Ogni volta che si affronta il tema delle denominazioni si rischia di cadere in una sterile contrapposizione. Da una parte chi le considera intoccabili, pilastri della viticoltura italiana. Dall’altra chi le ritiene ormai obsolete, un sistema burocratico incapace di rispondere alle esigenze del vino contemporaneo.
Come spesso accade, la verità è probabilmente nel mezzo.
La domanda non dovrebbe essere se DOC e DOCG abbiano ancora senso. Sarebbe una provocazione fine a sé stessa. Piuttosto dovremmo chiederci se, a oltre sessant’anni dalla loro nascita, stiano ancora svolgendo la funzione per cui sono state create.
Le denominazioni rappresentano una delle più grandi intuizioni della viticoltura europea. Hanno permesso di preservare paesaggi, vitigni autoctoni, tradizioni produttive e identità territoriali in un’epoca in cui il rischio era quello di ridurre il vino a una semplice commodity.
Senza DOC, DOCG e IGT probabilmente oggi non parleremmo di Barolo e Barbaresco, Brunello di Montalcino e Chianti Classico, ma anche di Etna, di Mandrolisai, di Fiano di Avellino e di Verdicchio dei Castelli di Jesi o Matelica con la stessa forza evocativa.
Le denominazioni, quindi, non sono il problema. Il problema nasce quando smettono di evolversi.
Un disciplinare non dovrebbe mai essere considerato un punto di arrivo. Dovrebbe rappresentare una fotografia di un territorio in un determinato momento storico, destinata a essere aggiornata quando cambiano le conoscenze scientifiche, il clima e le esigenze di chi quel territorio lo vive quotidianamente.
Negli ultimi decenni il vigneto italiano è cambiato profondamente. Le vendemmie si sono anticipate, gli equilibri vegeto-produttivi sono mutati, la gestione della chioma è diventata fondamentale tanto quella del suolo, gli eventi climatici estremi sono sempre più frequenti e le temperature medie hanno modificato il comportamento di molte varietà.
Pretendere che un disciplinare scritto venti o trent’anni fa continui a rappresentare la soluzione ideale rischia di essere una contraddizione.
Perché il territorio evolve e le regole che lo tutelano dovrebbero evolvere con esso.
Il professor Attilio Scienza ricorda spesso come oggi la qualità rappresenti ormai un prerequisito e non più un elemento distintivo. La vera eccellenza nasce dalla capacità di interpretare la vocazione di un luogo, che non coincide soltanto con suolo, clima e vitigno, ma comprende anche la sostenibilità e l’irripetibilità del territorio. In altre parole, il valore di una denominazione non dovrebbe essere quello di imporre uno stile, bensì quello di consentire al territorio di esprimersi nel modo più autentico possibile.
Questa riflessione porta a una conseguenza importante.
Le denominazioni dovrebbero chiedersi non tanto “come si faceva il vino”, ma “come possiamo continuare a raccontare questo territorio nelle condizioni di oggi e di domani?”
È una differenza sostanziale.
L’obiettivo non dovrebbe essere conservare immutato il vino del passato, bensì preservarne l’identità anche in un contesto completamente diverso.
Per questo motivo il disciplinare non dovrebbe mai diventare un limite per quei produttori che, nel pieno rispetto dell’identità territoriale, cercano semplicemente di produrre il miglior vino possibile.
“Miglior vino” non significa più estrazione, più legno o maggiore concentrazione.
Significa trovare il miglior equilibrio tra maturità e freschezza, tra struttura e bevibilità, tra precisione tecnica ed espressione del luogo.
Significa produrre un vino che rappresenti davvero il proprio vigneto.
Se una norma impedisce a un produttore virtuoso di raggiungere questo obiettivo senza apportare un reale beneficio alla tutela dell’identità territoriale, allora è legittimo domandarsi se quella norma abbia ancora una funzione.
Naturalmente questo non significa invocare una deregolamentazione. Al contrario!
Le denominazioni continueranno a essere fondamentali proprio perché il mercato globale ha sempre più bisogno di autenticità e riconoscibilità.
Ma autenticità non significa immobilismo. Un territorio vivo evolve. La sua rappresentazione normativa dovrebbe fare altrettanto. Ed è proprio qui che il ruolo dei Consorzi diventa determinante.
Troppo spesso vengono percepiti esclusivamente come enti di promozione o tutela commerciale della denominazione. In realtà, la loro funzione strategica dovrebbe essere molto più ampia: ascoltare i produttori, confrontarsi con il mondo della ricerca, monitorare gli effetti del cambiamento climatico e analizzare con continuità l’efficacia dei disciplinari.
Federdoc sottolinea da tempo come le denominazioni funzionino realmente quando sono sostenute da Consorzi strutturati e capaci di svolgere un ruolo attivo non solo nella valorizzazione del marchio, ma anche nell’evoluzione delle regole che lo governano. Ogni disciplinare dovrebbe essere oggetto di una revisione periodica. Non per inseguire le mode. Ma per verificare se continui a perseguire la propria finalità originaria. Tutelare il territorio. Non il passato.
Oggi il settore del vino sta attraversando una fase di trasformazione profonda. I consumi diminuiscono, la competizione internazionale cresce e il consumatore ricerca sempre più identità, autenticità e coerenza.
Parallelamente, molte aziende stanno abbandonando la logica della massimizzazione delle rese per investire in precisione agronomica, sostenibilità e qualità diffusa.
In questo scenario sarebbe auspicabile che anche il sistema delle denominazioni evolvesse nella stessa direzione.
Non privilegiando più la quantità prodotta come principale indicatore di successo, ma sostenendo quelle aziende che investono nella valorizzazione del territorio, nella ricerca della qualità e nella costruzione di un’identità riconoscibile.
Le denominazioni del futuro non dovranno essere quelle con il disciplinare più lungo.
Dovranno essere quelle capaci di creare le condizioni affinché ogni produttore possa esprimere al meglio il proprio territorio, senza snaturarlo e senza esserne inutilmente limitato, rifuggendo l’omologazione ma, ovviamente, garantendo standard diffusi di nitidezza e precisione.
Francesco Saverio Russo
#WineIsSharing

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.