Alla luce del mio recente viaggio tra le colline dell’areale del Prosecco Conegliano Valdobbiadene Docg, torno a parlare di generalizzazione e di poca obiettività nel valutare un territorio che merita molto più rispetto.
Se è vero che “Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene”, nel 2019, sono state insignite del prestigioso riconoscimento di Patrimonio dell’umanità UNESCO, è altrettanto vero che la denominazione non si è adagiata sugli allori e ha cercato di implementare quelli che sono messaggi fondamentali per elevare la perfezione del territorio stesso e per comunicare i dovuti distinguo fra la Docg e la Doc.
Come accade in molti casi, infatti, il problema è sicuramente semantico, in quanto questo nome è usato trasversalmente in più denominazioni molto differenti fra loro capaci con condizioni morfologiche e qualitative, nonché target enologici e commerciali molto diversi fra loro. Che non me ne voglia nessuno ma per me è lapalissiano: c’è Prosecco e Prosecco!
Quando parliamo di Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg prendiamo in esame un areale che tocca 15 comuni e rappresenta il cuore del mondo del Prosecco, è una denominazione storica italiana riconosciuta nel 1969. Nel 2009, con la riorganizzazione delle denominazioni Prosecco, il Ministero dell’Agricoltura la classifica come Denominazione di Origina Controllata e Garantita (DOCG). Ad essa si affiancano l’altra piccola e virtuosa DOCG Asolo (sulla quale confido di poter condividere un approfondimento nei prossimi mesi) e la DOC Prosecco, una delle più vaste denominazioni italiane, estesa su 9 province di Veneto e Friuli Venezia Giulia.
La storia del Prosecco Docg nasce tra le colline dell’area di Conegliano Valdobbiadene, nel Nord Est d’Italia, a 50 km da Venezia e circa 100 dalle Dolomiti. Un’area in cui, da più di tre secoli, si coltivano le uve che danno origine al Prosecco Superiore quali Glera, Verdiso, Bianchetta trevigiana, Perera e Glera lunga. Qui, nel 1876, viene fondata la Scuola Enologica di Conegliano, prima in Italia, a testimonianza della vocazione vitivinicola di questo territorio e della volontà di perorare la causa della qualità e di elevare la concezione agronomica ed enologica di un tempo, senza andare a snaturare quella che era la più sana e ancora oggi fondamentale cultura rurale dei vecchi vignaioli.
I boschi che abbracciano gran parte delle colline e che, assieme ai numerosi prati, costituiscono la vera e tangibile fonte di biodiversità dell’areale, la dicono lunga su quanto bio-diversa sia quest’area da quelle a più alto sfruttamento vitivinicolo, dove impera e imperversa la monocoltura.
Vi basterà camminare per gli irti ma praticabili sentieri di Farra di Soligo, nell’esatto centro del sito Unesco (che comprende i territori collinari ricadenti nei Comuni di Valdobbiadene, Miane, Farra di Soligo, Pieve di Soligo, Follina, Cison di Valmarino, Refrontolo, San Pietro di Feletto, Revine Lago, Tarzo, Vidor, Vittorio Veneto), per rendervi conto di quanto il bosco (per lo più termofilo) sia interconnesso alla viticoltura, tanto da poter sbucare nei ripidi ed eroici vigneti della zona più volte durante la vostra “passeggiata”.
Il colpo d’occhio, una volta arrivati in cima ad una delle colline vi aiuterà a prendere piena coscienza di quanto siano fuorvianti e non veritiere le affermazioni di chi vuole ridurre tutto il Prosecco a ciò che viene prodotto in pianura, spesso con poco rispetto in termini agronomici sia per la sostenibilità che per la qualità, preferendo un utilizzo, spesso, più impattante della chimica e della meccanizzazione. Lo stesso vale per la terrazza panoramica di Ca’ del Poggio, a San Pietro di Feletto, dalla quale potrete scorgere parte dell’areale e familiarizzare con la sua orografia.

Lungi da me incorrere nell’errore di generalizzare a mia volta seppur si tratti di pianura e, quindi, di una viticoltura generalmente più omogenea, sta di fatto, però, che quando penso al Prosecco penso ai vigneti delle due Docg e la mia mente va, principalmente, a questi vigneti e al lavoro dei vignaioli, obbligati dall’orgoglio e dalla conformazione dei vigneti stessi a lavorare totalmente a mano. Parlo proprio di quello che nella candidatura Unesco è stato definito “hogback“, ovvero quella parte dell’areale costituita da un sistema di rilievi irti e scoscesi a corde allungate in direzione est-ovest e intervallate da piccole valli parallele.
E’ in queste zone che si percepisce in maniera nitida quanto l’uomo abbia modellato questa aspra terra con rispetto e saggezza, nonché con estrema fatica, affinando nel tempo la propria consapevolezza tecnico-agronomica al fine di elevare il proprio concetto di terroir dalla vigna al bicchiere.
Vignaioli come custodi della terra, quindi, che attraverso tecnica come quella del terrazzamento a ciglione, utilizza la terra inerbita al posto della pietra per evitare il dilavamento e l’erosione del suolo.
Un vero e proprio mosaico in cui le tessere sono le micro-parcelle di vigneto che si alternano agli inserti boschivi e ai prati improduttivi.
Avendo avuto modo di visitare l’areale durante la stagione vendemmiale ho potuto vivere in prima persona la raccolta eroica in questi ripidissimi vigneti terrazzati, con una mole di lavoro e un tasso di rischio che, unitamente all’equilibrio produttivo delle – spesso – vecchie viti in quei terreni a forte matrice argilloso-calcarea con grande presenza di conglomerati detti “croda”, rendono davvero virtuosa la produzione di Prosecco su queste colline.
Un’opera virtuosa che, purtroppo, non sempre viene valorizzata quanto meriterebbe in termini economici e di percezione comune, in quanto anch’essa finisce nel grande calderone dei “Prosecchi” in cui la forbice di prezzo è sì ampia, ma parte da livelli troppo bassi che mai potrebbero garantire marginalità adeguate ai vignaioli di gran parte della docg.
La vera sfida, dunque, è quella di elevare la percezione comune del Prosecco Superiore Docg non solo attraverso una sempre maggiore qualità del prodotto in bottiglia ma anche e soprattutto comunicando le peculiarità concrete, tangibili e inconfutabili del territorio.





Un territorio che non può valere quanto la pianura e non può e non deve essere penalizzato dagli errori commessi altrove nella produzione di un vino che pur portando lo stesso nome vede nella denominazione di riferimento le specifiche e fondamentali differenze.
E’ proprio sul nome che si sta molto disquisendo negli ultimi mesi, in quanto una fazione di produttori della Docg vorrebbe addirittura omettere il nome “Prosecco” nelle proprie etichette (è già possibile farlo, tanto che alcune aziende hanno già iniziato questo provocatorio ma lecito percorso volto ad anteporre il territorio al nome “generico” del vino), mentre l’altra manifesta reticenze in quanto fortemente attaccata ad un nome che è parte integrante della storia della viticoltura locale e della vita rurale degli abitanti di questa zona del Veneto. Inoltre, non è da trascurare che, per quanto fuorviante possa risultare, il termine “Prosecco” vanta una potenza commerciale e di marketing tale da rendere difficile la possibilità che realtà giovani che ancora devono farsi notare ma anche realtà più importanti forti su certi mercati di riferimento si possano permettere omettere la famosa “parolina magica” che distributori e importatori, nonché clienti finali, vogliono trovare in etichetta.
Di certo nel 2009 qualcosa di meglio poteva essere fatto, ma è una questione di difficile valutazione in quanto i pro e i contro tendono ad equivalersi. Sono convinto, però, che il solo fatto che si sia scatenata questa dialettica rappresenti a pieno la consapevolezza dei produttori della Docg dell’unicità del proprio areale e dei propri vini e la conseguente volontà di emanciparsi dalle mere dinamiche commerciali che, purtroppo, hanno fatto del Prosecco uno spumante percepito come “facile ed economico”.
Tra i fattori sui quali questo areale potrebbe improntare una comunicazione volta a fare chiarezza sui doverosi distinguo è il tema della sostenibilità che ho affrontato durante la seconda tappa del mio tour per la quale avevo richiesto la presenza di un agronomo. Se ormai nella stragrande maggioranza (anche grazie all’invito del Consorzio e ai regolamenti emanati da alcuni comuni interni alla Docg) dei vigneti non sono diserbati chimicamente e vengono trattati per lo più con prodotti adottati anche in regime biologico, l’unico limite alla creazione di un vero e proprio “distretto bio” è l’annosa lotta alla flavescenza dorata che miete vittime a iosa nei vigneti della zona. Purtroppo i prodotti che vengono consigliati e utilizzati per la lotta all’insetto vettore, ovvero lo scaphoideus titanus, non sono idonei alla certificazione biologica e ho potuto appurare personalmente l’insofferenza di quei produttori che vorrebbero fare un ulteriore passo verso la sostenibilità ma non possono per via dell’impossibilità di trovare alternative agli insetticidi attualmente in uso. Parliamo comunque di prodotti a basso impatto.
A mio parere, però, la mission della Docg resta quella di puntare tutto sulla valorizzazione del territorio e sulla comunicazione nitida e trasparente di quelle peculiarità, quelle diversità e quelle unicità che caratterizzano e distinguono questo areale da quello della Doc e da qualsiasi altra zona vitivinicola italiane non mondiale.
Ecco quindi che divengono fondamentali i lavori di ricerca svolti dai tecnici del consorzio (e in particolare da Federica Gaiotti e Diego Tomasi con la pubblicazione del volume “I Terroirs del Conegliano Valdobbiadene Prosecco. Studio sull’origine della qualità nelle Colline Patrimonio Unesco”), che hanno portato all’individuazione di 19 differenti “terroirs”, distinti per matrice pedologica, per costanti idrologiche e, soprattutto, per meso e micro-climi:
Susegana, Conegliano -Feletti, Conegliano – Ogliano, Colle Umberto, Fregona, Col San Martino, Rolle e Combai nella zona orientale, Scandolere – Molere, Follo – Santo Stefano – Guia, Strada Guia – Vidor, Madonna delle Grazie, Cartizze Est, Cartizze Ovest, Cartizze Alto, Campion, San Vito – Bigolino, Valdobbiadene – San Pietro (sotto strada) e Parte alta Valdobbiadene – Guia nella zona occidentale.

All’identificazione di queste “sotto-zone” (utili ai produttori per le scelte d’impianto e per la gestione agronomica) si aggiungono le 43 Rive, vere e proprio UGA (unità geografiche aggiuntive) evidenziabili in etichetta:
Comune Di Valdobbiadene
1 San Vito
2 Bigolino
3 San Giovanni
4 San Pietro di Barbozza
5 Santo Stefano
6 Guia
Comune di Vidor
7 Vidor
8 Colbertaldo
Comune Di Miane
9 Miane
10 Combai
11 Campea
12 Premaor
Comune di Farra di Soligo
13 Farra di Soligo
14 Col San Martino
15 Soligo
Comune di Follina
16 Follina
17 Farrò
Comune di Cison di Valmarino
18 Cison di Valmarino
19 Rolle
Comune di Pieve di Soligo
20 Pieve di Soligo
21 Solighetto
Comune di Refrontolo
22 Refrontolo
Comune di San Pietro di Feletto
23 San Pietro di Feletto
24 Rua di Feletto
25 Santa Maria di Feletto
26 San Michele di Feletto
27 Bagnolo
Comune di Tarzo
28 Tarzo
29 Resera
30 Arfanta
31 Corbanese
Comune di Susegana
32 Susegana
33 Colfosco
34 Collalto
Comune di Vittorio Veneto
35 Formeniga
36 Cozzuolo
37 Carpesica
38 Manzana
Comune di Conegliano
39 Scomigo
40 Collalbrigo – Costa
41 Ogliano
Comune di San Vendemiano
42 San Vendemiano
Comune di Colle Umberto
43 Colle Umberto
Tutto questo viene declinato dal disciplinare di produzione che prevede le seguenti denominazioni:
Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg: identifica uno spumante DOCG prodotto esclusivamente nelle colline di Conegliano Valdobbiadene, a partire dal vitigno Glera, prodotto nei 15 comuni della Denominazione. La resa consentita è 13,5 t per ettaro e ogni produttore può creare la propria cuvèe con il blend delle uve raccolte nelle varie microzone del territorio. Il Conegliano Valdobbiadene può avere il seguente dosaggio: Extra Brut, Brut, Extra Dry e Dry.
Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Rive: con il termine “Rive” vengono identificate le pendici delle ripide colline che caratterizzano il territorio. Si fregiano della menzione “Rive” i Prosecco Conegliano Valdobbiadene Superiore Docg prodotti dai vigneti con maggior pendenza e più vocati, con uve provenienti da un unico Comune o frazione di esso. Il fine è quello di mettere in risalto l’identità della singola sottozona alla stregua di un ideale “cru”. Nella denominazione sono presenti 43 rive, ed ognuna esprime una diversa peculiarità di suolo, esposizione e microclima. Nel Rive la produzione è di 13t per ettaro, le uve vengono raccolte esclusivamente a mano e viene indicato in etichetta il millesimo. Parliamo di vigneti con pendenze che arrivano al 70% e fino a 600-800 ore di lavoro manuale per ettaro all’anno, a fronte di 100 ore dei vigneti in pianura.
Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Cartizze Docg: è il fiore all’occhiello della denominazione, una sottozona disciplinata fin dal 1969 di soli 107 ettari di vigna, compresa tra le colline più scoscese di San Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol, nel comune di Valdobbiadene. Il pedoclima è unico: suolo è composto da arenarie e morene, modellato nel tempo per formare uno spesso strato di argille. Questo fondo argilloso consente all’apparato radicale della vite di scendere in profondità, garantendo riserve anche nelle annate più siccitose. Grazie alle Alpi l’escursione termica notturna è molto alta. Il disciplinare del Prosecco impone ai ca. 140 produttori di Cartizze racchiusi in poco più di 1kmq rese per ettaro più basse: 120 q.li/ettaro (135 q.li/ettaro area DOCG, 180 q.li/ettaro area DOC).
Il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg “SUI LIEVITI”: è storia e novità allo stesso tempo, in quanto si riferisce all’ultima introduzione in disciplinare ma anche alla tipologia più tradizionale del Prosecco, che contempla la rifermentazione in bottiglia (storicamente detta “Col fondo” o “sur lie”).
Esistono, inoltre, anche 2 tipologie meno note, in questo caso il termine Prosecco non è seguito dall’aggettivo Superiore:
Conegliano Valdobbiadene Prosecco Frizzante: prevede la seconda rifermentazione in autoclave, come lo spumante, ma con una pressione leggermente più bassa: il massimo può essere 2,5 bar, mentre per lo spumante il minimo è 3.
Conegliano Valdobbiadene Prosecco Tranquillo: è la versione meno conosciuta e si ottiene dai vigneti più fitti e poco produttivi, dove le uve vengono vendemmiate ben mature atte alla produzione di un vino fermo di minor acidità e maggior struttura di una base spumante.
Durante il mio viaggio il Consorzio di Tutela del Prosecco Superiore Docg Conegliano Valdobbiadene mi ha dato modo di assaggiare numerose referenze selezionate in rappresentanza di ogni tipologia ricadente sotto la denominazione di origine controllata e garantita e il livello di qualità medio è cresciuto notevolmente negli ultimi anni nonostante l’aumento della richiesta sui mercati. Un aumento che, comunque, è molto morigerato se si pensa che il numero di bottiglie prodotte in Docg è pressoché stabile mentre quello della Doc è ormai “scappato di mano” andando quasi a saturare i mercati. Se le menzioni “Rive” stanno piano piano prendendo piede evidenziando le diversità zonali e scardinando l’errata concezione di vino “omologato” legata al metodo e alla denominazione, è il “Sui Lieviti” a stupirmi maggiormente. Una topologia nobilitata, capace di staccarsi dalla fuorviante definizione di metodo ancestrale o rurale, con prodotti sempre più nitidi e contemporanei, in cui l’apporto della lisi dei lieviti apporta complessità, grassezza e persistenza, senza ostacolare freschezza e agilità di beva. Grande versatilità, anelando a una più spontanea eleganza. Attingere al passato declinando il meglio della “tradizione” con contezza tecnica odierna e una rinnovata consapevolezza nei riguardi delle potenzialità di un’interpretazione che esalta il concetto di terroir in cui vitigno/i, territorio e uomo si incontrano e si assecondano vicendevolmente nella maniera più genuina e disinvolta.
Discorso diverso per le versioni di Metodo Classico, ancora in un limbo disciplinare ma che, a mio modo di vedere, possono permettere un’elevazione importante del percepito dell’intera denominazione, in maniera assolutamente non esclusiva ed evitando comparazioni qualitative con il Metodo Martinotti, che merita di avere la centralità e va, a suo modo, valorizzato facendone comprendere non solo le specifiche e le utilità tecnico/tecnologiche, bensì dimostrandone la capacità di restituire interpretazioni peculiari del vitigno e del territorio, in cui l’incidenza del metodo non surclassi l’identità.
Tutto questo, unito alla crescente sensibilità nei confronti della sostenibilità, deve necessariamente portare i produttori di Prosecco Superiore Docg a trovare delle leve reali e peculiari tramite le quali innalzare la percezione del proprio prodotto e, quindi, elevare il posizionamento del proprio vino ben al di sopra dei prodotti che, per assurdo, vantano maggior marginalità anche a prezzi decisamente più bassi, visto il gap a loro favore in termini di ore lavoro e alla maggior possibilità di meccanizzazione da parte di chi opera in gran parte della Doc. Detto questo, ci tengo a precisare, che il mio è un approccio razionale alle evidenti diversità ma che non necessariamente tutti i Prosecco in Doc saranno inferiori a quelli della Docg. Ciò che differirà, obiettivamente, saranno disciplinari di produzione, territorio e, spesso, approcci commerciali. Va da sè che il costo di produzione di una bottiglia di Cartizze o di Rive e più in generale di un Docg sarà notevolmente superiore a quello possibile in gran parte della doc, per motivi logici di costo del lavoro manuale nella gestione agronomica e nella raccolta e per le produzioni più basse.
Purtroppo la generalizzazione che vige riguardo il “Prosecco” porta gli stessi commercianti (distributori e importatori) a indurre ulteriore confusione buttando doc e docg nello stesso calderone per poi lavorare solo sul prezzo e sulla marginalità senza pensare alle potenzialità di prodotti che possono – molti paesi all’estero – la Francia in primis – lo dimostrano – arrivare ad essere percepiti per le loro qualità intrinseche di identità zonale, versatilità in termini di fruizione e abbinamento, andando, inoltre, incontro alle esigenze di vini meno alcolici, nonostante gli esiti dei cambiamenti climatici.
Questi aspetti, unitamente alla maggior vocazione di alcune aree e ad un approccio spesso più accorto sia in campo che in cantina dovrebbero concorrere nel far comprendere le doverose differenze fra i vari “Prosecco”.
Pur non volendo dare la priorità alle individualità e, quindi, alle singole aziende è stato fondamentale visitare una serie di cantine rappresentative del territorio capaci di esprimere diverse identità di terroir, attraverso numeri e filosofie differenti ma convergenti sul comun denominatore della qualità. A stupirmi sono stati, in particolare, i giovani che rappresentano la nuova generazione di produttori (che qui hanno fondato lo Young Club Conegliano Valdobbiadene) che, invece di adagiarsi sugli allori assecondare pedissequamente le dinamiche commerciali accontentandosi di fare cassa, stanno imprimendo un cambio di marcia importante sia a livello di produzione (molti sono enologi e hanno ben chiara la propria mira, a fronte di un’evidente preparazione tecnica e di un maggior confronto fra diverse realtà, non solo locali), di posizionamento e, non ultimo, di enoturismo. Proprio quest’ultimo diviene fattore fondamentale per aumentare il percepito del territorio tutto e dei vini ivi prodotti, permettendo a ogni realtà di raccontarsi direttamente attraverso storia, approccio e contesto, oltre ad agecolare una marginalità maggiore, utile a una miglior sostenibilità a 360°.

La volontà di questo articolo – come dei precedenti scritti sull’areale – è quella di fare chiarezza e di spingere chi ancora tende a generalizzare negativamente quando si parla di Prosecco ad approfondire e a valutare in maniera più ponderata e realistica le peculiarità di un territorio e di un vino che non merita di essere denigrato a priori, ancor meno nell’areale della DOCG. Per questo vi invito, come fatto nell”incipit di questo articolo, a visitare il territorio e a prendere piena coscienza di quanto irte e esigenti siano le vigne dalle quali nascono questi vini e quanto virtuosi siano molti dei vignaioli che le lavorano con attenzione, dedizione e rispetto.
Se un giorno la gara fatta solo sui numeri porterà (mi auguro e auguro a tutti i produttori di no) all’implosione de “la bolla” del Prosecco e la richiesta dovesse calare, evidenziando, quindi, l’assurdità di molti impianti e dell’aver rincorso solo la quantità e i volumi, mi piace pensare che la zona “storica” del Prosecco continuerà comunque a mantenere stabilità, perché chi ha sempre lavorato bene e tutt’ora non si è lasciato ammaliare dal canto delle sirene dei mercati non ne risentirà, anzi ne uscirà più forte di prima.






Concludo con una digressione che compete l’ospitalità e la ristorazione locale delle quali ho potuto constatare una netta crescita nell’ultimo lustro, con grande attenzione alla dettaglio e, nel caso dei ristoranti, alla costruzione di carte vini che possano gratificare non solo gli enoturisti, ma gli addetti ai lavori più esigenti. Questo è, solitamente, un indicatore importante della crescita di un sistema enogastronomico territoriale che vede nel vino il traino ma non può prescindere un livello di ristorazione e ospitalità adeguato. Cosa che, purtroppo, accade in altri areali vitivinicoli.
F.S.R.
#WineIsSharing
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