Nel mondo del vino esistono poche parole capaci di evocare fascino, autenticità e appartenenza quanto “autoctono“. È un termine che piace ai produttori, ai comunicatori, ai consumatori e persino agli appassionati più esperti. Richiama immediatamente l’idea di radici profonde, di un legame ancestrale con un territorio, di una varietà nata e cresciuta in un determinato luogo senza influenze esterne.
Eppure, se analizziamo la questione dal punto di vista storico, ampelografico e genetico, emerge una realtà molto più complessa e, per certi versi, ancora più affascinante.
La verità è che la maggior parte dei vitigni italiani definiti oggi “autoctoni” non lo sono nel senso letterale del termine.
L’etimologia della parola è chiara: autoctono significa “originario del luogo stesso”. Applicata alla vite, questa definizione implicherebbe che una varietà sia nata geneticamente in un preciso territorio e vi si sia evoluta senza apporti esterni. Una condizione che, nella viticoltura italiana (e mondiale, in realtà), è estremamente rara. Anche se è stato dimostrato che alcuni vitigni possono legare i propri natali al territorio in cui ancora oggi vengono coltivati (anche se, come osserveremo più avanti, le loro peculiarità ampelografiche sono mutate nel tempo, grazie all’adattamento).
La vite coltivata (Vitis vinifera vinifera) non nasce infatti in Italia. Le più accreditate ricerche archeobotaniche e genetiche collocano i principali centri di domesticazione tra Caucaso meridionale, Anatolia orientale e Mesopotamia. Da queste regioni la vite ha iniziato un lungo viaggio che, attraverso Fenici, Greci, Romani, Bizantini e mercanti medievali, l’ha portata a diffondersi in tutto il bacino mediterraneo e successivamente in Europa.
L’Italia non è stata il punto di origine della vite coltivata, ma probabilmente il più straordinario laboratorio di diffusione, adattamento e differenziazione genetica che la storia del vino abbia mai conosciuto.
Per secoli le varietà hanno viaggiato insieme agli uomini. Le talee si spostavano sulle navi, attraversavano i valichi alpini, seguivano le vie commerciali, accompagnavano i monaci nei monasteri e i contadini nelle migrazioni. La storia della vite è una storia di movimento continuo.
Anche la genetica moderna lo conferma.
Le analisi del DNA effettuate negli ultimi decenni hanno mostrato che molti dei vitigni simbolo dell’enologia italiana appartengono a grandi famiglie parentali. Il Sangiovese, ad esempio, presenta relazioni genetiche che coinvolgono varietà dell’Italia meridionale. Il Nebbiolo appare inserito in un’antica rete genetica piemontese e alpina. Il Primitivo è risultato geneticamente identico al Crljenak Kaštelanski croato e allo Zinfandel californiano. Il Verdicchio e il Trebbiano di Soave e di Lugana mostrano connessioni ormai certe.
La genetica ha demolito molte certezze, ma ha aperto prospettive ancora più interessanti.
Perché non solo i vitigni migrano. I vitigni si adattano, mutano.
Ed è qui che emerge un altro aspetto spesso trascurato. Forse dovremmo persino smettere di parlare dei vitigni al singolare.
Non esiste un solo Nebbiolo. Non esiste un solo Sangiovese. Esistono piuttosto “Nebbioli” e “Sangiovesi”.
All’interno di ogni grande famiglia varietale convivono infatti cloni, biotipi ed ecotipi differenti, selezionati nel corso dei secoli in funzione di altitudine, esposizione, suolo, pratiche agricole e sensibilità dei viticoltori. Ciò che oggi chiamiamo Nebbiolo comprende realtà genetiche differenti come Lampia, Michet e Rosé. Lo stesso vale per il vastissimo universo del Sangiovese, che nel tempo ha generato una straordinaria diversità intra-varietale.
Questa continua capacità di mutare e adattarsi rende ancora più fragile il concetto di autoctonia assoluta.
Forse, allora, sarebbe più corretto parlare di vitigni tipici, storicamente radicati, territorializzati, identitari. Definizioni che riconoscono l’importanza culturale di una varietà senza attribuirle un’origine necessariamente esclusiva o immutabile.
Ma c’è una riflessione ulteriore che merita attenzione. Forse l’errore è a monte.
Negli ultimi decenni abbiamo progressivamente attribuito ai vitigni un ruolo identitario sempre più dominante. Abbiamo iniziato a raccontare i territori attraverso le varietà, fino al punto da confondere spesso il territorio con il vitigno stesso.
Le uve, per loro stessa natura, sono apolidi. Possono viaggiare, adattarsi, trasformarsi e persino rinascere altrove. Ciò che invece nessuno può spostare è il territorio. Pedologie, geologia, altitudini, esposizioni, mesoclimi, microclimi, biodiversità, paesaggio e cultura agricola rappresentano elementi irripetibili e non delocalizzabili.
A questi si aggiunge il fattore umano: il sapere accumulato nel tempo, la memoria agricola, le pratiche colturali, le scelte agronomiche e l’interpretazione delle comunità che abitano quei luoghi. Insomma, il terroir in senso stretto e in senso lato.
Non è forse proprio in questi aspetti che risiede la vera identità del vino?!
I vitigni sono importanti, certamente. Ma potrebbero essere considerati soprattutto degli interpreti. Degli strumenti espressivi. Dei traduttori. Il linguaggio profondo rimane il territorio.
E forse la grande lezione della biodiversità viticola italiana è proprio questa: la ricchezza non nasce dalla purezza genetica o dall’isolamento, ma dalla contaminazione, dall’adattamento e dall’interazione positiva tra uomo e ambiente.
In fondo, il vero miracolo italiano non è aver custodito vitigni immutabili per millenni. È aver permesso a viti arrivate da lontano di tradurre in maniera unica una moltitudine di sfaccettate identità territoriali, rendendo il connubio fra varietà e habitat irripetibile altrove. Siano esse connessioni fra un unica varietà (e le sue varie declinazioni genetiche: cloni, biotipi ed ecotipi differenti) o fra più varietà e un contesto vitivinicolo, come accade per i sempre più rari ma fortemente identitari territorio che portano ancora avanti il concetto di complementarità varietale, storicamente in uso nei vitigni del vecchio mondo e ancor più in Italia, ma di questo aspetto ho già parlato molto in passato…
Francesco Saverio Russo
#WineIsSharing
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