Dal piede franco ai portinnesti: la vite europea dopo la fillossera
Quando osserviamo un vigneto siamo naturalmente attratti dai grappoli, dalle foglie, dal tronco e dalla forma della pianta. Eppure, una parte decisiva della vite rimane nascosta sotto terra.
È lì che lavora il portainnesto (o portinnesto), elemento poco conosciuto da molti appassionati ma fondamentale prima per la sopravvivenza e oggi anche per l’adattamento della viticoltura moderna.
La scelta del portainnesto rappresenta, infatti, una delle decisioni agronomiche più importanti nella progettazione di un vigneto. Può influenzare la vigoria della pianta, la risposta alla disponibilità idrica, la tolleranza al calcare, alla salinità e ad alcuni parassiti del terreno, l’assorbimento degli elementi minerali e, attraverso l’interazione con il nesto e con l’ambiente, l’equilibrio vegeto-produttivo e la composizione delle uve.
In un’epoca caratterizzata dal cambiamento climatico, il portainnesto è diventato quindi uno dei principali strumenti di adattamento a disposizione della viticoltura.
Cos’è un portainnesto?
Il portainnesto è la parte inferiore della vite, costituita dall’apparato radicale e dalla porzione basale del fusto sulla quale viene innestata la varietà destinata a produrre l’uva, detta nesto o marza.
Una vite innestata è quindi formata dall’unione di due genotipi differenti:
- la parte aerea, appartenente generalmente a Vitis vinifera (Sangiovese, Nebbiolo, Pinot Nero, Chardonnay ecc.);
- l’apparato radicale, costituito da una specie di Vitis resistente o, più frequentemente, da un ibrido interspecifico selezionato come portainnesto.
Le due componenti mantengono il proprio patrimonio genetico, ma instaurano un’intensa relazione fisiologica: acqua, nutrienti, ormoni e segnali molecolari viaggiano continuamente tra radici e chioma. La pianta risultante non è quindi semplicemente la somma di due individui, ma un sistema nel quale portainnesto, nesto e ambiente interagiscono fra loro.
Perché esistono i portainnesti?
La risposta è racchiusa in una delle pagine più drammatiche della storia della viticoltura europea.
La fillossera
Nella seconda metà dell’Ottocento arrivò in Europa dal Nord America la fillossera della vite (Daktulosphaira vitifoliae), piccolo insetto fitomizo capace di attaccare soprattutto l’apparato radicale delle viti europee.
Le punture sulle radici della Vitis vinifera provocano deformazioni e necrosi e compromettono progressivamente la funzionalità dell’apparato radicale, favorendo anche fenomeni di marcescenza e conducendo, nei casi più gravi, alla morte della pianta.
La fillossera devastò la viticoltura europea.
Le specie americane, evolutesi insieme all’insetto, presentavano invece meccanismi di tolleranza o resistenza alla sua forma radicicola.
La soluzione che cambiò per sempre la viticoltura fu tanto semplice quanto rivoluzionaria:
- conservare le varietà europee per la produzione dell’uva;
- innestarle su apparati radicali derivati da specie americane resistenti.
Nasce così la viticoltura innestata che conosciamo oggi.
Il portainnesto serve solo contro la fillossera?
Assolutamente no.
La resistenza alla fillossera rimane una funzione fondamentale, ma oggi il portainnesto rappresenta soprattutto l’interfaccia tra la vite e il suolo.
Può influenzare:
- vigoria;
- sviluppo e distribuzione dell’apparato radicale;
- capacità di assorbire acqua;
- efficienza d’uso dell’acqua;
- assorbimento di potassio, magnesio, ferro e altri elementi;
- tolleranza al calcare e alla clorosi ferrica;
- risposta alla salinità e ai cloruri;
- adattamento alla tessitura e alla struttura del terreno;
- risposta agli stress idrici;
- tolleranza ad alcuni nematodi;
- equilibrio vegeto-produttivo;
- fertilità e dimensione delle bacche;
- durata del ciclo vegetativo e dinamica della maturazione.
L’effetto non è però assoluto: dipende sempre dall’interazione portainnesto × vitigno × suolo × clima × gestione agronomica.
Il DNA del vitigno non cambia, ma può cambiare sensibilmente il modo in cui quel vitigno si esprime.
Da quali specie derivano i portainnesti?
Gran parte dei portainnesti storici deriva da un numero relativamente ristretto di specie americane. Un’analisi genetica di 36 portainnesti ha evidenziato quanto sia ristretta la loro base genetica: circa il 39% del background genetico del campione studiato era riconducibile a sole tre accessioni di V. berlandieri, V. rupestris e V. riparia. È uno dei motivi per cui la ricerca contemporanea sta cercando di ampliare la diversità genetica disponibile.
Vitis berlandieri
Originaria di ambienti caratterizzati anche da suoli calcarei, ha fornito ai suoi discendenti caratteristiche particolarmente utili quali:
- elevata tolleranza al calcare;
- buona capacità di adattamento alla siccità;
- sviluppo radicale importante.
È una delle specie fondamentali nella genealogia dei portainnesti utilizzati nella viticoltura mediterranea.
Vitis riparia
È generalmente associata a:
- vigoria più contenuta;
- maggiore precocità;
- buona adattabilità ai terreni freschi;
- minore adattamento agli ambienti fortemente siccitosi.
Vitis rupestris
Ha contribuito alla selezione di portainnesti caratterizzati generalmente da:
- elevata vigoria;
- notevole sviluppo radicale;
- buona capacità di esplorazione del terreno;
- adattamento a condizioni di disponibilità idrica limitata.
Vitis vinifera
Compare nella genealogia di alcuni portainnesti, fra cui il celebre 41B, ottenuto dall’incrocio tra Vitis vinifera cv. Chasselas e Vitis berlandieri.
È però importante ricordare che la genealogia dei portainnesti è più complessa di quanto si sia creduto per molti decenni: moderne analisi genetiche hanno corretto o precisato l’origine di diversi materiali storici.
Come si sceglie un portainnesto?
Non esiste il portainnesto migliore.
Esiste il portainnesto più adatto a una determinata combinazione tra suolo, clima, vitigno e obiettivo produttivo.
Prima dell’impianto dovrebbero essere valutati almeno:
- tessitura e struttura del terreno;
- profondità utile;
- capacità di ritenzione idrica;
- drenaggio;
- calcare totale e soprattutto calcare attivo;
- pH;
- disponibilità di ferro assimilabile;
- salinità e contenuto in cloruri;
- fertilità;
- presenza di nematodi;
- disponibilità idrica e possibilità di irrigazione;
- frequenza e intensità degli stress termici e idrici;
- vigoria del vitigno;
- densità di impianto;
- forma di allevamento;
- obiettivo produttivo.
Per questo due vigneti confinanti possono teoricamente richiedere portainnesti differenti.
Non basta conoscere il calcare totale
Un dettaglio particolarmente importante riguarda la clorosi ferrica.
Il semplice valore del calcare totale non è sufficiente per valutare il rischio. Risulta molto più significativo conoscere il calcare attivo, cioè la frazione più reattiva dei carbonati presente nelle particelle fini del terreno.
Ancora più completo è l’IPC – Indice di Potere Clorosante, che mette in relazione il calcare attivo con il ferro facilmente estraibile del terreno.
È per questo che due terreni con percentuali simili di calcare totale possono comportarsi in maniera molto diversa nei confronti della vite.
I principali portainnesti
BERLANDIERI × RIPARIA
È una delle famiglie più importanti della viticoltura europea. In linea generale comprende portainnesti meno vigorosi e meno resistenti alla siccità rispetto ai Berlandieri × Rupestris, ma spesso interessanti nei terreni freschi e nelle situazioni in cui si desidera maggiore controllo vegetativo.
Kober 5BB
Uno dei portainnesti storicamente più diffusi.
Vigoria: medio-alta/elevata
Punti di forza
- buona adattabilità;
- buona tolleranza al calcare;
- rapido sviluppo;
- interessante nei terreni freschi e sufficientemente fertili.
Può risultare eccessivamente vigoroso in condizioni molto fertili e non rappresenta la prima scelta negli ambienti più aridi.
SO4
Molto diffuso nell’Europa centro-settentrionale.
Vigoria: medio-alta
Caratteristiche
- buona adattabilità;
- discreta tolleranza al calcare;
- comportamento interessante nei terreni freschi;
- buona produttività;
- capacità relativamente bassa di assorbire magnesio.
La sua resistenza alla siccità viene classificata da moderata a buona, ma non è generalmente consigliato nei terroir più aridi e asciutti.
Teleki 5C
Vigoria: media
Interessante per:
- equilibrio vegetativo;
- adattamento a numerosi terreni;
- discreta tolleranza al calcare;
- sviluppo relativamente regolare.
420A Mgt
Vigoria: medio-bassa
È uno dei portainnesti storicamente utilizzati quando si ricerca un maggiore controllo della vigoria.
Può:
- contenere lo sviluppo vegetativo;
- favorire un buon equilibrio vegeto-produttivo;
- adattarsi a terreni moderatamente calcarei.
La sua tolleranza alla siccità è però limitata rispetto ai portainnesti mediterranei più vigorosi.
161-49 Couderc
Vigoria: bassa/moderata
Può essere utile nei terreni fertili quando si desidera limitare la crescita della vite.
È però un portainnesto relativamente delicato nei confronti di alcune condizioni pedoclimatiche e non è indicato per gli ambienti caratterizzati da forte stress idrico.
RIPARIA × RUPESTRIS
Questa famiglia merita una categoria distinta.
101-14 Mgt
Vigoria: medio-bassa
È particolarmente interessante nei terreni freschi e ben alimentati dal punto di vista idrico.
Può favorire:
- contenimento della vigoria;
- buona precocità;
- equilibrio vegetativo.
È invece considerato relativamente sensibile alla siccità ed è quindi meno adatto alle condizioni mediterranee più estreme. Proprio per questo viene spesso utilizzato come termine di confronto negli studi sui nuovi portainnesti resistenti allo stress idrico.
3309 Couderc
Vigoria: medio-bassa/moderata
Molto utilizzato soprattutto in Francia.
Presenta:
- buona affinità con numerosi vitigni;
- sviluppo relativamente equilibrato;
- tendenza alla precocità.
È però poco adatto agli ambienti caratterizzati da forte siccità. Studi sperimentali ne hanno evidenziato la sensibilità allo stress idrico.
BERLANDIERI × RUPESTRIS
Sono tra i grandi protagonisti della viticoltura mediterranea grazie alla combinazione tra vigoria, adattamento ai terreni difficili e tolleranza alla siccità.
1103 Paulsen
Vigoria: elevata
Punti di forza
- ottimo adattamento alla siccità;
- buona esplorazione del terreno;
- adattamento anche a terreni compatti;
- discreta tolleranza ai cloruri;
- buon assorbimento del magnesio.
Tollera indicativamente fino al 17% di calcare attivo, con IPC intorno a 30; la sua resistenza alla clorosi ferrica è quindi considerata media.
È uno dei portainnesti di riferimento negli ambienti mediterranei.
110 Richter
Vigoria: elevata
Caratterizzato da:
- buona resistenza alla siccità;
- elevata capacità di adattamento agli ambienti asciutti;
- vigoria importante.
Può rallentare il ciclo vegetativo rispetto ai portainnesti più precoci.
140 Ruggeri
È uno dei portainnesti più vigorosi e resistenti alla siccità disponibili.
Punti di forza
- elevatissima tolleranza allo stress idrico;
- ottima adattabilità ai terreni calcarei;
- buona capacità di assorbimento del magnesio;
- particolare adattamento a terreni poveri, asciutti, superficiali e pietrosi.
Può tollerare circa il 20% di calcare attivo, con IPC indicativamente fino a 90.
La sua grande vigoria rappresenta però anche un limite: può determinare uno sviluppo vegetativo molto intenso e tende a ritardare il ciclo e la maturazione. La scelta deve quindi considerare attentamente il vitigno e la fertilità del sito.
775 Paulsen
Portainnesto vigoroso e interessante soprattutto negli ambienti asciutti.
Presenta buona capacità di adattamento allo stress idrico, anche se oggi è meno diffuso rispetto a 1103 P e 140 Ru.
779 Paulsen
Anch’esso caratterizzato da vigoria importante e buona adattabilità ai terreni asciutti
VITIS RUPESTRIS
Rupestris du Lot
È uno dei portainnesti storici della viticoltura moderna e una delle accessioni che ricorrono maggiormente nella genealogia dei portainnesti successivamente selezionati.
È caratterizzato da:
- vigoria molto elevata;
- importante sviluppo radicale;
- buona adattabilità ai terreni poveri.
Oggi viene utilizzato molto meno rispetto al passato, ma il suo patrimonio genetico sopravvive in numerosi portainnesti moderni.
VINIFERA × BERLANDIERI
41B Millardet et de Grasset
Uno dei portainnesti storici della viticoltura europea.
Deriva dall’incrocio tra Vitis vinifera cv. Chasselas e Vitis berlandieri.
Il suo grande punto di forza è l’adattamento ai terreni calcarei: può tollerare indicativamente fino al 40% di calcare attivo, con IPC intorno a 60.
Caratteristiche
- elevata resistenza alla clorosi ferrica;
- vigoria da moderata a elevata;
- generalmente buona affinità d’innesto;
- discreto assorbimento del magnesio.
La resistenza alla siccità è invece moderata e il portainnesto può soffrire sia gli stress idrici importanti sia gli eccessi temporanei di acqua.
ALTRI PORTAINNESTI
Fercal
È uno dei riferimenti assoluti quando il problema principale è rappresentato dalla clorosi ferrica nei terreni fortemente calcarei.
Può tollerare indicativamente:
- fino al 60% di calcare totale;
- circa il 40% di calcare attivo;
- IPC fino a circa 120.
Sono valori che spiegano il suo utilizzo nelle situazioni più difficili.
La sua resistenza alla siccità è da moderata a buona quando riesce a sviluppare sufficientemente l’apparato radicale.
Una curiosità agronomica importante riguarda invece il magnesio: Fercal può presentare difficoltà nel suo assorbimento, soprattutto in presenza di concimazioni potassiche elevate, aumentando il rischio di manifestazioni carenziali.
Gravesac
Portainnesto interessante soprattutto per la sua capacità di adattamento a determinate condizioni pedologiche e per un comportamento vegetativo generalmente equilibrato.
Non va però considerato un portainnesto universale: come per tutti gli altri, la sua validità dipende dalla combinazione con suolo, clima e nesto.
196-17 Castel
Merita una categoria a parte perché la sua genealogia è più complessa rispetto ai classici gruppi precedenti.
Deriva dal 1203 Couderc, a sua volta Vitis vinifera × Vitis rupestris, incrociato con Vitis riparia Gloire de Montpellier.
È quindi più corretto indicarlo come:
(Vinifera × Rupestris) × Riparia
piuttosto che inserirlo tra i Berlandieri × Riparia.
La Serie M: una nuova generazione di portainnesti
Un aspetto particolarmente interessante della viticoltura contemporanea riguarda il ritorno della ricerca sui portainnesti.
La maggior parte dei materiali ancora oggi utilizzati deriva infatti dai programmi di selezione sviluppati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. La loro base genetica è relativamente ristretta, mentre le condizioni ambientali nelle quali devono lavorare sono profondamente cambiate.
Da qui nasce il programma dell’Università degli Studi di Milano (dipartimento DiSAA) avviato negli anni ’80. Il progetto ha portato alla selezione dei portainnesti della Serie M: M1, M2, M3 e M4, iscritti nel 2014 al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Vengono moltiplicati e commercializzati in esclusiva mondiale dai Vivai Cooperativi Rauscedo (VCR), con il supporto della società Winegraft.
L’obiettivo non era semplicemente ottenere nuovi portainnesti resistenti alla fillossera, ma selezionare genotipi capaci di migliorare:
- risposta alla siccità;
- efficienza nell’uso dell’acqua;
- adattamento alla salinità;
- efficienza nell’assorbimento minerale;
- tolleranza alla carenza di ferro;
- sostenibilità complessiva del vigneto.
M1
È particolarmente interessante per la sua tolleranza alle condizioni di limitata disponibilità di ferro.
Gli studi indicano per M1 una tolleranza alla carenza di ferro superiore a quella di M3.
Presenta inoltre un comportamento interessante in condizioni di stress idrico.
M2
Mostra caratteristiche interessanti soprattutto per quanto riguarda l’adattamento a condizioni di salinità, pur presentando una tolleranza alla siccità inferiore rispetto agli altri materiali M più performanti sotto questo specifico aspetto.
M3
Presenta buona efficienza nutrizionale e tolleranza alla limitata disponibilità di ferro, seppure inferiore a M1.
Anche la sua risposta alla siccità è oggetto di studio e appare fortemente dipendente dalle condizioni sperimentali e dall’interazione con il nesto.
M4
È probabilmente il componente della serie che ha attirato maggiormente l’attenzione scientifica per la risposta allo stress idrico.
Deriva da una genealogia che comprende Vitis vinifera e Vitis berlandieri ed è stato selezionato proprio per la capacità di mantenere un’efficiente funzionalità fisiologica in condizioni di disponibilità idrica ridotta.
In sperimentazione M4 ha mostrato:
- elevata tolleranza allo stress idrico;
- capacità di mantenere attività fotosintetica anche in condizioni severe;
- elevata efficienza d’uso dell’acqua;
- buona funzionalità dell’apparato radicale;
- interessante risposta alla salinità e all’accumulo di sodio e cloro.
Studi comparativi hanno mostrato per i portainnesti M, in condizioni di limitata disponibilità idrica, strategie fisiologiche paragonabili a quelle di portainnesti tradizionalmente considerati tolleranti alla siccità come 1103 Paulsen e 110 Richter.
Più che parlare quindi di portainnesti “del futuro”, è forse più corretto considerarli una delle prime risposte genetiche moderne a condizioni viticole molto diverse da quelle nelle quali furono selezionati i grandi portainnesti ottocenteschi.
Il portainnesto cambia il gusto del vino?
Non direttamente.
Il portainnesto non trasferisce aromi al nesto e non modifica il patrimonio genetico della varietà innestata.
Può però modificarne profondamente la fisiologia.
Attraverso l’influenza su:
- disponibilità d’acqua;
- nutrizione minerale;
- vigoria;
- superficie fogliare;
- rapporto tra vegetazione e produzione;
- resa;
- dimensione degli acini;
- durata del ciclo;
- accumulo degli zuccheri;
- acidità e pH;
- maturazione fenolica;
può contribuire indirettamente alla composizione dell’uva e quindi anche alle caratteristiche del vino.
Studi condotti sul Cabernet Sauvignon, ad esempio, hanno rilevato differenze nella composizione dei mosti in funzione del portainnesto, comprese variazioni nella concentrazione di potassio, solidi solubili, acidità e pH.
La ricerca più recente sta studiando persino le possibili conseguenze sulla composizione aromatica e sulla percezione sensoriale dei vini, pur trattandosi sempre di effetti indiretti e fortemente dipendenti dall’interazione portainnesto-nesto-ambiente, non di un trasferimento di caratteri aromatici dal portainnesto al vino.

Una curiosità: il portainnesto può cambiare anche la nutrizione minerale
Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda la capacità dei diversi portainnesti di assorbire selettivamente gli elementi presenti nel terreno.
Non tutti assorbono allo stesso modo potassio, magnesio, ferro, sodio o cloro.
Questo è importante perché, per esempio, un maggiore assorbimento di potassio può favorire l’aumento del pH del mosto e modificare l’equilibrio acido dell’uva. In prove sperimentali su Cabernet Sauvignon, SO4 e 5BB hanno determinato concentrazioni di potassio nel mosto superiori rispetto ad altre combinazioni d’innesto.
Il portainnesto non è quindi soltanto un'”ancora” nel terreno: è anche un filtro fisiologico attraverso il quale la vite accede all’acqua e agli elementi minerali.
E le viti a piede franco?
Esistono ancora vigneti coltivati senza portainnesto, le cosiddette viti franche di piede.
Sono possibili soprattutto in particolari condizioni nelle quali la fillossera non riesce a completare efficacemente il proprio ciclo o a provocare danni rilevanti.
Il caso più noto è quello dei terreni fortemente sabbiosi, la cui struttura può ostacolare fortemente la mobilità e la sopravvivenza dell’insetto.
Per questo esistono ancora vigneti a piede franco in alcune aree costiere, insulari o caratterizzate da suoli con elevatissime percentuali di sabbia.
Occorre invece fare attenzione a un luogo comune: un terreno vulcanico non è automaticamente immune dalla fillossera.
Quando troviamo viti franche di piede in contesti vulcanici, la loro sopravvivenza va valutata in relazione alle specifiche caratteristiche fisiche del suolo – tessitura, percentuale di sabbia o materiali incoerenti, profondità, condizioni ambientali – e non semplicemente alla sua origine vulcanica.
Il piede franco rimane quindi un’eccezione preziosa e affascinante, non una normale alternativa all’innesto.
Un portainnesto per sempre
C’è infine un aspetto che rende questa scelta ancora più importante.
Il portainnesto viene deciso prima dell’impianto e accompagnerà idealmente il vigneto per decenni.
Una scelta varietale può talvolta essere modificata attraverso il sovrainnesto. Correggere una scelta sbagliata del portainnesto è molto più complesso e può arrivare a richiedere il reimpianto.
Significa che quando oggi scegliamo il portainnesto di un vigneto destinato a vivere 30, 40 o 50 anni non dobbiamo pensare soltanto al clima attuale, ma anche alle condizioni nelle quali quella vite dovrà vivere tra diversi decenni.
Ed è probabilmente questa una delle sfide più interessanti della viticoltura contemporanea.
Conclusioni
Per decenni il portainnesto è stato percepito quasi esclusivamente come la soluzione tecnica che ha permesso alla viticoltura europea di sopravvivere alla fillossera.
Oggi sappiamo che il suo ruolo è molto più ampio.
È l’interfaccia attraverso cui la vite dialoga con il terreno: regola in parte l’accesso all’acqua e agli elementi minerali, contribuisce a determinare la vigoria, condiziona la risposta agli stress e interagisce con il vitigno influenzandone fisiologia, produttività e dinamiche di maturazione.
In un contesto segnato dall’aumento delle temperature, da una distribuzione delle precipitazioni sempre più irregolare, da periodi siccitosi prolungati e, in alcune aree, da crescenti problemi di salinità, scegliere il portainnesto non significa più soltanto chiedersi “quale resiste alla fillossera?”, ma soprattutto “quale permetterà a questo vigneto di trovare equilibrio in questo luogo nei prossimi decenni?”
La ricerca sui nuovi genotipi, come quelli della Serie M, va proprio in questa direzione. Ed è particolarmente significativa se pensiamo che molti dei portainnesti ancora oggi più utilizzati sono stati selezionati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento e derivano da una base genetica relativamente ristretta.
Il futuro potrebbe quindi non consistere semplicemente nel trovare portainnesti sempre più vigorosi o resistenti alla siccità, ma nel disporre di una gamma genetica più ampia, capace di permettere scelte sempre più precise in funzione del singolo terroir.
Francesco Saverio Russo
#WineIsSharing
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