoliche e, in particolare, ai “superalcolici”, in quanto consente (per quanto non sia scontato e dipenda dall’attitudine del singolo individuo) un approccio consapevole.

    Perché è legato al cibo.
    Perché è legato al tempo.
    Perché è legato alle persone.

    E, forse soprattutto, perché è legato a una cultura che ha sempre fatto della misura un valore.

    Alla fine, tutto torna lì. Alla dose!

    Dal mercurio nel pesce ai solfiti nella frutta secca, fino all’alcol nel vino, il principio non cambia: non è la presenza a fare la differenza, ma l’equilibrio.

    Bere in maniera oculata e ponderata, scegliendo di meglio e di bere insieme. Non è solo una scelta che riguarda la salute, è una forma di civiltà e di rispetto nei confronti di una storia che è intimamente interconnessa a quella dell’essere umano.

    Per questo concludo lasciandovi valutare, come contrappeso alla mole di notizie negative sul vino, una serie di considerazioni e pubblicazioni scientifiche a sostegno di un consumo moderato di vino.

    Premessa: il vino può avere effetti positivi su:

    • sistema cardiovascolare
    • infiammazione e stress ossidativo
    • metabolismo
    • funzione cognitiva
    • microbiota
    • benessere sociale

    Ma solo quando è: misurato, integrato nel pasto e inserito in uno stile di vita equilibrato.

    1. Effetti cardiovascolari (il più documentato)

    Il vino – soprattutto rosso – è ricco di polifenoli (resveratrolo, quercetina, catechine).

    Benefici osservati:

    • Aumento del colesterolo HDL (“buono”)
    • Riduzione dell’ossidazione LDL
    • Miglioramento della funzione endoteliale
    • Effetto antinfiammatorio

    Studi chiave:

    • Seven Countries Study → evidenzia il ruolo della dieta mediterranea (vino incluso) nella riduzione delle malattie cardiovascolari
    • PREDIMED Study (Estruch et al., NEJM, 2013) → dieta mediterranea con consumo moderato di vino associata a riduzione eventi cardiovascolari
    • French Paradox → bassa incidenza di malattie coronariche nonostante dieta ricca di grassi

    Nota: l’effetto è osservato solo con un consumo moderato e nel contesto della dieta mediterranea.

    2. Azione antiossidante e anti-infiammatoria

    I polifenoli del vino contrastano lo stress ossidativo, coinvolto in:

    • invecchiamento cellulare
    • aterosclerosi
    • malattie croniche

    Evidenze:

    • Renaud and de Lorgeril 1992 Lancet study → associazione tra consumo moderato di vino e minore mortalità cardiovascolare
    • Studi su resveratrolo (Baur & Sinclair, Nature Reviews Drug Discovery, 2006)

    Il vino agisce come “veicolo alimentare” di queste molecole bioattive.

    3. Effetti neuroprotettivi

    Alcuni studi suggeriscono che un consumo moderato possa:

    • ridurre il rischio di declino cognitivo
    • avere effetti protettivi su Alzheimer e demenze

    Studi:

    • PAQUID Study → minore incidenza di demenza nei bevitori moderati
    • Letenneur et al., Neurology (1993)

    Possibile ruolo combinato di:

    • polifenoli
    • miglioramento della circolazione cerebrale

    4. Metabolismo e diabete

    Consumo moderato associato a:

    • miglior sensibilità insulinica
    • minor rischio di diabete tipo 2

    Studio:

    • CASCADE Trial (Gepner et al., Annals of Internal Medicine, 2015)

    Risultati:

    • vino rosso → miglioramento profilo lipidico
    • entrambi (rosso e bianco) → effetti metabolici positivi in moderazione

    5. Ruolo digestivo e nel contesto del pasto

    Il vino:

    • stimola la secrezione gastrica
    • può favorire la digestione
    • rallenta l’assunzione calorica grazie al contesto conviviale

    Evidenze indirette legate a:

    • studi su dieta mediterranea
    • modelli comportamentali alimentari

    Qui il beneficio è più legato al contesto culturale e alle modalità di fruizione.

    6. Effetti sul microbiota intestinale

    I polifenoli del vino:

    • modulano positivamente la flora intestinale
    • aumentano batteri benefici (es. Bifidobacterium)

    Studio:

    • Moreno-Indias et al., American Journal of Clinical Nutrition (2016)

    7. Dimensione sociale e psicologica (spesso sottovalutata)

    Non è solo biochimica:

    • riduzione dello stress (in contesto conviviale)
    • rafforzamento delle relazioni sociali
    • miglioramento del benessere percepito

    Studi su:

    • “social drinking” e benessere (Dunbar et al., Adaptive Human Behavior and Physiology, 2017)

    Punto fondamentale

    Tutti questi benefici sono osservati in condizioni precise:

    ✔ consumo moderato
    ✔ durante i pasti
    ✔ all’interno di uno stile di vita sano

    World Health Organization → sottolinea che il rischio dipende da dose e modalità (e dalla qualità, aggiungerei…)

    Va da sé che questo articolo non vuole essere un incitamento a bere vino in maniera compulsiva e sottovalutando le conseguenze dell’alcol sul nostro organismo, ma è un mero tentativo di offrire strumenti utili a una valutazione meno condizionata da allarmismi, talvolta eccessivi, veicolati dai detrattori di un elemento della nostra cultura che, a prescindere dalle nostre scelte, dovrebbe essere tutelato semplicemente illustrandone valori e qualità dalla vigna al bicchiere, ricordando che – a differenza della maggior parte delle altre bevande alcoliche – il vino è strettamente legato alla cultura, al paesaggio, alla vita di noi italiani e non solo e, per questo, merita un minor accanimento e una narrazione più equilibrata.

    F.S.R.

    #WineIsSharing

  • Nasce la Mappa del Mandrolisai – Una nuova narrazione grafica dell’areale del centro Sardegna che trasforma l’arte dei “Murales” in strumento enoico contemporaneo

    Il mondo del vino è fatto di mappe e cartine, ma spesso questi strumenti grafici confondono ancor più che accompagnare alla scoperta di un territorio. Ci sono mappe, dunque, che servono a definire confini, cru, parcelle, zone e mappe che, invece, chiedono di essere attraversate, aiutandoci ad orientarci e ad andare oltre la mera enografia.

    La nuova mappa del Mandrolisai nasce proprio da questa seconda intenzione: non essere soltanto un apparato geografico, ma un racconto visivo. Una rappresentazione grafica che invita a fermarsi, osservare, leggere, scoprire. Di sguardo in sguardo, di centimetro in centimetro. Come accade davanti a un murale, a un paesaggio, a un monumento, a un’opera d’arte e, ancor più, a un vigneto che conserva memoria e la restituisce in maniera soggettiva, in base alla sensibilità dell’osservatore. La mappa non si esaurisce in una prima visione: chiede tempo, attenzione, prossimità.

    È un modo diverso per orientarsi, certo. Ma è soprattutto un invito ad approfondire ciò che spesso resta nascosto nella biodiversità integrale fatta di boschi e colline, vigne e pascoli e nella storia narrata da chiese e nuraghi; fra le pieghe di un territorio che non ama semplificarsi e che, proprio per questo, ha bisogno di essere raccontato attraverso più linguaggi.

    La prima interpretazione grafica del Mandrolisai è stata realizzata grazie allo sguardo e alla mano di Mauro Patta, artista e muralista originario di Atzara, tra le voci più riconoscibili del muralismo contemporaneo sardo. Patta si definisce “un ponte tra il muralismo classico sardo e la street art contemporanea”, con l’obiettivo di far riaffiorare le radici dei luoghi, stimolare la memoria degli anziani, avvicinare i giovani alla propria storia e offrire ai visitatori una chiave di lettura delle tradizioni locali. La sua vicenda artistica nasce anche da un ritorno: dopo gli studi e l’esperienza a Firenze, dove ha lavorato come pittore di porcellana alla Richard Ginori/Gucci Richard-Ginori, Patta è rientrato in Sardegna per portare la propria arte nei paesi, sui muri, dentro i paesaggi della sua isola.

    “Abbiamo voluto raccontare il Mandrolisai come un territorio da esplorare: una mappa illustrata che intreccia la nostra vocazione viticola con il patrimonio storico e paesaggistico, e invita chi la osserva a scoprirne tutti i segreti.” M. Patta

    Per questo la sua presenza nel progetto non è accessoria. La mappa del Mandrolisai non è pensata come un’elaborazione fredda, tecnica, puramente funzionale. È piuttosto un gesto di restituzione: un territorio che si guarda, si riconosce e prova a raccontarsi attraverso segni, colori, relazioni, pieni e vuoti. Il tratto grafico diventa così una forma di narrazione identitaria, capace di tenere insieme natura e presenza umana, paesaggio e lavoro, memoria e contemporaneità.

    Un territorio antico che apre un nuovo capitolo

    Il Mandrolisai è un territorio antico, ma oggi vive una fase nuova. Il Consorzio Vini Mandrolisai è stato fondato il 5 febbraio 2024 a Sorgono, con 18 soci tra cantine e viticoltori, e nasce con obiettivi chiari: valorizzare la DOC Mandrolisai, promuovere il marchio territoriale in Italia e all’estero, coordinare il lavoro tecnico e comunicativo dei produttori, stimolare il recupero e la salvaguardia dei vigneti storici e dell’alberello tradizionale, favorire la formazione interna aperta ai consorziati. Nella presentazione del Consorzio emerge una definizione significativa: “non un semplice consorzio, ma una comunità del vino nel cuore dell’isola”.

    Questa idea di comunità è fondamentale per comprendere il senso della mappa. Non una carta muta, ma una trama. Non un elenco di luoghi, ma una relazione fra luoghi. Il Mandrolisai non si lascia raccontare soltanto attraverso confini amministrativi o dati agronomici: va letto come un sistema vivo, dove ogni paese, ogni vigna, ogni bosco, ogni pascolo e ogni testimonianza archeologica partecipa a un’identità collettiva.

    L’areale della DOC interessa le province di Nuoro e Oristano e comprende comuni come Atzara, Meana Sardo, Sorgono, Ortueri, Desulo, Tonara e Samugheo. È una Sardegna interna, montana, centrale, lontana dagli stereotipi costieri e proprio per questo profondamente mediterranea nella sua essenza più arcaica. Le altitudini si collocano indicativamente fra i 300 e i 750 metri sul livello del mare, con vigneti presenti anche a quote superiori; i suoli derivano dal disfacimento di graniti e scisti, sono sabbiosi, sciolti, ben strutturati e acidi, ma poveri di azoto e fosforo; il clima è continentale, segnato da forti escursioni termiche.

    “Una viticoltura di montagna nel cuore del Mediterraneo”. In questa apparente tensione — montagna e Mediterraneo, severità e luce, isolamento e apertura — si colloca gran parte del fascino del Mandrolisai.

    La mappa come paesaggio narrativo

    Guardare la nuova mappa significa entrare in un racconto stratificato. Il contesto naturale si interseca con quello antropizzato senza prevaricazioni: boschi, macchia mediterranea, pascoli, vigne, muretti a secco, paesi, chiese, nuraghi e segni del lavoro umano compongono un insieme in cui la presenza dell’uomo non cancella il paesaggio, ma lo interpreta.

    È qui che la mappa diventa più di una mappa. Diventa racconto grafico territoriale.

    Ogni elemento può essere letto come una soglia: il bosco che protegge, la collina che apre lo sguardo, il vigneto che testimonia continuità, il pascolo che ricorda la natura policolturale dell’area, il nuraghe che rimanda a una profondità storica millenaria, la chiesa che segna il legame fra comunità e spiritualità, il paese che custodisce nomi, volti, famiglie, memorie.

    Il Mandrolisai, infatti, non è un territorio viticolo nato da una specializzazione recente. È un paesaggio agricolo complesso, dove la vite convive storicamente con cereali, orti, frutteti, pascoli arborati, querce, filiere della legna e del sughero. Non a caso è inserito nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici curato dal Masaf, che ne ha riconosciuto il valore di agricoltura policolturale e multifunzionale.

    La mappa, allora, non si limita a indicare dove siamo. Suggerisce come guardare. Invita a riconoscere la complessità di un paesaggio che non è scenografia, ma organismo. Un paesaggio in cui biodiversità, agricoltura, architettura rurale, storia e vita quotidiana sono parti di una stessa grammatica.

    Mappa che si va ad aggiungere, nel percorso di rinnovamento della narrazione grafica, al logo da poco presentato dal Consorzio Vini Mandrolisai.

    logo consorzio mandrolisai

    Biodiversità tangibile, non millantata

    Nel Mandrolisai la biodiversità non è uno slogan. È una condizione concreta.

    I vigneti sono spesso circondati da boschi, macchia mediterranea, pascoli e muretti a secco, elementi che favoriscono la biodiversità naturale e la resilienza climatica. Molte vigne sono vecchie o centenarie, talvolta a piede franco, frutto di generazioni di vignaioli che hanno conservato biotipi ed ecotipi locali adattati alla peculiare pedologia e ai diversi microclimi del territorio.

    Questa biodiversità si esprime anche nella forma dei vigneti: alberelli tradizionali, spalliere basse, impianti promiscui, varietà coplantate. L’età media delle vigne è spesso compresa fra 50 e 60 anni, con picchi ben oltre il secolo; gli alberelli a piede franco sono talvolta propagati per propaggine, segno di una continuità agricola che precede la logica della standardizzazione.

    La mappa restituisce questa idea di pluralità. Non un territorio ordinato secondo una geometria industriale, ma un mosaico. Un mosaico vivo, dove la frammentazione non è debolezza, bensì ricchezza: micro-parcelle, differenze altimetriche, esposizioni, suoli, boschi, radure, coltivi, pascoli. Tutto concorre a costruire una riconoscibilità che nasce dalla diversità.

    Tre anime varietali, una sola identità

    Anche il vino del Mandrolisai è figlio di una logica corale. La DOC prevede tre tipologie — Mandrolisai Rosso, Mandrolisai Rosso Superiore e Mandrolisai Rosato — e una base ampelografica fondata su Bovale Sardo, localmente Muristellu, Cannonau e Monica, con la possibilità di una piccola quota di altri vitigni a bacca nera locali.

    Ma ciò che conta, oltre al dato disciplinare, è il significato culturale dell’uvaggio. La presentazione lo definisce “elogio della complementarità varietale e della saggezza contadina”: il Bovale Sardo porta struttura, tannino e longevità; il Cannonau calore, frutto e rotondità; la Monica finezza, florealità ed equilibrio.

    L’uvaggio del Mandrolisai, si legge ancora, “non nasce in cantina, ma in vigna”: è un mosaico varietale frutto di secoli di selezione contadina, con risvolti epigenetici e una capacità di adattamento ai cambiamenti climatici in atto.

    Questa frase potrebbe essere una chiave di lettura anche per la mappa. Perché, come il vino, anche il territorio non nasce da un’unica matrice. Nasce dall’incontro di elementi diversi che trovano equilibrio: varietà, altitudini, microclimi, paesi, pratiche agricole, generazioni.

    Un paesaggio dove l’uomo non domina, custodisce

    Uno degli aspetti più interessanti del Mandrolisai contemporaneo è la capacità di far convivere sistemi di coltura storici e impianti più moderni, calibrati sulle esigenze pedoclimatiche attuali. Le nuove generazioni di viticoltori e produttori stanno integrando tradizione e prospettiva, con un profondo rispetto per l’integrità del contesto e per la tutela dell’identità dell’areale.

    Nella presentazione si parla di un adattamento antropologico — agronomico ed enologico — che segue quello epigenetico dei biotipi e degli ecotipi locali. È un passaggio importante: il Mandrolisai non è immobile. Non vive di nostalgia. La sua forza sta piuttosto nella capacità di rinnovare una storia antica senza snaturarla.

    La nuova generazione di vignaioli rappresenta un ritorno alla terra e alla comunità. Alla storia e alla tradizione locali si integra una visione contemporanea e prospettica, in una coesistenza generazionale che sta già producendo esiti positivi in vigna e in cantina.

    La mappa si inserisce in questa stessa dinamica. È un oggetto contemporaneo che racconta un territorio antico. Usa un linguaggio grafico attuale, ma non tradisce la profondità del luogo. Anzi, la rende più accessibile. La trasforma in esperienza visiva, in invito, in soglia narrativa.

    Fare vino qui è un atto culturale

    Il Mandrolisai è un territorio che non si piega alle mode, ma segue la propria storia: vigne e varietà storiche, complementarità varietale, paesaggio biodiverso ancora integro. Il vino, qui, non è soltanto prodotto, ma linguaggio condiviso: famiglie, vignaioli e paesi sono intrecciati in una trama collettiva. In un ambiente severo e montano, la viticoltura è resistenza e orgoglio; mantenere viva la terra significa custodire un patrimonio umano e ambientale.

    “Fare vino qui è un atto culturale prima che produttivo.”

    La nuova mappa del Mandrolisai nasce da questa consapevolezza. Non vuole soltanto mostrare un territorio: vuole renderlo leggibile nella sua complessità. Vuole dire che dietro ogni vigna c’è un paesaggio, dietro ogni paesaggio una comunità, dietro ogni comunità una memoria, dietro ogni memoria una responsabilità.

    È una mappa da osservare lentamente, come si osserva un’opera murale. Una mappa che non chiude il racconto, ma lo apre. Che non pretende di spiegare tutto, ma suggerisce percorsi, connessioni, dettagli. Che invita chi la guarda a entrare nel Mandrolisai non come turista distratto, ma come lettore attento.

    Perché alcuni territori non si attraversano soltanto con una strada. Si attraversano con lo sguardo. E, se lo sguardo è disposto a indugiare, il Mandrolisai comincia a raccontare.

    Per questo, che siate operatori intenzionati ad approfondire l’enografia del Mandrolisai, o appassionati in procinto di pianificare il vostro prossimo viaggio in Sardegna, questa mappa è un invito a visitare il territorio, a conoscerne vigneti e contesti nei quali essi sono inseriti, ma ancor più a incontrare i vignaioli e i loro vini, certamente capaci di accompagnarvi in un viaggio che andrà ben oltre i confini di un’immagine.

    Francesco Saverio Russo

    #WineIsSharing

  • Marsala DOC, finalmente arriva la zonazione! Le UGA riportano il territorio al centro della denominazione

    Si dice che la tradizione sia un’innovazione che ce l’ha fatta, un’intuizione che è riuscita a divenire prassi comune. Beh, la storia del Marsala rispecchia molto questo assunto, eppure il futuro passa necessariamente da un ritorno alle origini. Per il Marsala DOC quel momento sembra essere arrivato. Dopo decenni in cui questo grande vino mediterraneo è stato spesso raccontato più attraverso le sue categorie produttive, il suo uso gastronomico o la sua memoria commerciale che non attraverso la complessità dei suoi paesaggi vitati, la denominazione compie oggi un passo che può rivelarsi decisivo: l’avvio dell’iter per il riconoscimento delle UGA, le Unità Geografiche Aggiuntive e, quindi, di una zonazione che andrà a qualificare ancora di più la narrazione del vino all’interno del suo contesto territoriale.

    Non si tratta soltanto di una modifica tecnica del disciplinare, ma di un cambio di prospettiva culturale. Parlare di UGA significa riportare al centro la terra, i vigneti, i venti, le altitudini, i suoli, la luce, la prossimità al mare e quella stratificazione agricola e umana che ha reso il Marsala uno dei vini più identitari del Mediterraneo. Significa, soprattutto, provare a restituire profondità territoriale a una denominazione che ha alle spalle una storia lunga, gloriosa, complessa e, in tempi più recenti, anche segnata dalla necessità di ridefinire il proprio ruolo nel mercato e nell’immaginario dei consumatori.

    L’Assemblea annuale dei soci erga omnes del Consorzio Vino Marsala, riunita il 29 aprile presso Cantine Pellegrino, ha ratificato l’istituzione delle UGA e avviato formalmente il percorso per il riconoscimento presso Regione Siciliana, Ministero dell’Agricoltura e Commissione Europea. Una decisione condivisa dall’intera filiera — viticoltori, cantine e imbottigliatori — che chiude il triennio consortile e apre una nuova fase strategica per la denominazione.

    Le quattro aree individuate dallo studio tecnico-scientifico alla base del progetto sono Stagnone, Altopiano dei Bagli, Triglia e San Nicola. Quattro areali omogenei, definiti attraverso un’analisi multifattoriale che ha integrato georeferenziazione dei vigneti, dati climatici, pedologici e orografici. Una mappatura che punta a trasformare la conoscenza storica e intuitiva del territorio in uno strumento leggibile, misurabile e comunicabile.

    mappa zonazione uga marsala

    Dal vino “perpetuo” al grande vino mediterraneo

    Per comprendere la portata di questo passaggio bisogna guardare alla storia del Marsala. La sua vicenda moderna viene tradizionalmente fatta risalire al 1773, quando il mercante inglese John Woodhouse approdò a Marsala e conobbe il vino locale, spesso indicato come “perpetuum”, un vino robusto e ossidativo, affinato in legno e legato a pratiche tradizionali del territorio. Woodhouse ne intuì il potenziale commerciale, soprattutto in relazione al gusto britannico dell’epoca per vini fortificati come Porto, Madeira e Sherry, e iniziò a esportarlo verso l’Inghilterra dopo averlo addizionato con alcol per garantirne la stabilità durante il viaggio.

    Da quel momento il Marsala divenne uno dei grandi vini da commercio del Mediterraneo, capace di dialogare con i mercati internazionali e di costruire attorno a sé un’economia, una cultura produttiva e un paesaggio. La sua storia non è soltanto quella di un vino liquoroso, ma quella di un territorio che ha saputo trasformare una pratica agricola locale in un prodotto riconoscibile nel mondo.

    Il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata arrivò nel 1969, facendo del Marsala una delle DOC storiche del vino italiano e siciliano. Il Consorzio, fondato nei primi anni Sessanta, è a sua volta tra le realtà consortili più antiche del Paese, nato con l’obiettivo di tutelare e promuovere un vino già allora fortemente esposto al rischio di imitazioni, banalizzazioni e usi impropri del nome.

    Una denominazione che vuole superare la percezione di omogeneità

    Il Marsala, nel tempo, ha pagato anche il peso della propria notorietà. Da vino di prestigio internazionale è stato spesso ridotto, nella percezione comune, a ingrediente da cucina o a prodotto da consumo occasionale, perdendo progressivamente centralità nel racconto del vino contemporaneo. Eppure, dietro la parola “Marsala” esiste un universo molto più articolato: vitigni, pratiche di cantina, tempi di affinamento, categorie produttive, interpretazioni secche, semisecche e dolci, versioni Fine, Superiore, Vergine “Soleras”, riserve, lunghi invecchiamenti e singoli tini.

    A questa complessità stilistica, oggi, il Consorzio intende affiancare una più chiara lettura territoriale e zonale. Le UGA rappresentano infatti un passaggio da una denominazione percepita come sostanzialmente omogenea a un sistema articolato, in cui le differenze tra areali diventano parte integrante del valore del vino.

    È questo il punto più interessante della scelta consortile: non limitarsi a rilanciare il Marsala attraverso la leva della storia, ma usare la storia come base per costruire un linguaggio nuovo. Il Marsala non viene presentato soltanto come un grande vino del passato, ma come una denominazione capace di interpretare il presente e di dotarsi di strumenti contemporanei per competere sui mercati, come una zonazione.

    Le quattro UGA: Stagnone, Altopiano dei Bagli, Triglia e San Nicola

    Lo studio elaborato da Panagri ha individuato quattro areali: Stagnone, Altopiano dei Bagli, Triglia e San Nicola. La suddivisione nasce da una lettura integrata di clima, suoli, altitudine, esposizione, ventosità e sviluppo della vite. Non una zonazione nominale, dunque, ma un tentativo di dare forma scientifica a differenze già presenti nella pratica agricola e nella memoria produttiva locale.

    «Abbiamo lavorato con lo studio elaborato da Panagri su basi scientifiche solide, mettendo in relazione clima, suoli, altitudine, esposizione, ventosità e sviluppo della vite», sottolinea Carlo Alberto Panont. «Le UGA nascono da una lettura reale del territorio e rappresentano uno strumento operativo per costruire valore nel tempo. Significa passare da una conoscenza implicita a una conoscenza misurabile, capace di sostenere qualità, identità e riconoscibilità».

    Il progetto era già stato presentato durante Vinitaly 2026 ed entra ora nella fase operativa, con l’obiettivo di arrivare all’inserimento ufficiale delle UGA nel disciplinare di produzione. Anche la Regione Siciliana, negli ultimi anni, ha reso noto l’avvio di procedimenti legati alla modifica del disciplinare della DOC Marsala, a conferma di una fase di revisione e aggiornamento istituzionale della denominazione.

    Renda: «Ampliare gli spazi di consumo e riportare il Marsala nei linguaggi contemporanei»

    La ratifica delle UGA arriva in un momento in cui il Consorzio sta lavorando anche sul riposizionamento comunicativo e commerciale del Marsala. Il tema non è secondario: una denominazione storica, per tornare a essere desiderabile, deve saper parlare a pubblici diversi senza perdere autorevolezza.

    «L’assemblea ha espresso una volontà chiara e condivisa», afferma Benedetto Renda. «Con la ratifica delle UGA avviamo un percorso istituzionale che rafforza l’identità del Marsala e ne apre una nuova prospettiva sui mercati. Dobbiamo ampliare gli spazi di consumo, intercettare nuovi pubblici e riportare il Marsala dentro i linguaggi contemporanei, anche attraverso il mondo della mixology e dei cocktails, dove può esprimere una versatilità straordinaria e una forte riconoscibilità internazionale».

    Il riferimento alla mixology è particolarmente significativo. In un’epoca in cui vermouth, sherry, madeira e vini ossidativi stanno ritrovando spazio nei cocktail bar di qualità, il Marsala può giocare una partita importante. Non come semplice ingrediente dolce o aromatico, ma come vino complesso, stratificato, capace di portare nel bicchiere note saline, ossidative, speziate, agrumate, caramellate, iodate e mediterranee. Un patrimonio sensoriale che, se comunicato correttamente, può intercettare sia il mondo dell’alta miscelazione sia quello della gastronomia contemporanea.

    Non vi nego che, a mio parere, un’altra grande opportunità è rappresentata dallo stimolare abbinamenti al calice meno consueti, partendo dall’alta ristorazione e andando a emancipare e svincolare il Marsala dal mero fine pasto e dagli abbinamenti con “il dolce”, lavorando su contestualizzazioni differenti e su associazioni in contrasto che vadano ad esaltare piatto e sorso in maniera equilibrata ma, sempre, memorabile. Il Marsala può e deve essere un elemento capace di indurre sorpresa (positiva) nel cliente, ergo uno strumento utilissimo ai sommelier per variare la propria proposta e cambiare ritmo ai propri percorsi di degustazione “by the glass”.

    Magnisi: «Definire gli areali significa costruire destinazione»

    Accanto al tema del mercato c’è quello dell’enoturismo. Le UGA non servono solo a differenziare i vini in etichetta, ma possono diventare anche una chiave per raccontare il territorio ai visitatori. Dare un nome agli areali significa creare percorsi, costruire narrazioni, orientare esperienze, valorizzare paesaggi e comunità.

    «Con questo passaggio si riparte dalla terra», evidenzia Roberto Magnisi. «Le UGA ci consentono di restituire al Marsala il suo paesaggio, la sua dimensione agricola e comunitaria. È un progetto che ha anche una forte implicazione sul piano dell’enoturismo: definire gli areali significa costruire destinazione, creare relazione, generare esperienza. E poi c’è il tempo, il grande patrimonio del Marsala: un tempo lungo, custodito nelle cantine di affinamento, un heritage piantumato che oggi torna ad essere valore identitario e leva di sviluppo».

    Il concetto di “tempo” è forse uno dei più potenti nel racconto del Marsala. Pochi vini italiani possono vantare una relazione così profonda con l’attesa, l’ossidazione controllata, l’affinamento, la memoria delle botti, la stratificazione delle annate e la lunga durata. In un mercato spesso dominato dall’immediatezza, il Marsala può tornare a distinguersi proprio per la sua capacità di rappresentare un’altra idea di vino: lenta, profonda, mediterranea, patrimoniale.

    Il rinnovo del CdA e la continuità del progetto

    Nel corso dell’assemblea, i soci del Consorzio Vino Marsala hanno inoltre rinnovato all’unanimità il Consiglio di amministrazione per il triennio 2026-2029, confermando integralmente i componenti uscenti: Benedetto Renda, Roberto Magnisi, Orazio Lombardo, Francesco Intorcia e Giuseppe Figlioli.

    La conferma del CdA indica una volontà di continuità rispetto al percorso avviato negli ultimi anni. Dopo una fase complessa per la rappresentanza consortile e per la percezione stessa della denominazione, il Marsala sembra oggi cercare una nuova compattezza di filiera. Secondo ricostruzioni recenti, il rilancio del Consorzio ha visto il coinvolgimento di un nucleo significativo di produttori locali e cantine storiche, in un quadro di rinnovata attenzione verso governance, tutela e valorizzazione.

    Una nuova grammatica per un vino antico

    L’istituzione delle UGA non risolverà da sola tutte le sfide del Marsala. Serviranno coerenza produttiva, comunicazione chiara, investimenti, formazione del trade, presenza nei mercati giusti, capacità di dialogare con ristorazione, mixology, turismo e consumatori evoluti. Ma il passaggio è importante perché introduce una nuova grammatica.

    Il Marsala non è più soltanto “il” Marsala. Può diventare un insieme di luoghi, paesaggi e interpretazioni. Può tornare a essere letto non solo per colore, grado zuccherino, categoria e tempo di affinamento, ma anche per provenienza. In questo senso, le UGA rappresentano una forma di restituzione: al vino, al territorio, ai produttori e a una storia che merita di essere raccontata con maggiore precisione.

    Il futuro del Marsala passa dalla capacità di tenere insieme tre dimensioni: la memoria storica, la profondità territoriale e la contemporaneità dei consumi. Se queste tre direttrici sapranno procedere insieme, il via libera alle UGA potrà essere ricordato come uno dei passaggi più significativi della recente storia della denominazione.

    Francesco Saverio Russo

    #WineIsSharing

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