Un Oltrepò Pavese da ri-scoprire – Viaggio tra territori, cantine, vini e vignaioli

Amo viaggiare, questo
credo si sia capito dai miei continui spostamenti, ma ancor più amo
farlo quando la meta è impiallicciata di vigne ed intarsiata di
cantine (scusate la metafora artigiana, ma in una delle mie 7 vite ho fatto anche il restauratore!).
I miei viaggi nascono,
per lo più, dalla pulsione primaria della curiosità e sono quasi
sempre io a pianificare orari, percorsi e tappe, ad eccezione di rare
occasioni in cui l’onere della pianificazione è riservato ad altri.
Io sono “strano”, spesso è difficile persino per me stesso
capire cosa voglio, per questo cerco di delegare il meno possibile,
eppure questa volta mi sono lasciato guidare.
Sì, l’ho fatto perché
la meta del viaggio enoico che vi racconterò è una di quelle zone
in cui sono riuscito ad andare meno negli ultimi anni, pur avendo
modo di conoscerne e riconoscerne le potenzialità attraverso assaggi
ed incontri con numerosi produttori locali.
Sto parlando dell’Oltrepò
Pavese
, tra le più importanti terre del vino italiane, una provincia a forma di grappolo che ha da tempo immemore la viticoltura nel proprio DNA. Un territorio colpito, negli ultimi lustri, da
un’ondata di “autolesionismo”,  che ha
avuto la forza di depauperare ogni fonte di interesse per molti
appassionati e non solo. Eppure, l’Oltrepò è ancora vivo e non ha mai smesso di fare qualità, forse non nei grandi numeri, ma di certo nelle realtà medio-piccole si possono trovare gran belle sorprese liquide.

Se sono tornato è stato
merito di un giovane vignaiolo, Gianluca Cabrini, che con un semplice
Saverio ti va di venire 2 o 3 giorni in Oltrepò e visitare
qualche cantina?”
mi ha colpito così tanto da non poter rispondere che con un
istantaneo “Sì”, senza neanche guardare il calendario.
Da par mio non ho dovuto
far altro che dare qualche linea guida, seguendo il principio cardine
della mia ricerca enoica, ovvero quello di non aver pregiudizi e di
voler conoscere realtà il più eterogenee possibile purché tutte
unite da un approccio rispettoso alla vigna ed al vino, al fine di
conoscere al meglio le reali potenzialità del territorio.
Questo viaggio, però,
non è partito da una vigna, da una cantina o da una degustazione,
bensì da una cena, in quanto trovo che la tavola sia il modo
migliore per condividere preziosi attimi di confronto e convivialità.
A tavola ho voluto ritrovare e conoscere tutti i produttori coinvolti
in questo mio tour dell’Oltrepò Pavese ed il colpo d’occhio delle
persone e dei vini che ognuno ha voluto condividere a cena già
diceva molto sulla varietà di identità, di generazioni e di idee di
vino in campo. Giovani e meno giovani, convenzionali, biologici e
biodinamici, micro-aziende ed aziende più grandi,
tutte unite nel
voler far conoscere la propria terra e nel mostrare e dimostrare che lo screditaento enoico generale e generalizzato causato da eventi infausti non ha affossato tutto l’Oltrepò
e che c’è una grande voglia di rivalsa, di rinascita su tutti i
livelli. La volontà che è emersa quella sera a cena e che mi
accompagnerà per tutto il viaggio è quella di una terra antica che
sa rinnovarsi, di un manipolo di produttori che non ha mai smesso di
anelare alla qualità, senza ungere gli ingranaggi di dinamiche
malate e senza prostrarsi passivamente ad un mercato cattivo
demiurgo.

cena vignaioli

Il mio viaggio fra i vini tipici del territorio come Bonarda, Buttafuoco, Cruasé e Sangue di Giuda, nonché tra i vitigni autoctoni ed alloctoni più diffusi come Barbera, Croatina, Uva Rara, Ughetta (o Vespolina), Moscato, Riesling Italico e Renano,  Pinot Neropartirà
proprio da lui, da Gianluca Cabrini, un giovane vignaiolo come
giovane è la sua cantina, nonostante gran parte dei vigneti non lo
siano affatto!

tenuta belvedere gianluca cabrini oltrepò
Tenuta Belvedere:
siamo a Montecalvo Versiggia, presso la Tenuta Belvedere, una cantina
nata dal volere di Gianluca di riprendere in mano le vigne della
famiglia di sua moglie ed iniziare a produrre vini che fossero il più
rispettosi possibile, in una terra difficile, ma altamente vocata. È
proprio quest’amore per la terra, unito alla voglia di rifuggire il
“logorio della vita metropolitana” milanese, a fungere da stimolo
per la nascita e lo sviluppo della cantina. Credo di non fare torto a
nessuno pregiandomi del vanto di aver intuito in tempi non sospetti,
nonostante innumerevoli difficoltà – non dovute ad incuria di
Gianluca, ma al fato avverso -, le qualità della persona e del
vignaiolo, ma la più grande soddisfazione è vedere i suoi vini
essere apprezzati da molti appassionati e addetti ai lavori. Io ho
trovato molto divertente ma per scontato il metodo ancestrale WAI,
tutto freschezza e spensieratezza, ma è il Riesling Renano 2014
affinato in tonneau di acacia a confermarsi il vino più promettente
dell’azienda. Molto territoriali la Croatina e la Bonarda, ma
l’attesa freme per il nuovo Metodo Classico che verrà sboccato tra
qualche mese. Questa era una delle aziende che già conoscevo e non
posso che apprezzarne la notevole evoluzione sia nella consapevolezza
del vignaiolo che nella maturità e nella pulizia dei vini prodotti.
scarpa colombi cantina roberto oltrepò
Tenuta Scarpa Colombi:
location stupenda, datata fra il 1600 ed il 1700, costruita sulle
rovine di un antico castello, di quelle in cui si fa fatica, a primo
acchito, a pensare al lavoro. Una mera illusione che viene subito
dissolta da un uomo che del lavoro fa la sua ragion d’essere. Parlo
di Roberto Colombi, uno di quei produttori che sembrano avere 8
braccia, 2 teste e 100 cuori tanta è la mole di lavoro che riescono
a gestire da soli e tanta è la passione che riversano in ogni litro
di vino da essi prodotto. Con la vendemmia agli sgoccioli, tini da
svinare e mosti in fermentazione la sua attenzione io e la cantina –
com’è giusto che sia – ci giocavamo le sue attenzioni, ma
nonostante ciò, Roberto mi ha mostrato vigneti più che in forma ed
una cantina che non manca di nulla, finendo con l’assaggiare insieme
i suoi vini, tra i quali spiccano i metodo classico base Chardonnay
ed il Pinot Nero con li quale ci siamo spinti indietro nel tempo
senza timore, scoprendo insieme una 2005 da capogiro che roteandolo
nel calice non sembrava fare i soliti archetti, bensì pareva
scrivere “anche in Oltrepò si può fare!”. Sono molto molto colpito da ciò che Roberto da solo riesce a fare nella sua cantina, specie dopo aver saputo che ne gestisce anche una in Piemonte, zona Nizza-Monferrato. Instancabile!

Mi rincresce non esser riuscito ad assaggiare anche il Sangue di Giuda, in quanto altro vino più che tipico della zona, ma ci sarà modo e tempo per rifarmi.
piccolo bacco dei quaroni cantina
Piccolo Bacco dei
Quaroni:
piccola realtà, a conduzione veramente familiare, nella
quale è più facile sentirsi come a casa che in una cantina. Sì, ma
solo restando nel delizioso agriturismo di proprietà, perché una
volta arrivato nei vigneti di Riesling Renano e Pinot Nero la musica
è cambiata e di “brutto” anche! Vigne difficili, di quelle che
puoi provare ad educare quanto vuoi, ma serberanno sempre e comunque
una propria indole selvaggia, nell’accezione più “naturale” del
termine. E’ proprio questo gioco di connubi e contrasti fra libertà
e controllo, fra spontaneità ed eleganza che rende davvero
interessante ogni vino prodotto da questa piccola cantina di Montù
Beccaria. Il Riesling 2013 assaggiato in una mini verticale di 3
annate si è dimostrato a dir poco straordinario… uno degli assaggi
più interessanti dell’intero viaggio. Di sicuro tornerò a trovare questa famiglia, ma soprattutto continuerò ad assaggiare i loro vini palesemente in fase di ascesa.
claudio bisi vino
Azienda Agricola Bisi: ci spostiamo a San Damiano al Colle, dove mi aspetta Claudio Bisi. Pronti, via! Siamo già in vigna, dove Claudio ci tiene a focalizzare la visita sull’estrema ricerca dell’identità territoriale che si rispecchia nella scelta dei vigneti e
nell’impianto dei vitigni – principalmente Barbera e Croatina, ottime nelle loro interpretazioni in purezza – più
adatti a quelle condizioni pedoclimatiche. Questa è la linea che l’azienda ha sempre portato avanti. Ogni vigneto è gestito e coltivato
direttamente con metodi accorti, ma rispettosi del territorio e della
tradizione. Lo stesso vale per le uve, che vengono raccolte e
selezionate, per poi essere immediatamente vinificate secondo i ritmi
biologici di maturazione. L’obiettivo è quello di tradurre la più
classica tradizione oltrepadana in una produzione di qualità e di
grande identità. La massima espressione di questo concetto si ha nel
vino “Senzaaiuto” prodotto – come dice il nome stesso – dalle
uve barbera di un vigneto condotto ad inerbimento spontaneo, scevro
dall’uso di diserbanti e/o dissecanti, con pratiche agronomiche
manuali.
La fermentazione è spontanea e le follature sono
eseguite manualmente.

Il vino riposa sui propri lieviti in
serbatoi di acciaio inox per un affinamento ed una chiarifica
naturali. Non subisce nessuna pratica enologica atta a modificare le
caratteristiche originali: non è stato tolto nulla. Non è stata
fatta nessuna filtrazione, nessuna chiarifica, nessuna
stabilizzazione forzata. Non è stato aggiunto nulla, non sono stati
aggiunti solfiti di sintesi ne altri coadiuvanti o additivi. Segnalo anche il Calonga, un’elegante interpretazione di Pinot Nero  e sempre nell’ottica della ricerca di una spiccata identità territoriale l’
Ultrapadum, bonarda rifermentata in bottiglia alla stregua delle bonarda tradizionali. 



bruno verdi cantina
Bruno Verdi: a guidare l’azienda
oggi è Paolo Verdi esponente della settima generazione di
viticoltori della famiglia Verdi, che dall’800 lavora queste terre
con passione, rispetto e costanza. Come chiedo – e spesso vengo
accontentato – sempre, anche questa visita parte dalla vigna, ma
non da una vigna qualunque, bensì dal vigneto Cavariola, divenuto
celebre in quanto il suo nome è il nome del vino da esso prodotto
sin dal 1980. Al romanticismo del cancellino in ferro battuto che
oltrepassiamo per entrare succede subito la positiva fatica che si fa
nel salire quella ripidissima salita sulla quale si stagliano i
filari in parte ancora del vecchio impianto ed in parte rinnovati.
Bellissimo, a pochi minuti da questa intensa passeggiata in
vigna, ritrovarsi nel calice proprio il il “Cavariola”
Oltrepò Pavese Rosso Riserva DOC (croatina 55%, barbera 25%, uva
rara 10%, ughetta di canneto 10%) di varie annate (compresa
un’eccezionale ’99 in magnum che mostra la longevità di questi
vini). Un vino tra più noti di tutto l’Oltrepò che, pur non riportandolo in etichetta, rispecchia in pieno il blend tradizionale del Buttafuoco. Molto validi anche i Metodo Classico, con il Vergomberra Dosaggio Zero 46 mesi a colpire particolarmente per intensità ed eleganza. Un riferimento assoluto per l’intero territorio in termini di qualità e lungimiranza. Vini tecnicamente ineccepibili, capaci di stupire oggi e nel tempo per integrità e personalità.




cantina colle del bricco matteo maggi
Colle del Bricco: torno con
piacere a Stradella da Matteo Maggi, giovanissimo vignaiolo che fa parte di
quella nouvelle vague di piccoli ed intraprendenti produttori sempre
in grado di stupire con la propria passione per il lavoro e la
propria dedizione alla terra. Scelte controcorrente per Matteo, che
crede come i suoi avi e più della maggior parte dei produttori
odierni, nel Riesling italico che, neanche a farlo a posta, nella sua
interpretazione non risulta così dissimile dal più noto fratello
maggiore del Reno, specie con qualche anno di bottiglia. Il suo
Khione ha un naso fresco e divertente da giovane per poi tendere a
nitide sfumature minerali con l’evoluzione in vetro, ma è il sorso a
regalare grande slancio verticale ed una profondità inattesa da un
italico. Impressionante per struttura e potenza la sua Bonarda
Makedon
. In generale, un’azienda in crescita costante diretta da un
giovane sempre più consapevole dei suoi mezzi. Io continuerò a seguirlo e sono certo che non mancherà di stupirmi ancora. Matteo sta sperimentando anche un Metodo Classico base Riesling Italico e sono certo che saprà trarne qualcosa di fuori dagli schemi.



Anteo Vini: siamo
a Rocca de’ Giorgi, in un’azienda tanto cara all’indimenticato Gino Veronelli: Anteo. Una tappa imprescindibile per comprendere a fondo l’Oltrepò nelle sue
evoluzioni, involuzioni e piccole grandi rivoluzioni. Per avere un’idea concreta dell’importanza di questa cantina nelle dinamiche del territorio è bastato fare una passeggiata nei
vigneti – oltre i 400mslm e molto ricchi di calcare attivo – che circondano l’azienda, partendo da quelle parcelle che per
prime hanno ospitato un impianto di Pinot Nero in Italia a metà
dell’800. Molto positivo l’opportuno contrasto fra la conoscenza
tecnica e la consapevolezza enologica atte alla produzione, per lo
più, di vini spumanti ed una conduzione delle vigne molto
tradizionale, con inerbimento perenne da sempre, nessun diserbo e
solo rame e zolfo per quanto riguarda i trattamenti.
Una delle due realtà che
per prime hanno creduto nelle potenzialità di questo territorio per
la produzione di Metodo Classico, tanto da aver prodotto solo quello
per diversi anni. Oggi l’azienda è guidata dai due fratelli
Antonella e Ettore Cribellati, eredi di un pezzo di storia
dell’Oltrepò e dell’Italia del vino, che ancora ha molto da dire e
da dare a giudicare dalle bottiglie che riposano sulle pupitre nella
monumentale cantina “cattedrale”. Tra gli assaggi spicca
sicuramente la Riserva del poeta, un metodo classico complesso e di
struttura ma che non lesina una beva fresca e dinamica. Molto
interessante il Cruasé, che si lascia bere con piacevolezza, scevro
della monotonia intrinseca ad alcune interpretazioni di “rosé”
locali.
Un viaggio attraverso tempo e territorio, fatto camminando fra le vigne ed assaggiando vini nella piena convivialità, con persone che hanno dato e daranno ancora molto all’Oltrepò.
castello di stefanago
Castello di Stefanago:
l’ultima tappa del mio wine tour dell’Oltrepò mi porta verso Casteggio e più precisamente a Borgo Priolo,
uno dei più bei borghi d’Italia, in cui sorge l’imponente Castello
di Stefanago sede di una cantina che tutto meno che una di quelle
aziende da “nobili” che vantano tanta storia, ma poca sostanza.
Qui si lavora e si sperimenta (l’impianto del vitigno resistente
Bronner ne è un esempio), si fa vino in maniera ragionevolmente
pulita, ma con il massimo rispetto in vigna ed in cantina riducendo
al minimo ogni intervento dell’uomo. E’ qui che i due “Country-Lords” del
Castello, i fratelli Antonio e Giacomo Baruffaldi, non si dilettano,
ma lavorano la propria terra ed il suo frutto con grande costanza e
premura.

L’aria che si respira al Castello profuma di casa e sa di famiglia… nessuna sovrastruttura o “snobberia”, bensì la giusta e vitale alternanza fra gioviale leggerezza e rigorosa operatività. Gli spumanti sono il fulcro della produzione aziendale e le
vinificazioni sono tutte tradizionali, dai metodo classico ai tre
ancestrali (anche nella versione Cruasé). E’ il Riesling Renano,
però, il vino più rappresentativo dell’azienda e del suo potenziale
in termini di identità espressiva e finezza nella pulizia al naso ed
al sorso. Un vino, il San Rocco, che ho avuto modo di assaggiare in
una degustazione verticale di 5 annate, tutte ancora in forma
smagliante, specie per quanto riguarda le annate più fresche. Ad
acidità e mineralità tipiche del varietale si aggiunge una forte
personalità che rende il San Rocco un Riesling Renano d’eccellenza
che, a differenza di molti altri, risulta riconoscibile e
riconducibile al territorio ed alla mano del vignaiolo.

Forse la più intensa delle visite in cantina, culminata con una cena in famiglia di quelle che non dimentichi per il realismo dell’evento e la piacevolezza del confronto conviviale, ma a suo modo tecnico e centrato sui vini assaggiati e sull’enosfera in generale. 
Se capitate da quelle parti fate, prima di girare a destra verso il Castello di Stefanago, fermatevi a farvi spillare una birra artigianale dai giovani di casa Baruffaldi, che gestiscono il micro-birrificio Stuvenagh.
Questo viaggio si conclude qui, nell’attesa di tornare per approfondire nuove terre ed altre realtà produttive, ma soprattutto di incontrare e riincontrare persone e vignaioli che si stanno davvero dando da fare per far tornare l’Oltrepò Pavese al lustro che gli compete.


Non mi resta che ringraziare ancora tutti i produttori ed in particolare Gianluca che ha dimostrato che, che dir se ne voglia, anche in Italia sappiamo fare squadra e che “volere è potere!”. Riunire vignaioli e produttori così eterogenei per una figura come la mia che di certo non potrà cambiare le sorti di un intero territorio con qualche parola scritta su di un wineblog, vale davvero molto per me e dovrebbe far riflettere anche altri produttori. Si passa sin troppo tempo a lamentarsi dell’immobilismo dei consorzi – spesso con tutte le ragioni del caso -, ma se c’è una cosa che la comunicazione contemporanea ed il mondo del vino odierno possono dare è l’opportunità a chiunque di parlare di sé e far parlare di sé senza un grande dispendio di energie, tempo e finanze. Organizzare un incoming, mostrare il proprio territorio a comunicatori italiani e stranieri può solo far bene a realtà che non devono far altro che far parlare le proprie vigne e i propri vini per scacciare ogni dubbio.
Di certo c’è che di qualità in Oltrepò se ne fa e se ne può fare ancora e che il fallimento delle grandi cantine sociali ha portato molti piccoli conferitori a tentare la strada della produzione di propri vini, creando un tessuto di vignaioli di ogni generazione votato alla riqualificazione dei vigneti e del proprio lavoro. C’è un’eterogeneità costruttiva, che può creare interesse ed i numeri non mancano per fare massa critica. E’ importante credere ancora nei vini tipici e nei vitigni storici, ma si possono fare grandi cose anche con il Metodo Classico e con le due bestie nere della viticoltura internazionale, ovvero Pinot Nero e Riesling Renano, sempre evitando meri scimmiottamenti di Borgogna, Alsazia e Mosella, ma cercando di far sì che su questi due nobili vitigni prevalga il territorio senza prevaricarne slancio ed eleganza.
Ultima cosa, ma non per importanza, è che l’Oltrepò, pur essendo uno degli areali vitati più grandi d’Italia,  a differenza di altre zone, ha il vantaggio di potersi spostare in alto con le coltivazioni, là dove i cambiamenti climatici lo dovessero imporre.



Informazioni aggiuntive sull’Oltrepò Pavese
Ora potrei mettermi a parafrasare alcune pubblicazioni di cui ho fatto incetta durante il mio viaggio, ma sarebbe inutile e rischierei di fuorviarvi, quindi per vostra utilità riporto qui di seguito alcune informazioni tratte
dai depliant e dai libri pubblicati negli ultimi anni dal Consorzio Tutela Vini dell’Oltrepò
Pavese.

Cos’è
il Metodo Classico Cruasé?
Cruasé
è
il marchio collettivo del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese che
identifica l’Oltrepò Pavese DOCG Metodo Classico rosé che nasce
dal Pinot nero del territorio che ne è il punto di riferimento
italiano, con 3.000 ettari in produzione. Il nome del marchio nasce
dalla fusione tra “cru” (selezione) e “rosé” (come il mosto
rosa da cui nasce).
Il percorso per arrivare al nome del nuovo
prodotto simbolo dell’Oltrepò Pavese spumantistico, pura
espressione rosa del Pinot nero, ha dato modo di riappropriarsi di un
pezzo importante di storia locale. L’idea giusta per farlo è
arrivata mentre il Consorzio stava lavorando sul concetto
“naturalmente rosé” mai espresso in Italia come elemento
distintivo, preferendo invece quasi sempre puntare su cuvée da uve
bianche e rosse, da mosti o da vini.
Cruasé
è
oggi il marchio collettivo di proprietà del Consorzio, normato da un
apposito regolamento, a supporto del disciplinare Oltrepò Pavese
DOCG Metodo Classico Rosé. Il regolamento per produrlo prevede una
serie di parametri restrittivi che, comunque, partono dalla base del
disciplinare: minimo 85% di Pinot nero, con la specifica di vitigno
nella DOCG. Nel regolamento del marchio viene dato molto peso alla
presentazione delle bottiglie
e all’abbigliaggio, alla
regolamentazione della base di partenza e all’affinamento.
Cruasé non è una fredda invenzione del
marketing, ma la veste moderna di un’antica tradizione vitivinicola
lombarda e nazionale, incarnata dalla storia vitivinicola e
spumantistica dell’Oltrepò Pavese. Un vino pensato per il canale
HoReCa ma anche per il winelover di cultura che a un vino chiede
qualità, emozioni e il racconto di un’evoluzione rispettosa della
storia.


Dove
si produce il Cruasé?
Le
differenti vocazionalità territoriali prevedono la distinzione tra
aree adatte alla vinificazione delle basi spumante e zone più idonee
alla vinificazione del Pinot nero in rosso. Le varie delimitazioni
sono state create analizzando i parametri climatici, pedologici e
morfologici. Le aree più indicate per la base spumante sono
caratterizzate da suoli con tessiture fini, localizzate
prevalentemente in aree alte e fresche che risultano più piovose,
con temperature più miti e con i maggiori balzi termici giornalieri.

La
“zonazione” del Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese
Le
unità territoriali del Pinot nero in Oltrepò Pavese si sviluppano
ad altezze medio-alte, comprese tra i 200 e 550 metri, e sono
caratterizzate da versanti con esposizione Est/Ovest. Le pendenze
sono moderate. La suddivisione del territorio della DOCG Oltrepò
Pavese in 6 differenti unità territoriali identifica le aree di
coltivazione delle varietà Pinot nero in cui le prestazioni
vegetative, produttive e qualitative si possono considerare
sufficientemente omogenee e confrontabili, ha permesso all’Università
di Milano di elaborare modelli di conduzione specifici per ogni unità
territoriale realizzando delle schede contenenti dei consigli
riguardanti sia le scelte di gestione del suolo e di gestione della
parete vegetativa che
le scelta genetiche (clone e portainnesto)
integrate con i consigli enologici più appropriati in base
all’obiettivo di vinificazione.
Nella
Guida
all’utilizzo della denominazione di origine Pinot nero in Oltrepò
Pavese”
data alle stampe dal Consorzio Tutela
Vini Oltrepò Pavese nel 2009, sono racchiusi i dettagli
tecnico-scientifici di anni di ricerca e di studio, che stanno alla
base della qualità delle produzioni Pinot nero a denominazione
Oltrepò Pavese.

Io ne ho presa una copia cartacea, ma
vi invito ad accedere al link ipertestuale per leggere la guida in
formato ebook, in quanto l’ho trovata davvero ben fatta.

Denominazioni di origine dell’Oltrepò Pavese
– Docg: Oltrepò Pavese Metodo
Classico; Cruasé, marchio collettivo consortile per la versione
rosé;
– 7 Doc: Bonarda dell’Oltrepò
Pavese, Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese, Casteggio, Oltrepò
Pavese, Oltrepò Pavese Pinot grigio, Pinot nero dell’Oltrepò
Pavese e Sangue di Giuda dell’Oltrepò Pavese;
– Igt Provincia di Pavia.


Qui trovate tutti i disciplinari di produzione delle varie denominazioni di origine dell’Oltrepò Pavese: www.vinoltrepo.org/it/consorzio/download/.




F.S.R.
#WineIsSharing

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