Cantina Le Caniette – Alla riscoperta del Piceno e del Bordò

Era da un po’ che non
parlavo delle mie Marche. Vi stavate preoccupando, eh!?
Oggi vi porto nel Piceno,
più precisamente a Ripatransone in una zona conosciuta come “Le
Caniette” dove sorge l’omonima azienda.
L’azienda Le Caniette
trae le sue origini dalla lungimiranza di Raffaele Vagnoni che nel
1897 acquista un terreno con l’annessa abitazione e si
trasferisce con la famiglia proprio a Ripatransone. Alla proprietà
originaria si aggiungono, negli anni, altri appezzamenti di terreni confinanti acquistati con i proventi del lavoro nei campi. Dobbiamo, però, attendere la scomparsa di Raffaele e il passaggio delle
redini aziendali nelle mani del figlio Giovanni per veder impiantare
i primi filari di vigna specializzata a discapito della “storica”
ma poco qualitativa coltivazione alberata. I nuovi impianti
rappresentano uno snodo cruciale per l’azienda agricola che inizia a
puntare in maniera seria e concreta sulla viticoltura di qualità.
le caniette cantina marche
L’attività
vitivinicola diventa la principale attività aziendale con Raffaele
Vagnoni, che negli anni ’60 converte gradualmente in vigneti la
gran parte dei terreni che eredita dal padre Giovanni per un totale
di 9 ettari vitati su 11 di proprietà e dota la nascente “nuova”
azienda di una cantina a tutti gli effetti.
Nel 1990, con l’ingresso
definitivo in organico del figlio Giovanni, vengono prodotte e
commercializzate le prime bottiglie di Rosso Piceno a marchio “Le Caniette” che, su suggerimento del Maestro Gianfranco Notargiacomo,
Artista e Docente dell’Accademia delle Belle Arti di Roma, prendono
il nome di “Morellone” e “Rosso Bello”.
Nel 2002 Raffaele cede le
redini dell’Azienda ai suoi figli Giovanni e Luigino che la guidano
tutt’ora: Luigino gestisce la campagna e Giovanni la cantina.
L’Azienda si amplia fino agli odierni 16ha vitati. La produzione si
concentra su 6 etichette che esaltano le potenzialità dei vitigni
autoctoni coltivati grazie alle moderne e rispettose (l’azienda è certificata biologica) tecniche di coltivazione e
vinificazione filtrate da una saggezza tradizionale e contadina: Lucrezia, Veronica,
Gaia, Rosso Bello, Morellone, Nero di Vite e Cinabro.
vini le caniette
I varietali coltivati
sono quelli autoctoni del Piceno: Passerina, Pecorino, Montepulciano,
Sangiovese e Bordò.
E’ stato proprio
quest’ultimo vitigno a spingermi ad approfondire la realtà de Le
Caniette e la loro dedizione al territorio. Molti di voi conosceranno
già il Bordò grazie al Kupra di Marco Casonaletti, ma di certo in
pochi avranno avuto modo di berne un calice, dato l’esigua estensione
dei vigneti e la conseguente ridotta produzione di vini da questo
vitigno.
Non vi parlerò di Bordò
Boys o Casonaletti Boys, ma sta di fatto che anche in questo caso
“galeotto fu l’incontro” di Giovanni con l’ormai noto vignaiolo
piceno padre del Kurni che tanto ha dato in termini di visibilità a
questa piccola zona delle Marche. Nel 1998, infatti, Giovanni
incontra Marco Casonaletti che gli porge un calice di un vino dal
colore scarico tanto da credere fosse un rosato. Se la vista lo
lasciò un po’ perplesso alla prima olfazione fu amore a primo naso!
“Questo è il Bordò!” Esclamò Casolanetti con la sicurezza di
chi ha la lungimiranza e la sensibilità per intuire le potenzialità
di qualcosa di quasi sconosciuto.
Da lì a poco le analisi
del DNA diedero riscontri inattesi: siamo di fronte ad un vitigno
antico che è qui da secoli ed è cambiato a tal punto da divenire
unico nel suo genere. La famiglia di appartenenza è quella della
Grenache, ma non si tratta del clone comune, bensì di una “mutazione
semale di Grenache”. Una storia simile a quella del Cannonau e di
altri vitigni diventati autoctoni mutando dall’alloctono di origine
dimostrando quanto un territorio possa incidere sulla capacità di
adattamento e sullo sviluppo genetico e, quindi, organolettico di un
vitigno. C’è da dire che in questo caso la mutazione sembra essere più incidente che negli altri casi.

Passiamo ora ai vini che mi hanno colpito di più tra quelli assaggiati qualche giorno fa:
cinabro le caniette vino
Nero di Vite Rosso Piceno
DOC Riserva 2009 – Le Caniette:
quando parlo di Marche in giro per
l’Italia mi rendo conto di quanto, ormai, la mia terra natìa sia
vista solo ed esclusivamente come regione bianchista e questo fa
onore al Verdicchio che ha dato lustro ad un intero territorio,
eppure io ho sempre creduto molto nelle potenzialità di alcuni
areali marchigiani nella produzione di grandi vini rossi e questo
Rosso Piceno Riserva conferma che “si può fare!”. I 3 anni di
legno piccolo e nuovo potrebbero fuorviare – e non nascondo di
esser rimasto esterrefatto e di aver pensato ci fosse stato un errore
nella scheda tecnica dopo l’assaggio – in quanto l’incidenza è
così educata ed integrata da non celare il potenziale del blend alla
pari di Montepulciano e Sangiovese. Un blend in cui i due varietali
non si contendono il ruolo di protagonista, bensì si dividono in
maniera equa ed equilibrata naso e bocca, con i profumi del
Montepulciano in prima linea e la bocca tesa, vibrante, elegante e
giustamente tannica di un Sangiovese che mi fa pensare si possa persino
provare a farne una versione in purezza! Un vino che ha fatto suo lo
scorrere del tempo e lo ha indirizzato dove meglio credeva,  manifestando un’evoluzione ancora ai primordi.
Davvero una bottiglia
inaspettata di grande carattere, espressione pulita e territoriale di una denominazione da riscoprire.

Cinabro IGP Marche Rosso 2013 – Le Caniette: eccolo qui il
Bordò, il vino di punta dell’azienda ma anche il vino che rappresenta un  movimento rossista che vede nella riscoperta di
questo varietale antico e così peculiare un traino forte dalla personalità innata. Fondamentale è avere una linea qualitativa comune che, oggi, unisce tutti i
produttori che hanno deciso di cimentarsi con la produzione di vini
da questo vitigno.
Comunque, ho deciso di aprire
questa bottiglia al di fuori dei contesti comuni delle mie
degustazioni per questo wineblog, condividendola alla cieca con amici
“addetti ai lavori” ma con palati e gusti non sempre in linea con
i miei. La cosa che mi ha colpito di più è stata la capacità di
scomodare inizialmente paragoni importanti spostando tutti verso noti cugini d’Oltralpe, ma dopo qualche respiro la potenza del territorio
ha avuto la meglio ricollocando il vino proprio lì dove nasce. A
prescindere dagli esiti di quello che non è altro che un “gioco”
fra appassionati, o meglio innamorati del vino, il Cinabro è un
vino dotato di grande charme, dall’impatto intrigantemente speziato, a tratti iodati, con un frutto vivo, fresco e per nulla surmaturo. Il sorso nasce
ampio per poi distendersi con fare sicuro e grande sinuosità. Il
tannino è nobile e non inibisce lo slancio davvero profondo, con un marcato finale minerale-ferroso.
Parlando con un
enotecnico mesi fa disquisimmo sulla capacità di questi piccoli
carati da 115l di far affinare al meglio il vino con la minima
incidenza e devo ammettere che aveva ragione! Il rapporto fra la
massa e la superficie di contatto è, a quanto pare, idoneo ad
educare il tannino senza perdere varietale e concedendo al vino una
micro-ossigenazione dosata, mai eccessiva.
Una bottiglia che ha
stupito me quanto i compagni di degustazione per la sua fresca
eleganza.
Un vino contemporaneo che ti ammalia al naso per poi
stenderti con una beva a dir poco inerziale, nonostante la sua palese
complessità.
Quando un vino sa manifestare la sua “importanza” facendosi bere con “facilità” ha già vinto! 
Esistono vini da meditazione che per finirne una bottiglia avresti bisogno di condividerli e vini da condivisione dei quali vorresti avere una bottiglia extra da bere finire da solo perché in un attimo è svanita. Il Cinabro fa sicuramente parte di quest’ultima categoria.

Nel complesso ho assaggiato una linea di vini dall’approccio molto rispettoso e tradizionale, ma con un piglio contemporaneo, specie nella dinamica di beva.
Un’azienda che fa bene ad un intero territorio con la sua lungimiranza e la predisposizione alla comunicazione dei valori della terra tramite l’enoturismo di qualità e, soprattutto, tramite le sue bottiglie.
Io sarò anche di parte, ma credo molto nel Piceno e nelle potenzialità di un territorio che può e deve utilizzare la riscoperta del Bordò e la qualità dei vini che si stanno producendo con questa preziosa uva come volano comunicativo, senza però dimenticare il Rosso Piceno. Fondamentale sarà arrivare a fare una qualità più diffusa anche per il vino più tradizionale della denominazione.

F.S.R.
#WineIsSharing

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