La mia volontà di dare spazio ad areali meno noti ma carichi di storia e vocazione, nonché orientati a una visione contemporanea del gusto e futuribile della viticoltura, continua e mi ha portato anche quest’anno in molte zone che avevo un po’ trascurato. Mea culpa! Tra i miei ultimi focus territoriali, infatti, c’è quello riguardante il Chianti Colli Fiorentini, areale che avevo visitato solo sporadicamente e per visitare singole cantine, senza mai aver avuto l’opportunità di approfondire le dinamiche relative alla pedologia, alle condizioni climatiche e allo stato dell’arte dei vini della denominazione. Cosa che ho potuto fare di recente grazie al supporto dei produttori locali riuniti in un Consorzio che compie a breve 30 anni e che si sta mostrando attivo e proattivo con una rinnovata consapevolezza del proprio potenziale.
L’areale vitivinicolo del Chianti Colli Fiorentini: terra, clima e tradizione
Il Chianti Colli Fiorentini è una delle sottozone del Chianti, che trova nelle caratteristiche ambientali, nei terreni e nel clima le sue principali risorse per la produzione di vino di qualità. Il territorio, situato tra le colline che circondano Firenze, è una combinazione unica di fattori naturali e di tradizione vitivinicola che rende i suoi vini particolarmente in linea con le esigenze di gusto odierne.

La pedologia dei vigneti dell’areale
Il suolo delle colline del Chianti Colli Fiorentini ha una storia geologica complessa e affascinante, prevalentemente legata al Terziario Neogenico, un periodo che va da 5 a 24 milioni di anni fa. Durante questo lungo lasso di tempo, le colline si sono formate grazie all’accumulo di depositi provenienti dalle zone appenniniche e da affioramenti rocciosi di epoche ancora più antiche, risalenti al Paleogene (66-24 milioni di anni fa). Solo una piccola parte del territorio è caratterizzata da depositi più recenti, risalenti al Quaternario Olocenico e Pleistocenico.

Questa evoluzione geologica ha dato vita a quattro principali sistemi geomorfologici, che costituiscono la base delle colline su cui si produce il Chianti Colli Fiorentini:
- Depositi Alluvionali Olocenici
- La Conca Intermontana del Valdarno Superiore e i Depositi Pleistocenici del Valdarno Inferiore
- Colline Plioceniche
- Colline Mioeoceniche Preappenniniche









All’interno di questi sistemi geomorfologici, possiamo individuare ben 12 diverse categorie podologiche di paesaggio, ognuna con caratteristiche specifiche che contribuiscono a creare la varietà e la complessità dei vini prodotti in questa regione.

Il clima
Il clima del Chianti Colli Fiorentini è generalmente temperato, con condizioni climatiche favorevoli alla coltivazione della vite. Le precipitazioni medie annue, che variano tra 800 e 900 mm, sono ben distribuite durante l’anno, con una leggera concentrazione nei mesi autunnali e invernali, da novembre a febbraio, e minime precipitazioni durante l’estate. Novembre è solitamente il mese più piovoso.
Le temperature medie annuali si attestano intorno ai 14°C, con punte minime durante i mesi di dicembre e gennaio (circa 5°C) e massime nei mesi di agosto (23-24°C). Durante l’estate, in particolare tra giugno e settembre, si può verificare qualche moderato deficit idrico, ma non sufficiente a compromettere la qualità della viticoltura.

L’altimetria e l’esposizione
Il paesaggio del Chianti Colli Fiorentini è un continuo susseguirsi di colline e valli, con altitudini che variano dai 150 ai 400 metri sul livello del mare. Questo territorio collinare, sebbene presenti una certa uniformità altimetrica, si distingue per le diverse esposizioni dei versanti, che giocano un ruolo fondamentale nel determinare i microclimi locali, influenzando così la maturazione delle uve e la qualità del vino.
Le esposizioni maggiormente favorevoli, orientate da sud-est a sud-ovest, coprono oltre la metà del territorio, mentre le esposizioni orientali e occidentali rappresentano circa il 30% della superficie. Le aree orientate a nord costituiscono la parte restante del territorio e, pur avendo un’esposizione – un tempo – considerata non ottimale, contribuiscono alla diversità dei microclimi che caratterizzano questa zona vitivinicola, permettendo ai produttori locali di mitigare gli esiti di annate particolarmente calde e siccitose e di spalmare i rischi legati agli esiti dei cambiamenti climatici su vigneti differenti.





La “tradizione” vitivinicola
In questo contesto collinare la viticoltura ha sempre primeggiato fra le colture e, oggi, grazie anche all’esperienza, alla crescente contezza tecnica e alla conoscenza approfondita del territorio da parte dei viticoltori locali i vigneti godono di una conduzione, sempre più orientata alla qualità e alla sostenibilità, nel rispetto delle identità zonali.
Il Chianti Colli Fiorentini rappresenta una delle espressioni più affascinanti e variegate del panorama enologico toscano. Situato tra le colline che circondano Firenze, questo vino riflette la ricchezza di un territorio unico, dove la tradizione vitivinicola si fonde con le più moderne tecniche di vinificazione, dando vita a vini dall’eleganza inconfondibile e dall’identità profondamente radicata nel Sangiovese e dei suoi gregari.
In sintesi, l’areale vitivinicolo del Chianti Colli Fiorentini rappresenta un equilibrio perfetto tra le risorse naturali del territorio e l’ingegno umano, dove il rispetto per la tradizione si sposa con l’innovazione per dare vita a vini che sono l’espressione autentica di questa importante zona vitivinicola toscana.
Caratteristiche e “stile”
Il Chianti Colli Fiorentini si distingue per uno stile che può essere definito “moderno”, ma che al contempo rimane fedele alle sue radici toscane, per questo alla modernità preferisco la “contemporaneità” della sua cifra stilistica. Un corpo mai eccessivo, un uso del legno ben ponderato e moderato (talvolta assente nelle versioni più giovani), con la freschezza anteposta alla potenza e agilità e versatilità preferite alla ampiezza e all’opulenza. Il tutto con un raro equilibrio tra acidità, materia, trama tannica e valori alcol ancora contenuti. Tutte caratteristiche utili a una fruizione più dinamica e ritmata e a una maggior potenzialità in termini di contestualizzazione temporale e abbinamento, anche solo cambiandone la temperatura di servizio.







Diversità e territorio
Pur mantenendo una coerenza di fondo, i vini del Chianti Colli Fiorentini esprimono una varietà di sfumature e interpretazioni legate alle diverse zone di produzione, alla diversità dei terreni e ai microclimi locali. Ogni singola azienda vitivinicola aggiunge la propria impronta, frutto di una conoscenza approfondita del proprio terroir e di scelte stilistiche che possono privilegiare una maggiore classicità o un approccio più moderno.
Ciò che accomuna tutte queste interpretazioni è la centralità del Sangiovese, il vitigno principe della Toscana. Nel Chianti Colli Fiorentini, il Sangiovese esprime tutta la sua personalità, con la sua caratteristica vivacità acida, i tannini ben definiti e la capacità di evolvere con grazia nel tempo. Anche nelle versioni più moderne, dove l’affinamento in legno può essere più limitato, il Sangiovese mantiene intatta la sua identità, regalando vini che parlano una lingua inequivocabilmente toscana.
Eppure, se da un lato il Sangiovese è il cuore pulsante i vitigni gregari come il Canaiolo, il Colorino, il Sangiovese Forte, il Ciliegiolo, il Mammolo, la Malvasia Nera (oltre “alle bianche” Trebbiano e Malvasia), così bistrattati da essere state spiantate o relegate a uve complementari nei vini d’entrata di numerose cantine, potrebbero tornare a dire la loro nella ricerca di un’identità di vigneto e di territorio che vada oltre il fuorviante concetto di “purezza”, con un piglio decisamente contemporaneo.
Questi vitigni minori sono vere e proprie risorse se utilizzati come ingredienti primari per livellare quelle necessità analitiche e palatali che una varietà da sola fa sempre più fatica ad ottenere: morbidezza, finezza di note fruttate, floreali e speziate naturali che rendono più completo, fresco ed elegante il profilo organolettico del Chianti. La loro presenza permette di ottenere vini eleganti e bilanciati, che raccontano la storia di un territorio ricco di tradizione, ma sempre pronto a innovare.
Valorizzare i vitigni gregari significa rispettare la biodiversità del patrimonio ampelografico locale e preservare un equilibrio che si tramanda da secoli ma che rappresenta la più fulgida via per una viticoltura futuribile, in grado di far fronte all’evoluzione delle esigenze di gusto dalla vigna al bicchiere.

Un Vino dalle radici classiche e dallo sguardo rivolto al futuro
Il Chianti Colli Fiorentini è un vino che riesce a coniugare tradizione e modernità in modo armonioso. Da una parte, c’è l’anima classica, radicata nella lunga storia del Chianti, con la sua struttura e complessità; dall’altra, c’è la volontà di innovare e di rispondere alle esigenze dei consumatori odierni, con vini più fruibili, freschi e dinamici anche e soprattutto in prima battuta senza, però, lesinare potenziale evolutivo.
Questa duplice anima rende il Chianti Colli Fiorentini estremamente versatile e adatto a un ampio spettro di occasioni. È un vino che può rivelarsi un alleato ideale per i sommelier più attenti, alla ricerca di vini meno scontati per i propri percorsi di degustazione al calice ma anche e soprattutto per chi vuole stappare una bottiglia nella consapevolezza di poterla gestire anche a tutto pasto senza particolari patemi d’animo.








Conclusione
Il Chianti Colli Fiorentini è molto più di un vino “semplice” e non deve vedere nel termine “Chianti” una sorta di fardello perché nei vini di questo areale vi è l’espressione di un territorio altamente vocato e cangiante e della passione e della fatica dei viticoltori che qui continuano ad coltivare e custodire i propri vigneti con rinnovata attitudine al rispetto e alla qualità, ricercando identità schiette, nitide e sempre più riconoscibili. Da par mio, continuo a pensare che, se il Sangiovese in purezza rappresenti una chiave di lettura appetibile commercialmente e facilmente riconducibile alla toscanità più generica, i veri vini di territorio potrebbero tornare ad essere gli uvaggi (o, in alcuni casi, i vinaggi) che al Sangiovese stesso accostino i suoi gregari storici, capaci di mitigare gli esiti dei cambiamenti climatici e di portare nel calice equilibri sempre più rari, con un piglio decisamente contemporaneo e un’identità che vada oltre la varietà, anteponendo ma matrice territoriale al concetto fuorviante e non di certo tradizionale di purezza.
Tra i vini assaggiati alla cieca ho potuto evidenziare uno stacco non tanto qualitativo quanto espressivo importante fra le versioni “d’annata” e le menzioni “riserva” con le prime più orientate a un’immediata piacevolezza e all’esaltazione di aromi primari e di un’identità più subitanea e schietta, mentre le seconde più coerenti con le aspettative di un Chianti capace di mostrare un bilanciamento fra materia e slancio, fra struttura e acidità in cui sostanza e dinamica marcino di pari passo verso un sorso di maggior consistenza e profondità, senza perdere agilità e versatilità. Di certo una delle discriminati può essere rappresentata dal l’utilizzo del legno e dagli ambienti di affinamento che se un tempo (non troppo lontano) imprimevano marcatori non gradevoli nei vini locali, oggi, sembrano incidere solo sulla diverse espressioni olfattive e gustative, sottolineando le versioni più “classiche” da quelle più “moderne”. Il mio auspicio è che, anche in questa zona, si dia sempre più risalto al valore del vigneto e della singola sottozona andando a creare selezioni che si pongano come obiettivo la massima espressività identitaria e non tanto il maggior affinamento in legno o l’ipotetica maggior propensione alla longevità. Di certo siamo sulla buona strada e molti dei produttori incontrati hanno già compreso l’importanza di tale ricerca. Come per gli altri focus, troverete i migliori vini degustati in questa occasione nelle mie selezioni di fine anno.





Durante le mie visite in cantina ho potuto appurare, inoltre, quanto molte delle realtà che ho avuto modo di conoscere siano orientate a fornire esperienze enoturistiche di livello assoluto, che vanno dalla “semplice” degustazione all’attività di ristorazione, passando per la ricettività, con strutture che pochi areali possono vantare. Credo che quella dell’enoturismo sia una chiave di lettura fondamentale per valorizzare il territorio attraverso la possibilità di raccontare, mostrare e far assaggiare il territorio stesso, con una sempre più marcata attenzione al posizionamento. Sì, perché se è vero che la vendita diretta può garantire una marginalità più alta ai produttori locali è altrettanto vero che è proprio il cliente che può acquistare direttamente in loco dopo aver potuto godere di un’esperienza quale, anche, soltanto la visita in cantina ad essere più propenso a gratificare il lavoro di chi il vino lo fa scegliendo le referenze più importanti







Ciò che manca, però, in molte aziende vitivinicole è proprio la presenza di almeno un vino di fascia alta che possa livellare il percepito dell’intera denominazione, tanto che nella maggior parte dei casi il vino di punta non è un Chianti Colli Fiorentini, bensì un IGT Toscana. Scelta comprensibile per l’appeal e per gli eventuali termini di comparazione ma che non agevola una crescita della percezione del livello dei vini Docg dell’areale. Interloquendo con varie generazioni di produttori l’impressione è che il peso del termine Chianti sia ancora forte ma che non manchi la volontà di scardinare preconcetti e di provare a puntare più in alto grazie a vinificazioni sempre più accorte e una maggior attenzione alla comunicazione di un territorio che può e merita tanto e che anche e soprattutto grazie all’attività coesa dei produttori e, quindi, del consorzio deve ergersi a riferimento per chi è alla ricerca di vini che coniughino al meglio storia e contemporaneità, con un livello qualitativo medio sempre più alto e una buona accessibilità che non deve, però, confondersi con una politica di prezzi al ribasso. Il connubio fra vocazione e rinnovata contezza tecnica da parte del produttori dell’areale del Chianti Colli Fiorentini è rimarcata dalle sempre più incisive e ben ponderate interpretazioni in bianco (sia da varietà locali che da internazionali, con alcuni notevoli picchi espressi da Trebbiano, in quanto ad autoctoni, e Chardonnay, sul fronte alloctono) che spiccano per capacità di preservare freschezza e agilità di sorso. Interessante, ma ancora agli albori, l’aumento della produzione di spumanti metodo classico, ma sono i Vin Santo a stupire per dedizione e coerenza con le quali vengono ancora prodotti da molte realtà locali, raggiungendo livelli di espressività altissimi, purtroppo non sempre compresi a pieno dai consumatori.

In un contesto pedologico e mesoclimatico come quello del Chianti Colli Fiorentini, sono certo, si potranno fare vini in linea con la convergenza di gusto fra consumatori generici e addetti ai lavori che in altri territori non sarà per nulla semplice ottenere con tale costanza e coerenza.
F.S.R.
#WineIsSharing
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.