Le domande di Lorenzo Ruggeri (Gambero Rosso) e le mie risposte inedite sul vino ai tempi di instagram e l’ipotetica “crisi” dei “grandi” rossi

Qualche settimana fa ho accolto con malcelato stupore e non meno soddisfazione la richiesta fattami da Lorenzo Ruggeri (Gambero Rosso) in merito alla possibilità di dare un mio personale contributo su alcuni dei temi enoici più dibattuti nell’ultimo periodo di questa era dei social. Per ovvi motivi di spazio e a causa della mia grafomania solo parte del contenuto dell’intervista con Lorenzo è stata pubblicata, quindi ci tenevo a dare giusto risalto al nostro scambio di battute riportando la chiacchierata integralmente qui di seguito.

Secondo te i social, che scientificamente hanno avuto un impatto sulla nostra capacità di concentrazione e i nostri ritmi, hanno finito per influenzare anche il nostro modo di pensare e bere il vino?

Premesso che per me i social fungono solo megafono e che, non occupandomi di marketing ma di divulgazione e formazione, faccio fatica a vederli come così incidenti nel pensare e nel fare comune, mi piace pensare che non abbiano un così forte impatto sull’esercizio stesso della degustazione o sulla dinamica del bere vino. Potrebbero, però, averne sull’approccio che si ha alle scelte del vino stesso e alla contezza con cui esse di effettuano. La velocità e la brevità delle interazioni online possono riflettersi nell’esperienza di degustazione in maniera negativa se e solo se ci si limita a percepire con superficialità la moltitudine di informazioni che ci troviamo di fronte in maniera, talvolta, passiva. Credo che negli ultimi anni, proprio a causa dell’avvento di centinaia di “comunicatori” improvvisati e di un marketing spicciolo mal camuffato da divulgazione tutti stiano imparando a discernere e a usare i social come spunto per poi approfondire altrove la propria ricerca, appagando la propria curiosità attraverso canali più classici.
Tuttavia, come è fondamentale trovare il giusto tempo e il giusto modo per apprezzare a pieno un buon bicchiere di vino, è altresì importante – parafrasando Battisti – rallentare per poi accelerare e vivere il vino con maggior disinvoltura e meno attenzione a paradigmi e a stilemi anacronistici ed elitari.

e commerce vino

Ci sono punti di contatto tra la costante ricerca di leggerezza nel vino di oggi e la fluidità del mondo internet molto schiacciato sulla dimensione del presente?

Credo sia necessario un distinguo semantico fondamentale fra “leggerezza” ed “eleganza”, fra “esilità” e “finezza”. Ci stiamo convincendo che consumatori e operatori del settore stiano virando verso vini solo più “beverini”, ma non è così o, almeno, lo è solo parzialmente. Ciò che sto osservando è una maggiore attenzione a quella che mi piace definire “agilità di beva”, che non è necessariamente correlata ai meri valori analitici di acidità e/o alcol di un vino, bensì alla capacità di un vino di assolvere al suo compito primo, ovvero essere bevuto senza troppi patemi d’animo.
A queste caratteristiche di agilità deve, però, corrispondere una spiccata matrice identitaria e un’espressività che non sia offuscata e occlusa da orpelli e sovrastrutture. L’unico parallelo – seppur forzato – che posso trovare tra questa voglia di identità e di agilità e internet è – passami la battuta – che stiamo passando da vini a 56K a vini con una banda più larga, con un’altrettanto ampia gamma di scelta. Eppure, qualche vino a 56K, oggi, potrebbe farci provare lo stesso effetto sinestetico, romantico ed emozionante del suono di quei modem che tanto evocano virtù, proprie anche del vino, come l’attesa e, dunque, la pazienza.

Quali sono secondo te gli errori più comuni che fanno le cantine di vino sui social?

Un errore comune è la mancanza di autenticità. Le cantine dovrebbero concentrarsi sulla condivisione della propria storia, dei processi di produzione, dalla vigna alla bottiglia. Inoltre, grandi o piccole che siano, molte realtà vitivinicole – pensando di non poter gestire un account o una pagina social da sole – affidano ad agenzie o ancor peggio a pseudo influencer la comunicazione dei propri valori aziendali. Sia chiaro, lungi da me condannare le scelte di produttori che non credono di avere tempo e competenze per occuparsi anche della comunicazione e ancor meno voglio criticare il lavoro di agenzie che forniscono un servizio impeccabile in linea con le esigenze del “cliente”. Ciò che mi spiace è constatare l’annullamento della personalità del produttore e la di interazione diretta, reale e appassionata dei produttori stessi con il pubblico. Credo che i social non possano più essere visti come una mera vetrina e che necessitino di un coinvolgimento e un’esposizione maggiore di chi il vino lo fa perché sono loro i veri “influencer”. Mostrare lavori in campo come la potatura o la raccolta, e operazioni di cantina quali un battonage, un travaso o un imbottigliamento non possono che dare credibilità al racconto e rappresentare un valore aggiunto per le realtà vitivinicole.

In Cina è già una realtà, il vino si vende soprattutto sui social. Pensi che in Europa il futuro andrà in questa direzione?

Il Covid è servito da acceleratore per la vendita di vino online, grazie ai wineshop/ecommerce, mostrando un rapido adattamento dei produttori italiani nella gestione di una situazione di grande criticità trasformatasi in un’opportunità. Da qui a dire che il vino si venderà solo online ce ne passa, ma di certo lo slancio degli ultimi anni ha portato a una maggior consapevolezza da parte dei produttori e a una sicurezza maggiore da parte dei consumatori nei confronti degli strumenti di vendita digitali. Resto, però, convinto che in Italia il futuro della vendita “diretta” sarà l’enoturismo.

enoturismo

Per il tuo percorso, quali sono le caratteristiche più apprezzate sui social da parte di chi scrive di vino?

E’ fondamentale, come detto poc’anzi, mostrare i propri valori in maniera autentica e identitaria, senza temere di mostrare fasi di lavorazione che qualcuno cerca di demonizzare togliendo dall’equazione di terroir e del far vino l’uomo, quasi fosse un ostacolo alla genuinità e alla qualità del prodotto. I social possono accattivare con la superficie ma devono andare oltre per fare la differenza. Indubbio che temi quali la sostenibilità e la capacità di affrontare la crisi climatica siano di grande centralità e che le voci del produttori, nello specifico, possano rappresentare la più autorevole e realistica delle testimonianze.

Proiettiamoci in futuro, visti i trend attuali, quanto resta da vivere ai grandi rossi strutturati? Come vedi il futuro di denominazioni che hanno fatto la storia del vino, da Bordeaux a Bolgheri?

Siamo davvero sicuri che esista e persista questa “crisi”? Da par mio, no! Per quanto abbia sostenuto in più occasioni (e anche poco sopra) quanto la necessità di spogliare i vini di orpelli e sovrastrutture sia evidente, credo che siano stati proprio i territori che rappresentavano lo stereotipo dei “vini da concorso” di fine anni ’90 inizi 2000 a comprendere la necessità di puntare a un equilibrio diverso, senza snaturare la propria identità. Ecco quindi che a Bolgheri il Cabernet Franc diviene la varietà più performante e più impiantata negli ultimi anni (capace di conferire una percezione di freschezza maggiore ai classici tagli di matrice bordolese) e Bordeaux corre ai ripari introducendo varietà capaci di sopperire alle criticità legate agli esiti dei cambiamenti climatici e punta sempre di più sul cemento (non dimenticando il legno, ovviamente, ma dosandolo con grande garbo e contezza). Detto questo, il mondo del vino soffre di un complesso che si definisce “Eco Chamber”, ovvero di una situazione in cui informazioni, idee e convinzioni/credenze, spesso, vengono amplificate dalla loro ripetizione all’interno di un sistema chiuso e definito.
La realtà è che basta chiedere a gran parte dei ristoratori italiano per comprendere quanto i grandi rossi, anche decisamente strutturati, continuino a occupare un ruolo importante. Di certo, la mia speranza è che, da un lato non si spinga troppo sull’abbondanza e dall’altro non si cambi l’esilità per eleganza e, ancor più, che si facciano vini che rispecchino l’identità del luogo. La ricerca di vini più dinamici e versatili sta partendo dall’alto (sommelier dell’alta ristorazione, enotecari e media), senza però relegare i rossi strutturati a un ruolo marginale. Le denominazioni storiche si stanno adattando, nonostante le difficoltà climatiche e chi non lo sta facendo ha probabilmente ragioni commerciali per non farlo, in quanto mercati che richiederanno vini più morbidi e opulenti purtroppo o per fortuna ci saranno sempre.

Il cambio di gusto sui vini attuali, tra ricerca dell’autoctono e vini sempre più scarichi e sottili, in linea anche con una cucina sempre meno pesante e ricca di grassi, è un trend reversibile?

Credo che il trend più preoccupante non sia tanto il bere “più leggero” ma il “non bere” vino, demonizzandolo e trattandolo alla stregua di tutte le altre bevande alcoliche, quando la moderazione sarebbe possibile e auspicabile molto più che per i superalcolici.
Come accennato sopra, la nota positiva del trend attuale non è tanto l’eventuale “crisi” dei vini più strutturati, bensì l’aver finalmente accolto i valori della finezza e dell’agilità di beva nella loro accezione più positiva e come viatico di identità ed espressività più lineare, definita e meno inficiata da scelte prettamente di cantina, tempo e posizionamento. L’aver sdoganato la possibilità di avere vini più garbati e dinamici nelle fasce più alte di posizionamento rappresenta una presa di coscienza importante che porterà, per forza di cose, a una convergenza verso un maggior equilibrio.

Quali sono le denominazioni che secondo te potrebbero addirittura beneficiare, nei prossimi anni, di questi spostamenti del gusto?

Dato per assunto che l’Etna rappresenta, oggi, un vero e proprio caso di studio per la crescita esponenziale avvenuta negli ultimi anni grazie al compendio di identità e riconoscibilità territoriale e di equilibrio a 360° dai bianchi ai rossi, passando per i rosati e senza dimenticare gli spumanti (il tutto portando in bottiglia e, soprattutto, in etichetta un territorio a prescindere dalle varietà) e dato per scontato che l’Alto Piemonte ha tutte le carte in regola per continuare ad accrescere la notorietà delle proprie zono vitivinicole (Canavese compreso), più che denominazioni reputo ci siano areali e micro-areali capaci di affrontare le sfide del futuro (climatiche e gustative, ergo commerciali) con la giusta attitudine:
-il Mandrolisai in Sardegna: unica denominazione sarda che può contare su un pool di varietà autoctone che si complementano vicendevolmente alleviando le criticità climatiche, grazie anche a vigneti che si spingono fino a ben oltre 700m slm).
Lamole: si parla di Lamole solo per la sua altitudine ma è il genius loci di questa enclave del Chianti Classico che la rende unica e in grado di stupire per riconducibilità dei propri vini alla singola micro-zona e, perché no, al singolo produttore, mantenendo una spontanea raffinatezza e una dinamica di beva sempre più complesse da raggiungere in altre aree.
-La Rufina: nel tanto “bistrattato” Chianti è la “sottozona” che ha più chance di proporsi in maniera coesa su di una dimensione più elegante e riconoscibile e il progetto Terraelectae è di certo su questa strada anche in termini di valorizzazione del posizionamento di vini che meritano più attenzione.

Potrei poi segnalare Modigliana con i suoi Sangiovesi (e ora anche ottimi bianchi) così slanciati e vitali o Serrapetrona con la sua speziata e sempre più identitaria Vernaccia Nera che, oggi, interpretata per vini rossi fermi (secchi) spicca per potenziale espressivo e contemporaneità dei suoi vini. Ancora, il Santa Maddalena, il Rossese di Dolceacqua e i Valpolicella.

Detto questo, potrei andare avanti ancora tirando in ballo tante altre denominazioni e altrettanti territori, dato il potenziale del nostro paese anche in termini di adattamento, per quanto gli studi e le ricerche impongano una riflessione sulla futuribilità dei modelli colturali della viticoltura del bacino del Mediterraneo.


Ringrazio Lorenzo Ruggeri per avermi posto domande non consuete e per avermi dato modo di condividere l’intervista integrale sui miei canali.


F.S.R.

#WineIsSharing

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