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  • Nelle vigne del Nord-Ovest Sardegna spira un vento nuovo, oltre al Maestrale! Vignaioli di Romangia, Coros e Nurra si uniscono per valorizzare le proprie diversità

    Il mio ultimo tour enoico per vigneti e cantine di Sardegna si è concluso in un macro areale che include singolarità tanto diverse fra loro quanto legate da alcuni comuni denominatori. Parlo del Nord Ovest Sardegna, area in cui insistono territorio quali la Romangia, il Coros e la Nurra. E’ da questi territori che proviene un manipolo di giovani vignaioli uniti dalla volontà di valorizzare le proprie identità attraverso una comunicazione corale, coesa e coordinata basata sul confronto interno ed esterno e su una visione prospettica fondamentale per mettere in risalto le peculiarità dei loro vigneti, varietali, vini e piccole cantine.

    areali vino nord ovest sardegna

    Più precisamente il gruppo di vignaioli, agronomi ed enologi uniti dalla volontà di attirare l’attenzione dell’enosfera sulle principali aree vitivinicole del Nord-Ovest Sardegna, è così composto:

    Mario Bagella – Montizzeddu (Sorso/Romangia)

    Leo Conti – Piani di Lu Forru (Sorso/Romangia) e Zighera (Sennori/Romangia)

    Giulio Rùiu – Badde Porcheddu (Sennori/Romangia)

    Antonio Ogana – Oridda (Sennori/Romangia)

    Gavino Delogu – Monte Oro (Usini/Coros)

    Luca Mercenaro – Ruinas (Usini/Coros)

    Gian Piero Saccu – Baratz (Alghero/Nurra)

    Coros – Usini

    Partiamo dal Coros, che ricade nell’area a sud della città di Sassari, con un’alternanza da est ad ovest di di rilievi metamorfici più bassi e dolci (paleozoico) seguiti da irte colline, con stratificazioni di calcare e pietra dolomia (Mesozoico). Ideale “capitale” enoica del Corso è Usini, terra di vigne e di ulivi, capace di divenire, dagli anni ’70 a oggi, la vera culla del Cagnulari, vitigno storico dell’area che rischiava di essere perduto definitivamente. Pur essendo presente anche nei vigneti di Ossi, Tissi, Uri, Ittiri, Sorso, Torralba e Alghero (ne troviamo traccia anche nel Mandrolisai e in altri areali), è proprio Usini il centro nevralgico della coltivazione e della valorizzazione di una varietà dalle origini ancora incerte (la più accreditata è quella che lo vedrebbe arrivare dalla Spagna) ma che, prima del drammatico avvento della fillossera a fine ‘800, rappresentava un vanto per l’intero territorio sia per la rinomata produzione locale che per l’esportazione come vino da taglio (con rese contenute è in grado di raggiungere alta gradazione alcolica e intensa colorazione e notevole concentrazione polifenolica, doti ideali per i vini da taglio dell’epoca che dovevano “arricchire” in struttura e colore i vini del nord) in Francia. Accanto al Cagnulari e, ovviamente al Cannonau, in questa zona si coltiva da tempo anche il Vermentino che, a mio modo di vedere, rappresenta un’ottima espressione di una terra che induce un’identità differente da quella di altri noti areali a trazione bianchista. Vini con uno spettro olfattivo tendenzialmente più spostato sul fiore che sul frutto, con note di macchia mediterranea ben evidenti che fanno da preludio a un sorso integro ma di buon nerbo acido e decisamente sapido nel finale.

    A testimonianza di ciò ci sono i vini delle due realtà locali che ho avuto modo di incontrare lungo il mio cammino: Gavino Delogu e Carpante.

    Una novità per me la cantina dell’abile e lungimirante viticoltore Gavino Delogu che, a Usini, fonda la sua cantina nel 2016, attingendo ai vigneti di famiglia in un’armonica alternanza fra vecchi e nuovi impianti gestiti con grande cura e rispetto. Gavino, coadiuvato dal giovane enologo Pier Michele Chessa, Due i vini degustati, già sul mercato, Prima Stella e Ultima Stella. Il primo è un Vermentino Doc Sardegna 2021 fresco, fiero della sua aromaticità coerente con varietale e territorio, spinta sul fiore e sulla componente mediterranea e meno sul frutto; sorso ampio in ingresso, di buona grassezza ma in grado di tendersi e distendersi con agilità; chiude con buona spinta sapida. Il secondo non poteva che essere un Cagnulari Alghero Doc 2020 intenso, ricco ma ben bilanciato fra frutto, fiore, spezia e sottobosco; sorso integro, materico e sfaccettato, di buona profondità e con una trama tannica ben definita. Due vini ben concepiti, espressioni fedeli di un grande e attento lavoro in vigna, apprezzabile anche in un’annata complessa come quella di quest’anno. Sarà interessante valutare le sperimentazioni future sia con questi due varietali che con il Cannonau.
    Passiamo ora alla seconda realtà di Usini e del Coros, ovvero l’azienda Carpante, di cui ho già avuto modo di scrivere in passato. Carpante coltiva con attenzione e rispetto quasi tutti i varietali storici di Sardegna, dal Cagnulari, come già detto, al Cannonau, passando per il Carignano ed il Vermentino, con piccole produzioni di Bovale e Pascale, con l’obiettivo di offrire una produzione capace di offrire un ventaglio ampio di interpretazioni territoriali che abbiano come traduttore ciascun varietale impiantato nella parcella a esso più consona.

    Tra i vini che ho avuto modo di assaggiare in questa occasione segnalo il Vermentino di Sardegna Doc Frinas 2021, un vino di luce, energia, nerbo e grande lunghezza sapida e il Cagnulari Isola dei Nuraghi Rosso Igt 2020 scuro nel frutto e fresco nel fiore, spezia e sottobosco, mirto e menta, materia e sostenuta acidità ne compongono il complesso spettro organolettico.

    Nurra – Baratz/Alghero

    Riguardo la Nurra, che gode di una sua IGP, prendiamo in esame l’intero territorio dei comuni di Alghero, Ittiri, Olmedo, Ossi, Porto Torres, Sassari, Stintino, Tissi, Uri e Usini, in provincia di Sassari. Come esempio della viticoltura di quest’area ho potuto incontrare una piccola, giovane e virtuosa realtà: Podere 45. L’azienda di famiglia, guidata dal talentuoso enologo Gian Piero Saccu, vede i propri ca. 2ha di vigna situati nell’area di bonifica dell’agro di Alghero, a 2km dal mare. La pedologia della Nurra algherese è di matrice argilloso-calcareo-sabbiosa con proporzioni che cangianti di parcella in parcella, anche in maniera molto repentina.

    Qui i 3 fratelli Saccu stanno cercando di dare nuova linfa vitale alle terre e ai vigneti di famiglia puntando tutto su Vermentino e Cagnulari (almeno per ora) e producendo vini di grande identità e personalità, nel rispetto della tradizione ma senza timore di sperimentare e interpretare i frutti di questo areale in maniera più consapevole e contemporanea, sia in termini agronomici che enologici.

    Podere 45 produce un Vermentino di Sardegna Doc 2021 armonico nei toni varietali, frutta bianca, fiori gialli, lievi accenni agrumati e tropicali su uno sfondo minerale; sorso agile e scattante, con buona consistenza nel centro bocca e decisa spinta salina in chiusura. Buon bilanciamento fra struttura e acidità. Poi c’è l’Anteprima, un Cagnulari che mantiene l’intensità di frutto e spezia olfattiva del varietale ma vuole portare nel calice un’interpretazione più agile e saporita, più consona alle terre in cui è allevato in quest’area. Sorso vibrante, ben dosato in materia, tannini soft e gustoso finale fra ferro e sale. Una visione del Cagnulari che apprezzo molto, in quanto aderente al territorio e scevra delle “aspettative” varietali di chi ha una visione di tali vini monotematica, condizionata dalle produzioni dell’areale di riferimento.

    Romangia – Sorso e Sennori

    All’appello manca l’areale storico della Romangia, una delle principali aree vitivinicole in Sardegna.

    Siamo, ovviamente, nella parte Nord-Occidentale dell’isola, dove la formazione dei substrati pedologici abbraccia un arco di tempo compreso fra il Miocene e l’Olocene. Una morfologia affascinante e cangiante, che vanta una conformazione ad anfiteatro delle colline che guardano il mare a nord e degradano in maniera garbata verso la costa, salvo dove il profilo del versante viene interrotto dall’affioramento di caratteristiche testate di strati rocciosi, più resistenti all’erosione, che proteggono le formazioni sottostanti. Una zona vitivinicola che abbraccia la quasi tutta la Costa Occidentale e va dalla Marina di Sorso alle Colline di Sennori.

    I suoli spaziano da quelli a matrice calcarea e marnosa, con tessitura da franca ad argillosa, a quelli più sabbiosi L’altitudine dei terreni coltivati a vite è varia dal livello da pochi mt s.l.m a 350 mt s.l.m. La coltivazione della vite nel territorio ha origini antichissime e la sua storia è strettamente legata all’identità e alla tradizione del territorio, espresse con orgoglio dai vignaioli locali dediti principalmente alla coltivazione di vitigni tipici come: il Moscato (bianco), il Cannonau, il Cagnulari, il Vermentino (più recentemente) ma anche il Bovale Sardo, la Caricagiola, il Girò e il Pascale di Cagliari.

    Il clima dell’areale è di tipo semi-arido nei mesi estivi, con scarse piogge e una buona temperatura media annuale senza particolari picchi dei mesi di luglio ed agosto e una buona escursione termica in pre-vendemmia. L’irraggiamento solare e l’esposizione ai venti marini sono fattori fondamentali per una corretta maturazione e una salubrità “naturale” dei vigneti. Unico “nemico” il vento che forte e carico di sale non manca di sferzare i vigneti più a ridosso della costa. Suggestive le barriere di canne che potrete trovare a protezione di alcuni vigneti. E’ in questo territorio che i giovani Mario Bagella, Leo Conti, Giulio Rùiu e Antonio Ogana gestiscono i propri vigneti e producono vini fortemente caratterizzati dall’identità pedoclimatica e da quella delle singole individualità, cariche del proprio bagaglio esperienziale in termini di studio e di lavoro in Italia e all’estero.

    Nello specifico Mario Bagella, dell’omonima azienda, è un giovane vignaiolo e agronomo che, assieme a suo padre Leonardo, porta avanti una piccola realtà sita a Sorso, con il corpo principale dei vigneti a ridosso della nuova cantina in fase di completamento nella zona di Montizzeddu, ma dispone di altri appezzamenti nelle zone di Olieddu e Pianu Mannu. Durante la mia ultima visita ho potuto apprezzare l’evoluzione delle sue declinazioni di Vermentino, Moscato (secco), Cannonau e Cagnulari, con il Moscato Secco “MilleNovecento64” Isola dei Nuraghi Bianco Igt 2019 a stupire per freschezza dei toni terpenici e per la complessità raggiunta grazie all’affinamento in bottiglia; sorso che gioca a controbilanciare in maniera tesa, asciutta e salina le percezioni olfattive a tendenza “dolce”. Ottimo anche il Cannonau di Sardegna Doc 2021 “1Sorso” giocato sulla freschezza di frutto e di fiore, intrigante nella speziatura nera e nei toni di macchia mediterranea e liquirizia; ampio e avvolgente l’ingresso, capace poi di dare ritmo di beva al sorso grazie alla buona acidità e all’ematica mineralità.

    Chiudo, poi, con delle realtà che non hanno ancora iniziato la propria avventura in termini meramente commerciali ma che stanno già ponendo le basi per delle produzioni di nicchia davvero interessanti, grazie alla dislocazione dei vigneti in appezzamenti di grande vocazione e alla notevole attitudine al lavoro in vigna e in cantina di questo gruppo di affiatati vignaioli.

    Parlo di Leo Conti che a Sorso, più precisamente nella zona denominata Piani di Lu Forru (vigneti di famiglia) e Zighera (vecchi vigneti in gestione) gestisce un piccolo appezzamento dal quale sta sperimentando produzioni figlie di una visione più internazionale (ha lavorato anche in Napa) della produzione locale, sia nell’utilizzo del legno che nelle varietà che vanno a integrare i vitigni tipici del territorio. Ecco quindi che a stupire è un Cabernet Franc che rappresenta a pieno ciò che mi aspetto da una varietà alloctona in grado di tradurre diversi terroir e di permettere comparazioni nazionali e internazionali, ovvero un’espressione che coniuga solo, vento e sasso, forza, acidità e mineralità con una buona agilità di beva e un uso del legno ben ponderato. Il ragazzo ci sa fare e sono certo che tirerà fuori dai suoi “cilindri” di legno intriganti sorprese siano esse prodotte con varietà tipiche che internazionali. Leo Conti è coinvolto anche nel progetto enologico di Antonio Ogana, proprietario della micro azienda agricola Agreste, sita a Sennori, che ha come obiettivo quello di preservare e valorizzare le varietà antiche di piante sarde e dei loro frutti. Realtà che inizia solo ora a muovere i primi passi in campo enoico e lo fa con una prima uscita già centrata nell’idea e nella resa nel calice, ovvero il “Cipriota” 2021, rosato da uve Cannonau, dai vigneti di Oridda, tutto frutto e succosità, fresco ma, al contempo fiero del suo corpo e del buon nerbo acido. Caldo e saporito in chiusura.

    vignaioli maestrale nord ovest sardegna

    In fine, Giulio Rùiu che nella sua tenuta di Badde Porcheddu, a Sennori, ha ospitato più di una riunione di vignaioli alla quale ho avuto modo di prendere parte conoscendo i vigneti che circondano il suggestivo casolare di campagna e approfondendo la conoscenza del vignaiolo. Giulio, infatti, è un uomo che di vigne ne ha solcate, sempre con grande umiltà e curiosità, tanto da esser passato solo da poco alla produzione in bottiglia, dopo anni in cui la sua famiglia si limitava al commercio di un ottimo vino sfuso. E’ presto per parlare dei vini che Giulio deciderà di commercializzare ma non lo è per citare quello che ha rappresentato l’assaggio più distintivo dell’intero viaggio in Sardegna, denominato simpaticamente “Scivolino” dal padre di Giulio, che ne voleva evidenziare la grande agilità di beva. Uno di quei “Vin de Soif di cui una regione come la Sardegna potrebbe e dovrebbe essere fautrice per l’attitudine della propria base ampelografica e per le esigenze palatali odierne, contrapposte all’opulenza e alle sovrastrutture che ancora, purtroppo, imperversano nelle menti e nelle cantine di molti produttori dell’isola. Un uvaggio da vigna base Cannonau, con Pascale e altre varietà locali (bianche) che ricalca a pieno la mia idea di vino di territorio nell’accezione più contemporanea, in cui agilità di beva e identità di fondono al meglio, bypassando l’imposizione enologica “moderna” della purezza. Un vino da bere senza soluzione di continuità, nitido nella fresca e spensierata esposizione di vigneti che godono di notevole escursione termica favorendo lo sviluppo aromatico.

    Un gruppo di ragazzi che stanno facendo delle diversità un collante, apportando al confronto costante le proprie esperienze personali e professionalità che hanno pochi eguali in terra sarda. Se queste sono le premesse dell’associazione in via di costituzione credo che, oltre al Maestrale che da tempo immemore sferza tutte queste terre come a volerle legare con un filo intangibile di aria e di sale, spirerà un vento nuovo nel Nord-Ovest Sardegna!

    F.S.R.

    #WineIsSharing

  • 30 Rosati da mettere in fresco per Ferragosto e non solo!

    Ormai è nota la mia passione incondizionata per il mondo dei vini rosati, tanto bistrattato in passato quanto in costante crescita in termini di produzione e qualità, ergo di attenzione, in Italia.

    La crescita dei Rosati in Italia

    Un’Italia in cui sembra che, finalmente, rosati siano riusciti a scrollarsi di dosso, almeno in parte, la polvere di retaggi culturali tutti nostrani che portavano alcuni a definirlo addirittura un “non vino” o, comunque, un prodotto di second’ordine! Una categoria, a mio modo di vedere, che meritava alcuni dei pregiudizi maturati in tempi in cui il Rosato – da salasso – era davvero visto da molti produttori come il risultato della necessità di concentrazione delle basi in rosso. Dopotutto è proprio così che i rosati nascono in Puglia, quando le basi, probabilmente di Primitivo e Negroamaro, venivano salassate prima di essere spedire in cisterne al nord, dove andavano a “conciare” i più esili e scarichi vini di alcuni dei più noti areali vitivinicoli italiani e francesi. Oggi, però, la tecnica e la consapevolezza dei produttori italiani, unitamente a dotazioni tecniche di cantina che, in molti casi (fatta eccezione per alcune eccellenti produzioni che fanno a meno di moderne presse e controllo della temperatura), aiutano nella produzione di Rosati più scarichi di colore, nitidi e fini nei profumi, anelando alle esemplari produzioni provenzali. Provenza che ha fatto scuola ma che, per certi versi, ha rappresentato un modello che in troppi, in Italia, hanno cercato di “replicare” dando più importanza alla resa meramente “estetica” che all’identità e alla personalità dei propri vini Rosati.

    Per fortuna, negli ultimi due anni, si nota un’inversione di tendenza volta a rispettare molto i varietali, l’annata e un’idea personale di Rosato, avulsa dall’emulazione cromatica e stilistica provenzale.

    I Rosati italiani si stanno dimostrando, quindi, vini sempre più interessanti in termini di espressività e trasversali in quanto a potenziale di abbinamento.

    Qualche nozione sui vini Rosati

    Sfatiamo sin da subito la convinzione diffusa fra i consumatori che vorrebbe il vino rosato come frutto di un uvaggio o un blend di mosti di uve a bacca rossa e mosti di uve a bacca bianca, in quanto questa tecnica è vietata per legge in tutti i paesi produttori di vino (fatta eccezione per gli spumanti rosé, ma questa è un’altra storia…).

    Anche se non è propriamente giusto parlare di tradizione in senso stretto, ci sono alcuni areali italiani nei quali il vino rosato è stato in grado di radicarsi nelle abitudini produttive e enogastronomiche locali e sono stati proprio questi distretti a siglare un patto che mira a valorizzare questa tipologia di vino a livello nazionale ed internazionale: Bardolino, Valtènesi, Cerasuolo d’Abruzzo, Castel del Monte e Salice Salentino.
    Eppure, negli ultimi anni, in Italia la produzione di rosati è in crescita praticamente in tutte le regioni con la Toscana ad aver manifestato un interesse sempre più marcato nei confronti delle vinificazioni in rosa del Sangiovese e non solo.
    Per quanto concerne la modalità di vinificazione il Rosato prevede l’utilizzo di sole uve a bacca rossa trattate in principio come verrebbero trattate per la produzione di un vino rosso per poi proseguire con pratiche comuni alle vinificazioni in bianco. Si procederà, quindi, con macerazioni brevi (da poche ore a un paio di giorni) in base alla tipologia di uva (e alla sua capacità colorante) e all’annata (determinante per definire spessore e qualità delle bucce). Esistono vari metodi di vinificazione in “rosa”, ma i principali utilizzati in Italia sono:
    – la vinificazione in bianco: si applicano le medesime tecniche enologiche di produzione di vini bianchi utilizzando uve a bacca rossa. Le macerazioni possono essere identificate nei “Vini di una notte e Vini di un giorno”. Con macerazioni di 6-12 ore, il vino viene definito “vino di una notte”, con macerazioni di 24 ore ca. il rosato verrà definito “vino di un giorno” (è possibile spingere le macerazioni anche oltre le 36 ore). La fermentazione verrà lasciata partire (dapprima generalmente bloccata dalla SO2) solo dopo la sosta del mosto sulle bucce.
    – il salasso o saignée: tecnica utilizzata dai produttori di vini rossi, che ha una duplice utilità: quella di permettere la produzione di un vino rosato prelevando una più o meno importante quantità di mosto dalla vasca o dal tino di macerazione che poi verrà vinificata in bianco mantenendo solo parte della sua colorazione; quella di rendere il vino rosso che si andrà a produrre più concentrato e più strutturato. Questa scelta si rivela molto utile in annate difficili, in termini di struttura potenziale, come la 2014. Non a caso molti rosati prodotti da aziende a trazione rossista sono nati proprio nel 2014 o comunque in annate “magre”.
    Per quanto concerne l’estero. molto diffusi sono i vin gris (vini dal colore rosa tenue, prodotti evitando la macerazione sulle bucce. Per produrre un Vin Gris vengono utilizzate uve con capacità colorante molto bassa, come il Cinsault Rose, Cinsault Gris e Cinsault ecc…) e i Blush Wines (sono l’interpretazione dei “Vini Grigi” nel Nuovo Mondo e in particolare negli USA, dove le macerazioni sono ridotte al minimo e i vini prodotti hanno un percettibile residuo zuccherino e risultano petillant).

    30 Rosati da mettere in frigo a Ferragosto e non solo!

    Osa “Questo non è un vino tranquillo” Frappato Rosato Terre Siciliane Igp – Paolo Calì

    Cerasa Salento Rosato Igp 2021 – Michele Calò & Figli

    Tenuta Paraida Rosato Copertino Igp 2021 – Az. Vitivinicola Marulli

    Hanami Rosato Terre Siciliane Igp 2021 – Cantine Fina

    Marosa Rosato Aglianico del Taburno Docg 2021 – Nifo Serrapocchiello

    Mavì Vino Rosato 2021 – Barone Ritter de Zahony

    Granatu Rosato Calabria Igt 2021 – Casa Comerci

    Rosa del Castagno Rosato Toscana Igt 2021 – Fabrizio Dionisio

    A Pois Rosato Marche Igt 2021 – Cantine Fontezoppa

    Codazzo Rosato Marche Igt 2021 – Terracruda

    Chiaretto Bardolino Doc Classico 2021 – Bigagnoli Wines

    Valtènesi Riviera del Garda Chiaretto Classico Dop 2021 – Tenute del Garda

    La Prima Volta Vino Rosato 2021 – Fattoria Uccelliera

    Petrera Rosato Terre degli Osci Igt 2021 – Cantine Catabbo

    L’Altro Punto di Vista Rosato Toscana Igt 2021 – Podere la Chiesa

    Rosatico Rosato Toscana Igt 2021 – Poggio al Grillo

    U Mei Vino Rosato 2021 – Roberto Rondelli

    Sciac-trà Ormeasco di Pornassio Doc 2021 – Cascina Nirasca

    Ophrys Rosè Rosato Veneto Igt 2021 – Il Filò delle Vigne

    Francesca Rosato Canavese Doc 2021 – Le Masche

    Aura Florum Rosato Piemonte Doc 2021 – Cantine Sant’Agata

    Merendendi Vino Rosato – vinTage Azienda Agricola

    Dandy Rosato Nero di Troia Murgia Igp 2021 – Az. Agr. Mazzone

    La Via delle Rose Lazio Rosato Igt 2021 – Riserva della Cascina

    Etna Rosato Doc 2021 – Girolamo Russo

    Cipria Rosato Isola dei Nuraghi Igt 2021 – Carpante

    Amore Rosato Umbria Igt 2021 – Barberani

    La Gazzara Rosato Toscana Igt 2021 – Castell’in Villa

    Fosso Cancelli Cerasuolo d’Abruzzo Dop 2021 – Ciavolich

    Alema Rosè Epomeo Rosato Igt 2021 – Viticoltore Antonio Mazzella


    Ovviamente quello del Ferragosto alle porte è solo un pretesto per consigliarvi qualche buon Rosato che, a mio parere, può e deve essere preso in considerazione lungo tutto l’arco dell’anno, destagionalizzando una tipologia che ha proprio nella possibilità di giocare con la temperatura di servizio e con le percettibili evoluzioni sul breve periodo la propria carta vincente.

    Da par mio continuerò ad assaggiare i Rosati 2021 e le uscite ritardate per la mia consueta selezione di fine anno, con la speranza di poter continuare a scoprire, anche in questo 2022, dei vini in grado di confermare la grande crescita dell’Italia “rosatista”, constatata negli ultimi 10 anni.

    F.S.R.

    #WineIsSharing

  • Vernaccia di Oristano – L’unicità del vino “ossidativo” senza tempo che merita una “nuova” ribalta

    Un tuffo nella storia e uno sguardo al futuro del vino ossidativo con flor sardo grazie ai produttori dell’Ecomuseo del Vernaccia di Oristano.

    Quando qualcuno vi dice che il peggior nemico del vino è l’ossigeno sta compiendo un’opera di semplificazione a dir poco superficiale che esclude dalla complessa “equazione” della vinificazione e dell’evoluzione alcune fasi importanti che vedono l’ossigeno interagire positivamente con mosti e vini. Detto questo, l’ossidazione non voluta non può che rappresentare un problema in quanto difetto che tende a privare il vino della sua più nitida espressività varietale e/o territoriale.

    Eppure, c’è una particolare tipologia di vino che sembra voler ribaltare le regole dell’enologia giocando con parte delle sue fondamenta, trasformando ciò che è usualmente lesivo in un valore aggiunto.

    I vini ossidativi o con “flor”

    Fonte: https://es.wikipedia.org/wiki/Velo_de_flor#/media/Archivo:Velo_de_Flor.jpg

    Parlo, ovviamente, dei vini che in Italia definiamo “ossidativi”, in Spagna Rancio e in Francia vin de voile. Se la Francia e in particolare la regione vitivinicola dello Jura hanno visto crescere in modo esponenziale l’interesse nei confronti di questa categoria di vini negli ultimi anni, c’è una denominazione italiana che pur meritando le luci della ribalta per unicità, storicità e qualità dei vini prodotti sta ancora cercando di ritagliarsi uno spazio importante in un contesto enoico nazionale e internazionale che sembra sempre più interessato alla nicchia dei vini ossidativi: il Vernaccia di Oristano.

    Da par mio, non ho mai celato l’amore spassionato nei confronti di questa denominazione tanto da averle dedicato tempo, spazio e parole durante degustazioni itineranti e nelle mie selezioni, ma pur avendo visitato più volte l’areale in cui insiste la denominazione Vernaccia di Oristano Doc è solo nel mio più recente viaggio che ho avuto modo di rendermi pienamente conto di quanto questo territorio, questo varietale e i vini che ne scaturiscono siano intrisi di storia e tipicità. Sì, perché quando si parla di vini “ossidativi” si da, comprensibilmente, più rilevanza al metodo che all’identità ampelografica, pedoclimatica e storica di quella specifica referenza ma così facendo si rischia di s-cadere nell’omologazione.

    Sono stati i produttori dell’associazione culturale dell’Ecomuseo del Vernaccia di Oristano ad accompagnarmi in questa vera e propria full immersion nel mondo di uno dei vini più peculiari al mondo.

    Il Territorio del Vernaccia di Oristano Doc

    areale vernaccia di oristano doc

    L’areale della denominazione Vernaccia di Oristano Doc consta di 17 comuni in provincia di Oristano: Cabras, Baratili S.Pietro, Milis, Narbolia, Ollastra, Nurachi, Oristano, Palmas Arborea, Riola Sardo, S.Vero Milis, Santa Giusta, Siamaggiore, Simaxis, Solarussa, Tramatza, Zeddiani e Zerfaliu. Siamo nella valle del Tirso, area che gode di particolari caratteristiche pedoclimatiche, sulle quali incidono i due fiumi che percorrono queste ampie aree pianeggianti: il Tirso, il più importante e il meno conosciuto Rio Mannu Cispiri/Riu di Mare Foghe. E’ proprio la presenza di questi fiumi a determinare la pedologia del territorio distinguendo la matrice dei suoli nelle seguenti tipologie: i “Bennaxi”, alluvionali, vicini al letto dei fiumi, profondi, freschi, a matrice limo-sabbiosa; i “Gregori”, di origine più antica, a matrice ciottolosa mista ad argilla tenace con conseguenti importanti problemi di ristagno idrico.

    Non vi tedierò con le varie ipotesi riguardanti l’etimologia del nome Vernaccia che accomuna la varietà oristanese ad altri vitigni italiani e non solo, ma affascina la sempre più attendibile convinzione che la Vernaccia coltivata in Sardegna fosse un vitigno selvatico endemico, allevato sull’isola, con buone probabilità, sin dall’età protosarda, per poi essere definita dai Romani Vernaculo, prima di assumere l’appellativo attuale.

    vernaccia di oristano vitigno

    A supporto di tale convinzione e a togliere ogni dubbio riguardo lo sviluppo indipendente e avulso dalle colonizzazioni si Fenici e Romani della viticoltura sarda ci sono le scoperte fatte dall’équipe archeobotanica del Centro Conservazione Biodiversità (CCB) di Cagliari.

    “Gli archeobotanici hanno rinvenuto semi di vite di epoca Nuragica, risalenti a circa 3000 anni fa, avanzando l’ipotesi che in Sardegna la coltivazione della vite non sia stata un fenomeno d’importazione, bensì autoctono. Sino ad oggi, infatti, i dati archeobotanici e storici attribuivano ai Fenici, che colonizzarono l’isola attorno all’800 a.C., e successivamente ai Romani, il merito di aver introdotto la vite domestica nel Mediterraneo occidentale. Ma la scoperta di un vitigno coltivato dalla civiltà Nuragica dimostra che la viticoltura in Sardegna era già conosciuta: probabilmente ebbe un’origine locale e non fu importata dall’Oriente.

    Nel sito nuragico di Sa Osa, nell’Oristanese, sono stati rinvenuti oltre 15.000 semi di vite, perfettamente conservati in fondo a un pozzo che fungeva da “paleo-frigorifero” per gli alimenti. Si tratta di vinaccioli non carbonizzati, di consistenza molto vicina a quelli reperibili da acini raccolti da piante odierne. Grazie alla prova del Carbonio 14 i semi sono stati datati intorno a 3000 anni fa (all’incirca dal 1300 al 1100 a. C.), età del bronzo medio e periodo di massimo splendore della civiltà Nuragica. Gli archeosemi ritrovati e analizzati sono quelli della Vernaccia e della Malvasia, varietà a bacca bianca coltivate proprio nelle aree centro-occidentali della Sardegna. Quindi ad oggi è certo che la vite in Sardegna non è stata portata dai Fenici, che in Libano già la coltivavano ancor prima dell’età Nuragica. Più che un fenomeno di importazione, dunque, si pensa che in Sardegna si sia verificata quella che in gergo botanico si definisce “domesticazione” in loco di specie di vite selvatiche, che ancora oggi sono diffuse ampiamente in tutta la Sardegna.
    Ora abbiamo la prova scientifica che i Nuragici conoscevano la vite domestica e la coltivavano.” Fonte ecomuseovernacciaoristano.it

    I Lieviti Flor – Il Metodo di produzione e i relativi processi chimici

    Come viene prodotto il vino Vernaccia di Oristano nella sua versione tradizionale, ergo ossidativa? Se per i vini “non ossidativi” tutto ha inizio con la fermentazione alcolica, per il Vernaccia di Oristano possiamo asserire che è proprio dopo di essa che la sua caratterizzazione ha inizio, grazie ai lieviti definiti “flor” appartenenti alla specie Saccharomyces cerevisiae. Tali lieviti sono capaci di risalire sino alla parte superficiale della massa del vino in botte nonostante un’importante concentrazione alcolica, che risulterebbe proibitiva per altri leviti. Una volta risaliti in superficie i lieviti flor formeranno un velo o biofilm più o meno spesso ed esteso. Il metabolismo dei lieviti “flor” andrà a produrre particolari composti chimici responsabili dello sviluppo del peculiare e sfaccettato spettro olfattivo/aromatico del Vernaccia di Oristano.

    Il film resterà a contatto con l’aria attivando il metabolismo ossidativo dei lieviti flor trasformando l’etanolo in acetaldeide. Successivamente il contenuto di acetaldeide andrà a ridursi, con la formazione di composti fondamentali alla caratterizzazione olfattiva del vino, quali acetali ciclici. La lisi dei lieviti, inoltre, porterà al rilascio di molecole in grado di modificare il profilo sensoriale del vino sia a livello olfattivo che gustativo/tattile.

    Tutto questo può accadere solo in cantine che seguono regole in contrasto con quelle dei vini non ossidativi, in quanto non hanno sistemi di controllo della temperatura e dell’umidità e le botti sono, quindi, volutamente esposte a temperature che variano dai 4 °C invernali agli oltre 40 °C estivi. Fondamentale sarà, però, il ricircolo dell’aria, ottenuto grazie all’ausilio di alte e ampie finestre. La costante circolazione dell’aria contribuirà, dunque, alla concentrazione delle componenti del vino (compreso l’alcol), “deumidificando” l’ambiente e favorendo l’evaporazione dell’acqua dalle botti. Condizioni che ridurranno la massa e aumenteranno il suo potenziale di longevità.

    I sintesi, prendete molte delle basi dell’enologia “classica” relative alle vinificazioni di vini dal carattere non ossidativo e, ovviamente, senza velo/flor e ribaltatele! E’ più o meno così che otterrete il vedemecum enoico per la produzione del Vernaccia di Oristano Doc. Un vero e proprio “vino contrario”!

    A prescindere da questi importanti dettagli storici ed enologici, il focus dei miei ultimi viaggi nella terra del Vernaccia di Oristano ha riguardato lo stato dell’arte di un vino e di una denominazione che dopo anni di successo hanno avuto un lungo stato di impasse dal quale, solo ora, grazie a virtuosi viticoltori e illuminati produttori potrà uscire.

    Tra i produttori che ho avuto modo di incontrare e con cui ho avuto modo di confrontarmi riguardo le tematiche relative alla situazione odierna e al futuro del VdO figurano Davide Orro, Contini, la Cantina della Vernaccia e un extra, appena fuori dall’areale di produzione della DOC ma assolutamente “dentro” al tema della valorizzazione del varietale e dei vini di questo territorio, Quartomoro.

    Cantine produttori vernaccia di oristano

    Visitando i vigneti, le cantine e assaggiando i vini ma ancor più interloquendo con vignaioli, enologi e commerciali è stato sin da subito palese che all’amore incondizionato nei confronti del territorio e del varietale si contrappone la delusione per la mancanza di comprensione generale nei confronti delle versioni “classiche” del Vernaccia di Oristano, ovvero quelle ossidative. Mancanza di comprensione che si traduce in un ridotto appeal commerciale sia a livello locale che nazionale e internazionale, nonostante si tratti di una delle massime espressioni della categoria dei vini ossidativi al mondo. Questo perché in tempi non sospetti, in cui le cose andavano più che bene in termini commerciali, si è puntato alla quantità senza ponderare le prospettive future di una produzione che può e deve puntare all’eccellenza che le compete, in quanto rappresentante di una nicchia che può tornare a dare grandi soddisfazioni ai produttori locali.

    Produttori che non hanno mai smesso di credere nelle versioni ossidative ma che hanno sperimentato anche altre strade, affiancando al Vernaccia di Oristano “classico” versioni fresche non florizzate, altre leggermente caratterizzate da un piccolo tocco ossidativo, altre ancora macerate sulle bucce. La Vernaccia è stata utilizzata anche per la spumantizzazione e in taglio con il Vermentino per la produzione di vini di più ampio respiro. Queste interpretazioni non hanno nulla di sbagliato, anzi sono comprensibili e apprezzabili vista la crisi che ha vissuto la versione “ossidativa”, più complessa da commercializzare e da raccontare a un pubblico più ampio. Eppure, continuo a pensare che la valorizzazione delle versioni più radicate nella cultura locale e nella tradizione enologica di queste terre sia fondamentale per elevare la percezione dell’intera denominazione e preservare quello che è, a tutti gli effetti, un unicum a livello nazionale e internazionale.
    Come?!? Sicuramente l’opera di divulgazione in loco di entità come quella dell’Ecomuseo potranno rappresentare un veicolo di primaria importanza per la diffusione della conoscenza delle peculiarità di questo complesso vino, ma fondamentale sarà la creazione di un consorzio di tutela che lavori per promuovere anche fuori dall’isola la Vernaccia di Oristano. Intanto, ciò che i produttori possono e devono portare avanti con orgoglio e rinnovata consapevolezza (molti lo stanno già facendo) è una visione più contemporanea di un vino così carico di storia che rischia di essere imbrigliato dalla sua stessa “tradizione”. Per visione contemporanea non intendo cambiamento alcuno nella sua interpretazione di vigna e di cantina, bensì un’emancipazione dai paradigmi di degustazione e dagli stilemi di abbinamento andando a decontestualizzare il Vernaccia di Oristano ossidativo, comprendendone e divulgandone la versatilità nel servizio al calice (unica via percorribile per un vino che grazie e a causa delle sua specifiche caratteristiche difficilmente verrà ordinato in bottiglia). Sì, perché nonostante la sua complessità in termini di wine pairing, la concentrazione delle sue componenti e la spiccata personalità in termini organolettici è proprio nella possibilità di utilizzare questi vini come “strumenti” per stupire e meravigliare i clienti di enoteche, wine bar e, ancor più, ristoranti che risiede la chiave di lettura più opportuna per la valorizzazione e il riposizionamento del Vernaccia. Via libera quindi alla decontestualizzazione temporale, andando a proporre vini di diversi gradi di “invecchiamento” dall’aperitivo al fine pasto passando per abbinamenti meno scontati e percorsi di degustazione che vedano il Vernaccia protagonista anche a metà corsa. Bottiglie che possono essere stappate e ritappate per poi essere servite nell’arco di più giorni o persino settimane senza alcuna variazione in termini di qualità, in quanto non temono il contatto con quell’ossigeno che ne ha plasmato il contenuto in ogni sua sfaccettatura. Interessante anche giocare con la temperatura di servizio che può rendere più o meno percettibile il sostenuto tenore e il calore alcolico.

    Per entrare nello specifico del mio ultimo tour vorrei segnalarvi 4 realtà aderenti all’Ecomuseo che ho avuto modo di incontrare, conoscere e approfondire dalla vigna al bicchiere.

    Famiglia Orro

    Siamo a Tramatza, piccolo borgo a ca. 15km da Oristano, ed è qui che la famiglia Orro porta avanti con dedizione e passione la propria Fattoria Didattica. Una realtà a conduzione rigorosamente familiare che dispone di 20 ettari di terreno in cui si alternano vite, olivo e ortaggi. Non solo vino quindi, ma una serie di produzioni agroalimentari che hanno come comun denominatore il rispetto e la sostenibilità, con una rinnovata consapevolezza tecnica, la doverosa tecnologia ma un profondo attaccamento alla saggezza tradizionale. sale. A guidarmi alla scoperta delle vigne e dei vini dell’azienda è Davide Orro grande conoscitore del territorio e dei processi di vinificazione del Vernaccia di Oristano, nonché abile innovatore là dove l’innovazione non si ponga in contrasto con il rispetto dell’identità territoriale. Ecco quindi che Davide ha sperimentato con successo interpretazioni della Vernaccia più orientate alla dinamica di beva e a esaltare le caratteristiche di freschezza e spigliatezza del varietale vinificato sia in metodo ancestrale (Bebé) che in una versione ferma, secca senza ossidazione (Tzinnigas Igt Valle del Tirso Vernaccia) che mostra uno spettro olfattivo fresco nel frutto, fragrante nel fiore e iodato nella sua innata mineralità, con un sorso teso e sapido. Eppure, sono le versioni ossidative ad attirare, ancora una volta, la mia attenzione e tra esse spicca, senza tema di smentita, la Vernaccia di Oristano 2011 che si pone nel perfetto centro fra le versioni più giovani e quelle più mature, raggiungendo comunque un grado di complessità impensabile per altre tipologie di vino: etereo, armonico, per nulla aggressivo con una serie di sfaccettature aromatiche che spaziano dal mallo di noce al caffè, passando per la zagara e il mandorlo in fiore, per poi richiamare note di miele di castagno, pesca sciroppata in un gioco fra profondità e freschezza che, unitamente al sorso ampio e lungo, donano a questo vino una peculiare eleganza.

    Contini 1898

    Come potrete intuire dalla data in etichetta Contini nasce nel 1898, grazie alla lungimiranza di Salvatore Contini, a Cabras. E’ negli anni ’80, però, che l’azienda inizia una storia nuova, di rinnovamento continuo che la accompagna fino all’ultimo “restyling” della cantina, avvenuto di recente e che fa il pari con un approccio di continua sperimentazione e innovazione in termini vitivinicoli ed enologici, mantenendo sempre saldo il rispetto per le proprie radici e le proprie terre. Contini, oggi, gestisce ca. 100 ettari di vigneti nell’area della penisola del Sinis e della valle del Tirso, in cui troverete prevalentemente Vernaccia e Nieddera, varietà tipica quasi del tutto perduta, riscoperta proprio da questa realtà.

    Focalizzandoci sul Vernaccia la Cantina Contini è un vero e proprio tempio del vino ossidativo italiano per eccellenza e, nonostante mirevoli intuizioni nell’utilizzo del varietale in vini decisamente più contemporanei, freschi e agili, il fascino che le versioni “tradizionali” hanno non può che meritare la centralità della mia condivisione enoica. Ecco quindi che si parte con una Vernaccia di Oristano Doc 2018 ancora integra nei sentori più fruttati e ben dosata nell’alcol, con una concentrazione non eccessiva e una freschezza floreale e balsamica tipica delle versioni più giovani. Si prosegue, poi, con una Vernaccia di Oristano Doc Riserva 1997 maturata per almeno 20 anni nei tipici caratelli di rovere e di castagno dando origine a un vino di rara complessità connotato da una sinestesia, forse solo mia e relativa al momento, che mi ha riportato agli aromi di croccante di nocciole, ancora caldo, appena steso sul piano di lavoro in attesa di solidificare. Poi fichi disidratati, albicocche candite, sciroppo di dattero e lievi note speziate, abbracciate da toni boisé che riscaldano il cuore. Sorso intenso, profondo e saporito. Per chiudere l’Antico Gregori, una sorta di solera su base d’annata (in questo caso il 1979), rabboccata con piccoli saldi di annate più giovani, in modo da ravvivare i lieviti Flor. Segue un lunghissimo affinamento ossidativo in botti scolme che accompagnerà le piccole e molto ridotte masse di vino all’ultimo passaggio, ovvero quello che va a riequilibrare in una sorta di bilanciamento temporale l’aggiunta delle annate “fresche”, attraverso l’addizione di vernacce vecchissime che si spingono fino ai primi decenni del ‘900. Inutile dire che l’intensità e la complessità di questo fino sono tali da inebriare l’intera sala degustazione con note di melassa, arachide tostata, mandorla, vaniglia, tabacco bianco e lievi folate mentolate. Un sorso di interminabile lunghezza e profonda gradevolezza.

    Cantina della Vernaccia

    Tappa imprescindibile del mio tour dell’oristanese è, ovviamente, la Cantina Sociale della Vernaccia di Oristano, capace di assorbire, dal 1953, le uve dei viticoltori dell’areale che fa riferimento alle zone del Sinis e della bassa valle del Tirso. Una realtà che ha vissuto una vera e propria epopea fino agli anni ’80, epoca in cui si passò dall’enorme richiesta di Vernaccia giovane da vendere sfusa in bar e ristoranti in grande quantità al calo drastico della richiesta. Oggi, anche alla luce del momento difficile vissuto dal Vernaccia di Oristano in termini commerciali, l’azienda sta portando avanti con successo un processo di profondo rinnovamento volto alla produzione di una molteplicità di tipologie di vini, dai fermi agli spumanti, senza mai dimenticare l’importanza delle versioni tradizionali/ossidative che rappresentano l’eccellenza e lo specchio più fedele dell’identità della Cantina e del territorio in cui insistono i vigneti dei suoi viticoltori. Tra gli assaggi che vi segnalo la Vernaccia di Oristano Doc Superiore Juighissa 2013 calda e dolce al naso, con acacia, miele, mela cotogna, mandorla dolce e tabacco da pipa Burley. Il sorso è ampio ma secco, asciutto e lungo nella sua saporita persistenza; la Vernaccia di Oristano Doc Riserva Judikes 2008 è palesemente più complessa, orientata a note più scure ma capace di mantenere tratti di freschezza quali l’agrume e il mentolato. Sorso di grande ampiezza e profondità che chiude lungamente salmastro nella miglior accezione del termine.

    Quartomoro

    L’azienda Quartomodo del noto enologo sardo Piero Cella, sita a Murrubio, rappresenta un doveroso extra nel compendio delle realtà visitate in questo tour dedicato alla Vernaccia di Oristano nella sua versione storica. Questo perché, nonostante si tratti di una realtà di poco al di fuori dell’areale della denominazione, l’azienda Quartomoro ha voluto appoggiare con partecipata fiducia l’iniziativa dell’Ecomuseo, forte della grande conoscenza del territorio e del varietale Vernaccia di Piero Cella, coadiuvato dalla moglie Luciana e dal giovane figlio Alberto. L’enologo, cresciuto professionalmente come figlio putativo l’indimenticato Giacomo Tachis, ha creato Quartomoro con l’idea di farne una sorta di cantina didattica, che vuole fungere da luogo di aggregazione enoica e di sperimentazione, dando nuovi spunti di riflessione e rinnovato slancio al fare vino nell’intera Sardegna. E’ proprio per offrire una visione più ampia e differente, ma non in contrapposizione, della Vernaccia che ha deciso di optare per una vinificazione in riduzione, con un avvio di fermentazione a contatto con le bucce (ca. 36 ore) in serbatoi d’acciaio. Ne scaturisce un’interpretazione che richiama a sé le peculiarità varietali nella loro interezza, capace di evolvere nel calice in maniera cangiante. Capacità evolutiva che sfocia, ovviamente, nel potenziale di longevità in bottiglia, constatato attraverso un’interessantissima verticale in cui ci siamo spinti sino alla prima annata prodotta, ovvero la 2015, ancora integra e percettibilmente coerente con l’idea di esaltazione delle identità territoriali e varietali che a Quartomoro si ricercava. Eppure, è sono le versioni più “fresche” e in particolare la 2021 a permettermi di mettere sul piano della comparazione costruttiva, assieme alle versioni ossidative, una Vernaccia che, pur seguendo criteri di vinificazione e obiettivi enologi antitetici a quelli “tradizionali”, permette di sondare e percepire le peculiarità più intime e sincere di terra e uva, areale e varietale. Mettendo in relazione due pensieri enologici che in queste terre, più che in altre, possono e devono coesistere, ovvero interpretazioni che vedono come protagonisti storia, metodo/flor, complessità e tempo e interpretazioni che mirano a portare nel calice un’espressione contemporanea, identitaria e agile di questo versatile e caratteristico vitigno, il tutto con il comun denominatore dell’unicità. Il contributo di questa realtà alla tematica “Vernaccia” è di certo da tenere in considerazione per l’evoluzione delle versioni più “fresche” e “moderne”, ma anche per la valorizzazione del patrimonio “Vernaccia” in toto.

    Il futuro del Vernaccia di Oristano

    Concludo ribadendo che la Vernaccia di Oristano rappresenta, a mio modo di vedere, un unicum schiavo della sua stessa unicità e dell’impossibilità di fare reali comparazioni anche con altri vini con i quali condivide la tecnica di vinificazione. Eppure, questa unicità può e deve essere manifestata con orgoglio e consapevolezza, senza eccedere nel dare per scontati fattori determinanti per l’aumento della conoscenza di questi particolari vini da parte dei consumatori e degli stessi addetti ai lavori che, in molti casi, sono ignari della complessità e della peculiarità del mondo dei vini florizzati. E’ palese che il lavoro da svolgere è quello della divulgazione del metodo e delle specificità organolettiche attraverso entità fondamentali come l’Ecomuseo e come quello che confido sarà il prossimo Consorzio di Tutela del Vino Vernaccia di Oristano. Il tutto contestualizzandone l’identità e la tipicità all’interno di un areale che può attrarre a sé l’interesse di molti, anche e soprattutto in termini enoturistici, ma che deve al contempo uscire dal proprio seminato, mostrandosi in Italia e all’estero con coraggio e cognizione di causa, ripensando al posizionamento di alcune referenze e facendo fronte comune nel presentare a un target ben più elevato di quello che ha fatto la fortuna del Vernaccia (sfuso) in tempi non sospetti vini di pregio frutto di selezioni di botti capaci (che già esistono nelle cantine di gran parte dei produttori locali) di minare le sicurezze di ogni degustatore, sconvolgendone positivamente il pensiero enoico. Shock e stupore che possono passare anche attraverso il lavoro di lungimiranti e virtuosi sommelier che avranno l’ardire e l’acume di sperimentare abbinamenti fuori dal coro, in contrasto e svincolati da ogni contestualizzazione temporale e concettuale che vorrebbe Vernacce anche vecchissime degustate a fine pasto, con la pasticceria secca o, addirittura, da sole come “vino da meditazione”. La Vernaccia di Oristano ha tutte le caratteristiche per essere apprezzata e bevuta con dinamiche molto più contemporanee e agili di quelle che la consuetudine ha imposto sino ad ora.

    Da par mio, continuerò a fare ciò che ho sempre fatto in questi anni, ovvero portare con me una bottiglia di Vernaccia di Oristano Doc in contesti in cui, accanto ai grandi vini d’Italia e del mondo, non ha mai sfigurato, specie se servita alla cieca e raccontata come merita a chi ha la sensibilità per comprenderne la valenza. A voi non posso che chiedere di richiederla in enoteche, wine bar e ristoranti (al calice) per sensibilizzare chi, oggi, non ritiene opportuno proporla ai propri clienti. Solo così preserveremo un vero e proprio tesoro dell’enologia italiana e mondiale.

    F.S.R.

    #WineIsSharing

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