Elogio e definizione del “vino contemporaneo”

Provo a condividere il mio punto di vista e la mia personale definizione di vino contemporaneo

Qualche giorno fa, durante un convegno enologico al quale sono stato chiamato a dare un piccolo contributo riguardante alcuni concetti fuorvianti delle semantica enoica odierna, mi è stato chiesto, nuovamente (capita sovente, sui social), cosa intendessi per “vino contemporaneo“. Quindi, ho deciso di provare a decifrare un concetto ben chiaro nella mia mente e al mio palato ma molto meno semplice da illustrare nel dettaglio e in maniera inappuntabile.

In un’epoca in cui la comunicazione viaggia veloce e la parola moda è spesso confusa con tendenza, diventa fondamentale chiarire che il vino contemporaneo non è una risposta passeggera ai capricci del mercato, né tantomeno un esercizio di stile privo di profondità. Il vino contemporaneo è, o dovrebbe essere, una evoluzione consapevole e durevole del modo di pensare, produrre e vivere il vino. È il frutto di un cambio di sguardo, non di un semplice maquillage comunicativo.

In un mondo segnato da mutamenti climatici, da trasformazioni culturali e da nuove esigenze di chi beve, concepire il vino solo come fenomeno estetico o trend fugace sarebbe riduttivo. È invece necessario ripensarlo come gesto culturale e progettuale, in grado di durare nel tempo proprio perché capace di adattarsi, senza risultare troppo “moderno” oggi o anacronistico domani. Un vino che non solo intercetta il presente, ma lo interpreta con lucidità, restando fedele a sé stesso, pur essendo in continuo divenire.

“Il vino contemporaneo è quello che sa parlare il linguaggio del tempo in cui vive, senza rincorrere mode né inseguire eccessi.
È un vino che cerca l’essenza, non la potenza; che preferisce il dinamismo alla densità, la finezza all’opulenza.
È il frutto di una rinnovata sensibilità interpretativa, dalla vigna al bicchiere. Un vino che mette al centro il concetto di terroir e di rispetto in senso lato, prediligendo la piacevolezza e l’agilità, l’equilibrio, la leggiadria senza mai scadere nell’esilità e nella banalità.
Un vino che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ricordare, perché vive nello slancio, nella nitidezza espressiva, nella capacità di evolvere con misura tenendo fede alla sua più autentica identità, non lesinando originalità e personalità ed esaltandosi nel manifestare una certa versatilità di fruizione.
È il vino dell’ascolto, del gesto enologico ponderato, della chiarezza espositiva.
Un vino che sottrae per aggiungere e per raggiungere equilibrio, definizione, completezza, limando asperità e spogliandosi di difetti omologanti e occludenti che potrebbero limitarne la dinamica di beva.
Il vino che sa abitare il presente con autenticità, e che proprio per questo sarà ancora attuale domani.”
— F.S.R.

Questo modo di intendere il vino non è un esercizio teorico riservato agli addetti ai lavori: è una direzione che sta trovando concretezza proprio grazie a una rinnovata sensibilità interpretativa di agronomi, enologi, vignaioli e produttori più aperti e in grado di confrontarsi con chi gli sta intorno in Italia e nel mondo. Sensibilità che si manifesta in maniera ancor più vivida e prospettica nelle nuove generazioni di chi fa vino, sempre più consapevoli, preparati e open minded. Sono loro, oggi, a portare avanti una rivoluzione gentile fatta di scelte agronomiche coerenti, interventi enologici misurati, ma anche di parole nuove, capaci di raccontare il vino con onestà e chiarezza, senza retorica. Sia chiaro, il vino contemporaneo non è un concetto esclusivo e non è una via a senso unico, perché non preclude e non deve precludere l’opportunità di preservare e di tentare di proteggere l’identità di vini ai quali, per svariati motivi (storici, varietali, territoriali ecc…), sarebbe assurdo chiedere di snaturarsi al fine di ricadere in canoni raggiungibili solo forzatamente. Questo non nega la possibilità che le esigenze odierne, su più fronti, portino alcuni vini notoriamente distanti dal concetto di “vino contemporaneo” a smussare alcuni lati del proprio carattere senza perderne l’essenza e guadagnando in beva ed eleganza.

La sfida, quindi, non è solo produrre un vino all’altezza del tempo, ma comunicarlo con un alfabeto rinnovato, più aderente alla realtà e più coinvolgente per le nuove generazioni di appassionati. Serve una semantica più colta e più semplice al tempo stesso, capace di preservare la bellezza del vino senza tradirne la complessità. Un linguaggio che parli tanto a chi ha già memoria enoica, quanto a chi sta muovendo i primi passi nel mondo del vino approcciando una vigna, una cantina o un calice senza alcun rudimento ma con il rischio sempre più frequente che abbia qualche pregiudizio.

In questo senso, il vino contemporaneo è una sfida continua con il clima – che rende sempre più complessa la produzione di vini capaci di armonia ed equilibri – e con sé stessi, ma anche e soprattutto con chi vuole la tradizione come concetto statico e volto al solo passato, mentre potremmo fare oggi ciò che arriverà ad essere concepito come “tradizione” o “classicità” un domani. Ecco, quindi che potrà essere d’aiuto impiantare varietà e genetiche più adatte al raggiungimento di equilibri votati a tale attitudine (penso, ad esempio, ai “nostri” biotipi ed ecotipi parenti stretti della Grenache sulla Costa e nelle isole e a tutte quelle varietà, un tempo, considerate troppo “rustiche” che oggi grazie a un approccio epigenetico sappiano manifestare maggior resistenza e valori analitici più idonei alla produzione di vini contemporanei senza forzature di sorta, non dimenticando l’opportunità offerta dalla complementarità varietale e dal tornare ad avere più colori sulla propria tavolozza, contando sull’uva come ingrediente primario per la produzione di vini in equilibrio) e una rinnovata visione di tecniche agronomiche (es.: nella rivalutazione di sistemi di allevamento più adatti alle condizioni attuali e prevedibili per il futuro, nella gestione del suolo, della chioma, delle rese, delle raccolte scalari dove e quando possibile, nell’utilizzo accorto di elicitori e corroboranti, nonché dell’acqua creando invasi dove necessario) ed enologiche (es: nell’attualizzazione delle vinificazioni a grappolo e ad acino intero, quindi delle macerazioni carboniche o semi-carboniche o nella gestione di affinamenti e stoccaggi riducendo, ma non abbandonando, ambienti ossidativi e incidenti come il legno).

Il vino contemporaneo è, dunque, un ponte, non una frattura tra passato e futuro, tra terra e cultura, tra chi lo produce e chi lo beve. Ed è proprio grazie alle scelte ponderate, consapevoli e libere di produttori, enologi, agronomi, ristoratori, sommelier, enotecari e comunicatori (in particolare giovani) che questo ponte potrà restare solido, percorribile e investito da un perenne vento intriso di freschezza, originalità e visione prospettica.

F.S.R.

#WineIsSharing

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