Ritorno in Sardegna – Continua il mio tour dalla vigna al bicchiere negli areali vitivinicoli sardi

Oggi vi porto, di nuovo, con me in
quella meravigliosa terra chiamata Sardegna.
Lo faccio attraverso le tappe del mio
secondo tour degli areali del vino più importanti di quest’isola che
è da considerarsi a tutti gli effetti un continente avulso dalla
penisola italiana in quanto a biodiversità e unicità.
Un luogo magico, nel quale sto portando
avanti una ricerca volta a identificare l’identità di ogni zona
vitivinicola con l’aiuto di due “Ciceroni”, due compagni di viaggio
d’eccellenza che conoscono il loro territorio e, soprattutto, la loro
terra in senso stretto e in senso lato come le loro tasche. Parlo del Dott.  Luca Mercenaro docente e ricercatore presso la facoltà di
Agraria dell’Università di Sassari e del giovane agronomo e
vignaiolo Mario Bagella che a sua volta è stato allievo di Luca.

wine blog tour
Ho iniziato questo lungo viaggio alla
scoperta della Sardegna del vino la scorsa estate (puoi leggerne qui), chiedendo di
visitare vigne ancor prima che cantine e di conoscere persone ancor
prima che produttori e così è stato anche in questa occasione. Non
che non mi sia dedicato alle dinamiche enologiche e alla degustazione
dei vini prodotti in ciascun areale, ma il vino doveva essere ed è
stato un degno corollario di ogni lunga e attenta passeggiata in
vigna.

A Luglio scelsi di partire dai
vigneti più a Sud dell’Isola, ovvero quelli di Carignano a
Sant’Antioco e Calasetta, in questa occasione, invece, il mio viaggio è
partito da Alghero, quindi a Nord-Ovest, e più specificatamente dai vigneti
della piccola azienda familiare Vigne Rada.
wine blog vigne rada
Ad accogliermi sono Luigi Bardino, ex
dirigente bancario, e suo figlio Gabriele che con il resto della
famiglia portano avanti da ormai più di 10 anni un progetto che solo
dal 2012 ha visto entrare in produzione le prime bottiglie.
Nella nuova e minimale cantina
confluiscono le uve dei due vigneti il “Cubalciada” e il ”Monte
Pedrosu”, in cui vengono coltivate solo varietà autoctone, ovvero
Cannonau, Cagnulari e Vermentino. Avevo già avuto modo di assaggiare
le prime annate di questa piccola azienda, ma è stato importante
confermare le mie previe impressioni con questa visita in loco. Una
realtà votata al rispetto e alla ricerca della qualità cesellata,
con una commistione di tradizione (nella gestione dei vigneti e nelle
vinificazioni) e di lungimiranza (nel packaging, nella scelta delle
sole purezze e nel posizionamento dei vini prodotti) perfettamente
bilanciata che porta genitori e figli a essere sempre interconnessi e
a completarsi vicendevolmente.

Molto fine il Riviera, scarico nel
bicchiere, fine e profondo come dovrebbe essere un Cannonau in
purezza; luminoso come il sole riflesso sullo specchio del mare
calmo, sferzante di brezza marina e salsedine il Vermentino Stria,
che dimostra di saper evolvere bene in una mini verticale;
un’allitterazione gustativa “sole-sale” nel passito bianco da uve
autoctone che gode del valore aggiunto di esser stato assaggiato
camminando fra i filari in cui nasce.
Una realtà da seguire, che è ormai
giunta ad una concretezza costante e proiettata verso traguardi
importanti in termini di rispetto e qualità.
mamoiada vigne
Lascio Alghero per rientrare su Sorso
che sarà la mia base per gran parte del tour. All’indomani mi sposto
in una terra che fa della suggestione e del suo profondo contatto con
la tradizione le sue peculiarità più evidenti: Mamoiada. Ad
attendermi, stavolta, sono 3 sorelle, 3 donne, anzi 3 “femmine” o
‘Eminas” come si dice da queste parti: Emanuela, Maria
Antonietta e Roberta. E’ proprio questo il nome di un progetto di
vita e di “vite”, ancor prima che di una cantina, tutto al
femminile. Dopo aver visitato il Mandrolisai a Luglio, ci tenevo
particolarmente a camminare fra i ceppi centenari di Mamoiada e farlo
con Emanuela Melis e il suo giovane enologo Antonio Manca mi ha fatto
comprendere ancor di più quanto profondamente quegli alberelli siano
radicati non solo nel terreno ma anche e soprattutto nell’anima e
nella storia rurale di questo popolo. Un popolo che fa del suo
attaccamento alla terra un focus talmente forte da aver creato e
perpetrato riti propiziatori come quello dei fuochi di Sant’Antonio,
che ho saltato per pochi giorni, ma che ho avuto modo di approfondire
durante la mia visita al Museo delle Maschere di Mamoiada, in cui la
storia dei Mamuthones e degli Issohadores si intreccia con quella
della terra e del vino, delle vigne e dei vignaioli.

Le tre sorelle producono un solo vino e
non sembrano avere intenzione di volerne produrre di più, ma confido
aumentino un po’ la produzione perché siamo davvero ai livelli di un
“vin de garage”, abbondantemente sotto alle 10mila bottiglie. A
prescindere dai numeri, questo Cannonau esprime la potenza dei
terreni di Mamoiada e dei suoi alberelli, mantenendo una buona vena
acida e uno slancio conferiti al sorso dalla grande escursione
termica che si ha a questa altitudine (ca. 700mslm). Non manca un
tocco di morbida femminilità, capace di ammaliare senza mai
risultare volgare nell’utilizzo del legno, ancora percettibile, ma
assolutamente integrabile (si tratta di una prima annata con botti
nuove che verranno riutilizzate nei prossimi anni). Un grande
potenziale di vigna e di personalità per questa realtà tutta al
femminile.
Saluto Mamoiada, le tre ‘Eminas e
quegli alberelli che sembravano danzare nonostante fossero a riposo,
per dirigermi verso Dorgali e la Valle di Oddoene, luoghi storici
della viticoltura sarda, ma soprattutto luoghi che ancora una volta
lasciano a dir poco esterrefatti per la loro bellezza incontaminata.
Sono qui per approfondire la conoscenza
di una cantina di cui ho scritto neanche poco tempo fa, incuriosito
dal loro bianco prodotto con un vitigno autoctono quasi perduto: il
Panzale.

vino dorgali
L’azienda in questione è la Cantina Berritta di Antonio Fronteddu, un ex commerciante cresciuto tra le
vigne di Cannonau a Dorgali, nelle quali cercava di passare il suo
“tempo libero”, lontano dalla sua attività commerciale.
Antonio è un uomo che si è fatto da
solo, di quelli che sanno bene dove sono arrivati, come ci sono
arrivati, ma ancor più da dove sono partiti. Sono salito in macchina
con lui per arrivare ai suoi vigneti e il viaggio di pochi minuti si
è trasformato nella fase più interessante di tutto il viaggio, con
un racconto accorato e minuzioso del passato di quelle terre in cui
prima la vigna era in collina – dove oggi la coltivazione primaria
è l’olivo – e che oggi è stata “trasferita” quasi tutta nella
Valle di Oddoene.
Camminare fra i vigneti vecchi è
sempre suggestivo, ma a colpirmi è la fierezza negli occhi di
Antonio nel mostrarmi i nuovi impianti per lo più a Cannonau, con
una scommessa chiamata Syrah “che in queste terre viene benissimo”
– mi confida Antonio – e il Panzale riscoperto e reimpiantato dopo
averne compreso a pieno le peculiarità e le potenzialità. Una
fierezza dovuta al fatto che quei nuovi vigneti sono stati impiantati
da lui e allevati dal principio come dei figli. Impianti ponderati
nella scelta del vitigno, del clone e del portainnesto in base al
terreno nel quale quelle viti avrebbero affondato le loro radici.
Dopo l’ampia perlustrazione dei vigneti
si va in cantina dove Antonio e suo figlio Francesco ci tenevano a
farmi assaggiare tutta la loro produzione, ma non intendo dell’annata
corrente, bensì predisponendo verticali di praticamente tutte le
principali referenze dell’azienda.
Se il Panzale si conferma un
interessante interpretazione di un vitigno che abbina la semplicità
dei trebbiani alla freschezza spinta e alla mineralità salina dei
vermentini, è ancora una volta il Cannonau a suscitare in me le
sensazioni più nitide. Un vino di rara eleganza, che nulla ha a che
fare coi “cannonau” – quasi mai in purezza – ai quali,
purtroppo, in molti sono abituati.
E’ stata una giornata intensa quella
passata a Dorgali con la famiglia Fronteddu, finita intorno ad una
tavolata in cui cibo e vino non sono mai mancati ma il piatto forte è
stata, senza ombra di dubbio, la più sincera convivialità.
doc sorso e sennori
Prima di dedicarmi a uno dei motivi
principali per i quali ho deciso di tornare in Sardegna, il mio
spirito aggregazionista mi ha spinto ad organizzare, insieme al
giovane agronomo e produttore Mario Bagella della cantina 1Sorso, una
serata di degustazione e confronto in cui sarebbero dovuti
intervenire quasi tutti i produttori dell’areale vitivinicolo di
Sorso e Sennori. Il tema della serata era il Cannonau nelle
interpretazioni delle seguenti cantine: 1Sorso, Cantina Fara, Cantina
Sorres, Cantina Nuraghe Crabioni, Viticoltori della Romangia, Antichi
Vigneti Manca e Tenute Dettori.
La degustazione ha dato esiti più che
convincenti, ponendo l’attenzione sulle potenzialità di un areale
che storicamente era uno dei più importanti dell’intera regione sia
per quantità che per qualità delle uve e dei vini prodotti. La
strada è lunga, ma sono stato testimone di un momento importante di
aggregazione e confronto che ha gettato le basi per qualcosa di più
grande e concreto di cui spero di parlarvi in un futuro non troppo
lontano.
Anche in questo caso, la mia presenza è
passata da quella di moderatore e ospite a quella di persona di
famiglia con la quale condividere pensieri, idee e assaggi. Io
stesso, ho voluto “giocare” un po’ portando due vini prodotti con
uve molto simili al Cannonau, una Granaccia ligure e la Vernaccia di
Serrapetrona, dimostrando ancora una volta quanto il DNA si pieghi
alla forza e all’incidenza di ogni singolo terroir, tanto da rendere
ogni espressione così diversa e così dissimile, ma al contempo
coerente con il suo luogo di provenienza.
Un sorso di Moscato della Confraternità
del Moscato di Sorso e Sennori e subito a letto, perché all’indomani
avrò un bel po’ di km da fare!

Sì, perché una delle giornate del mio
tour sardo è stata interamente dedicata a due territori distanti fra
loro in cui un uomo, un visionario, un grande appassionato di vino ha
voluto investire i propri sogni, il proprio tempo e il frutto del
proprio lavoro. 
tenute andrea ledda

Parlo di Andrea Ledda, imprenditore cresciuto tra
i filari, ma che solo da pochi

anni (ora va per i 70) ha deciso di
ributtarsi a capofitto in un’attività che tanto ha plasmato il suo
spirito e la sua personalità, nella consapevolezza del lavoro,
nell’attaccamento alla terra e, soprattutto, nei valori che permeano
ogni sua frase e ogni suo gesto. Un uomo d’altri tempi per i uoi
principi e per la sua concreta umiltà, eppure un imprenditore
lungimirante, che riesce a vedere oltre le montagne, oltre gli
ostacoli, percependo con estrema nitidezza ogni suo obiettivo.
Il mio viaggio attraverso le Tenute
Ledda
parte dalla Gallura, e più precisamente da Cannigione, dove si
stagliano i ca. 12ha di vigneti di Vermentino e Cannonau che Ledda ha
rilevato ed in parte reimpiantato acquisendo l’ex azienda “Vigne
Matteu” che fu di Sebastiano Ragnedda fondatore di Capichera,
evitando che l’ennesima meraviglia sarda passasse in mano a
investitori russi.

E’ impossibile non lasciarsi incantare
dalla vista che alterna il mare a scogli granitici che si fanno
montagne e proteggono le vigne dai venti, ma è solo camminando senza
sosta al di là di un dosso che scorgo un altro appezzamento in cui
le vigne vengono cinte da macchia mediterranea nella più autentica e
rispettosa delle posizioni. Ad ogni passo continuavo e pensare “con
questi terreni, questa escursione termina e questa consapevolezza
nella disposizione e nell’allevamento degli impianti non può che
venir fuori un grande vino”, ma mi sbagliavo! Sì, perché sono due
i grandi che vengono fuori da questa tenuta: un Vermentino con una
vena acida tanto affilata quanto resa meno tagliente dalla solarità
del sorso che viene spinto in ogni angolo della bocca per poi finire
con una marina sferzata di sapidità; un Cannonau che a primo naso,
alla cieca, potrebbe scomodare paragoni più con il Pinot Nero che
con una Grenache, forte della sua estrema eleganza e dello slancio di
un sorso longilineo e suadente.
Una tenuta bellissima in cui si
producono ottimi vini, ma – ormai mi conoscete – io sono nato a
700mslm e più sto in alto meglio mi sento, quindi è giunta l’ora di
svelarvi uno dei principali motivi del mio ennesimo viaggio in
Sardegna: il vulcano.

vigne vulcano ledda
Sì, parlo di un vero e proprio vulcano
spento in cui Andrea Ledda ha voluto impiantare sulla cima di un
gigante dormiente, che con la sua ultima eruzione ha creato un
terreno basaltico perfetto per una viticoltura di qualità che
unitamente ai quasi 700slm di altitudine trasforma questi vigneti in
qualcosa di unico per l’intera isola.
Siamo nelle campagne fra Borutta,
Bonnanaro, Thiesi, Bessude e Siligo, sul Monte Pelau e ad indicare la
strada sono km e km di muretti a secco che, là dove ce n’è stato
bisogno sono stati accuratamente restaurati da abili artigiani della
pietra ingaggiati da Ledda e questo la dice molta sul rispetto che
quest’uomo ha nei confronti del contesto in cui imprende.
Le varietà coltivate sono Muristellu,
Nieddu Mannu, Pascale di Cagliari, Vermentino, moscato da clone
autoctono e ovviamente Cannonau.
Di notevole vocazionalità anche i due
vigneti siti a Monte Santu e a Su Campu.
Queste sono informazioni utili a
comprendere la geografia e la disposizione dei vigneti, ma ancor più
importante è comprendere la natura delle scelte di Andrea Ledda, che
con la sua verve continua a farmi notare quanto folle e quanto
meraviglioso sia essere arrivati a fare vigna dove nessuno mai aveva
pensato di arrivare.
Dopo aver “toccato con mano” le
peculiarità uniche dei terroir delle tenute Ledda non è stato difficile
capire perché il principio dell’azienda non solo è quello della
vinificazione separata di ogni vigneto ma anche di arrivare in
bottiglia con le espressioni integre e distinte di ciascuna tenuta.
Inutile dire che nei vini prodotti sul
vulcano freschezza e mineralità si fondono in maniera estremamente naturale con una struttura forte e fiera. Vini di grande dinamicità che si distinguono da qualsiasi altra espressione di quegli stessi varietali in Sardegna.

Il mio incontro con Ledda e il suo
sogno diventato realtà termina nel migliore dei modi, ovvero nella
piccola cantina di Bonnanaro, città natia di Andrea, dove lui stesso
inizia a spillare campioni da ogni vasca e ogni botte desideroso di
condividere le sue opinioni con me e di avere, di contro, un mio
parere. E’ così, che tra una fetta di salame e un pezzo di
formaggio, finisco col non sentire il freddo e col non accorgermi del
tempo che passa, preso dai racconti di vita e di vino di un uomo che
auguro a tutti voi di conoscere, fuori dai panni del mero
imprenditore, perché ha umanità da vendere, o meglio…da regalare!

Il mio viaggio prevede un’ultima tappa
a Serdiana, ma per non farmi mancare nulla, data la mia inappagabile
curiosità, faccio un salto a Usini, presso l’azienda Carpante (di
cui vi parlai qui) dove Luca Mercenaro e il suo mentore Renzo Peretto
condividono con me la degustazione alla cieca di numerose referenze
di Cagnulari. Lo scopo della degustazione non era quello di
comprendere quale referenza fosse la migliore, bensì quello di
permettermi di acquisire una maggior conoscenza del varietale
approcciandone diverse interpretazioni. Il risultato è stato molto
interessante, in quanto questo vitigno, spesso considerato più
ostico e duro del Cannonau, può dar vita a vini non solo scontrosi,
ma anche a calici intriganti ed eleganti, con speziature fini, buona
dinamica del sorso e finali puliti e di buona profondità.
cagnulari carpante

Giusto il tempo di riordinare le
idee e si fa rotta verso Sud, destinazione Serdiana.
cantina serdiana
La prima realtà che trovo sul mio
cammino è quella che porta il nome dell’agronoma e vignaiola che la
gestisce “Antonella Corda”.
Non conoscevo Antonella, ma
l’accoglienza sua e di suo marito è stata sin da subito familiare,
semplice nei modi e sincera nel raccontare una storia comune a molti
produttori di questa zona. Antonella ha ereditato qualche ettaro di
vigneto dopo aver compiuto i suoi studi di agronomia ha sentito forte
il bisogno di fare vigna e di fare vino.
Sin dai primi passi fatti tra i filari
e sin dalle prime parole di Antonella mi accorgo di quanto la
dimensione di questa realtà sia nelle mie corde, per il rispetto
profuso nei confronti del territorio e dei varietali, tradotto in una
cantina minimale, funzionale, nella quale il vino può seguire il suo
corso naturale con una supervisione attenta, ponderata dell’uomo.
Quelli di Antonella sono vini di grande
personalità, con una forte base territoriale e un’identità
varietale distinta dai vini assaggiati sino a questo momento del mio
viaggio. Colgo sfumature tono su tono, profumi velati a poco a poco
svelati e un’agilità alla beva che non mi sorprende. Il Vermentino è
integro nel frutto, balsamico di salvia e menta, agrumato e salino ma
non troppo, mentre il Cannonau (con un piccolo e appena percettibile
saldo di Syrah) è scarico nel bicchiere – e mi sento già a mio
agio – elegante al naso con la delicatezza del frutto e la lieve
speziatura, convincente al sorso con la sua spinta ampia e profonda e
un tannino fine. Se questi sono i due vini “che ti aspetti”, è
stato il Nuragus prodotto con le omonime uve – prima dell’avvento
del Vermentino questo era il vitigno a bacca bianca più coltivato –
a colpirmi di più, destabilizzandomi con la sua natura a cavallo fra
terra e mare, tra frutto e sale. Un vino che si presenta nella sua
schietta semplicità, ma che è in grado di destare interesse, di
incuriosire specie dopo tanti assaggi di Cannonau e Vermentino.
Interessante sarà valutarne l’evoluzione, data la spiccata vena
acida e la tensione del sorso.

Una conduzione biologica che attinge alla biodinamica in maniera molto razionale e consapevole, quella di Antonella Corda, che da vita a vini molto territoriali e puliti.

Dopo un pranzo luculliano in cui ho
avuto modo di prendere ancor più confidenza con le eccellenze
locali, mi sposto presso l’ultima azienda del mio tour: Audarya.

cantina audarya
Nell’ottica di trovare aziende con
peculiarità differenti e spiccata personalità questa giovanissima
azienda condotta da 2 altrettanto giovani fratelli è più che degna
di essere l’ultima tappa di questo viaggio attraverso la Sardegna del
vino. 
Come ogni mia visita, anche in questo caso partiamo dalle
vigne e è Nicoletta ad accompagnarmi e a mostrarmi alcuni dei
vigneti più vocati della proprietà che comprende 4 differenti
tenute per un totale di ca. 35ha: Audarya (il corpo centrale
dell’azienda a circa 200 metri sul livello del mare. Il terreno è
argilloso si coltivano: Cannonau, Bovale, Vermentino e Malvasia),
Acquasassa (formata per lo più da terreni calcareo-argillosi si
estende per 6 ettari in una zona collinare a circa 160 metri sul
livello del mare), Is Crabilis (su una collina di natura
calcareo-sabbiosa ad un altezza di circa 200 metri sul livello del
mare), Su Stani Saliu (prende il nome dal famoso stagno “Su Stani
Saliu”, uno stagno di acqua salata situato a pochi passi dalla
tenuta. Il terreno è prevalentemente sabbioso con un microclima
ideale).
E’ mentre camminiamo fra i filari a
riposo che Nicoletta mi racconta della scelta del nome “Audarya”,
che in sanscrito significa “nobiltà d’animo”, un messaggio
insito nel nome stesso di un cantina che ha fatto dei principi del
rispetto per il passato e per il territorio le fondamenta sulle quali
basare la propria spinta verso il futuro, senza aver paura di
innovare e di mostrarsi per quello che i due giovani fratelli Pala
possono apportare al mondo del vino, ovvero freschezza e
contemporaneità nei vini e nella visione d’insieme.
Dopo aver assaggiato il Vermentino
“base” della linea Audarya con Salvatore decidiamo di fare
qualche assaggio tra le vasche d’acciaio e le nuove – un piacere
vederle! – vasche in cemento. In sala degustazione mi aspetta una
bottiglia di Nuracada, il Bovale, vino di punta dell’azienda eppure
non riesco a non soffermarmi su un’assaggio appena spillato da botte
del quale Salvatore stesso mi parla in maniera semplice, serena,
quasi come se quel vino nel mio bicchiere fosse qualcosa di
“normale”… eppure nel mio bicchiere c’era un vino che con la
sua rosa e la sua estrema ed elegante sinuosità sembrava davvero
ricordare un pinot noir, ma al di là dei paragoni che lasciano il
tempo che trovano la realtà è che una volta sorseggiato non ho più
smesso e ne avrei voluto ancora, cosa che raramente capita con un
assaggio prematuro, da vasca, per di più a gennaio. Ah, stavo quasi
dimenticando di dirvi di che razza di vino stessi parlando… era
Monica in purezza destinato a diventare uno dei vini della linea
Audarya, che contempla solo vini monovarietale e che è considerata
la linea “d’entrata” dell’azienda (io ve l’ho detto, poi fate
vobis!).

Finito di assaggiare dalle vasche e
dalle botti, torniamo in sala degustazione dove mi appresto ad
assaggiare una delle poche bottiglie di Nuracada prodotte. Un Bovale
in purezza di corpo, che non teme il legno, e riesce a mantenere una
buona dinamica senza soffermarsi alla pienezza. Un’interpretazione
armonica di un varietale difficile che in pochi hanno il “coraggio”
di vinificare in purezza, ma che dimostra grandi potenzialità.
Prima di scappare a cena e di
congedarci con una serata di grande leggerezza e condivisione, i
ragazzi ci tengono a farmi assaggiare il loro vino da uve stramature
“Bisai”. Direi che hanno fatto bene a farmelo assaggiare, perché
questo Bisai è buono assai, nel suo equilibrio tra residuo e acidità e nel suo farsi apprezzare
senza risultare troppo dolce, caldo e stucchevole. Nel complesso questi due giovanissimi fratelli del vino hanno dimostrato di sapere il fatto loro e di poter gestire al meglio un’azienda che punta a diventare un riferimento per l’areale in termini di rapporto quantità-qualità.
L’attenzione e il rispetto che Salvatore e Nicoletta manifestano in ogni loro parola e in ogni loro gesto renderebbero fiero il nonno che diede il via alla storia enoica della famiglia Pala.

Un viaggio intenso, con scandito da ritmi serrati e fatto di tanti km dei quali non ho affatto sentito il peso tanto è stato bello guardare fuori dal finestrino vedendoli scorrere sotto forma di paesaggi mozzafiato e territori carichi di storia rurale e di fascino senza tempo.
Un tour che mi ha portato ad approfondire la conoscenza di areali che conoscevo già e a scoprire letteralmente contesti vitivinicoli attraverso i quali non avevo ancora avuto modo di camminare, delineandone specificità, unicità e criticità.
La Sardegna continua a stupirmi, a riempirmi l’animo di meraviglia e il corpo della forza dei propri vini, ma rientro ancora una volta alla base con la convinzione che ci sia ancora tanto potenziale inespresso, a tratti ancora non compreso a tratti meramente sprecato.
Eppure, in questo viaggio, più che in altri, ho vissuto in prima persona momenti di slancio, in cui la forza di volontà del singolo faceva il pari con la voglia di trovare finalmente un comun denominatore, un’unità d’intenti che proietti interi territori, e non solo in singolo produttore, verso il mondo del vino che conta, emancipandosi dalle dinamiche legate alle cantine sociali e guardando oltre i confini regionali. 
Solo incoraggiando questo momento di apertura al mondo e continuando a valorizzare il proprio patrimonio di biodiversità e l’unicità dei propri terreni e dei propri contesti pedoclimatici la Sardegna potrà ritagliarsi il posto che le spetta nel panorama vitivinicolo italiano e globale. Lo spirito propositivo e la consapevolezza delle nuove generazioni e non ultima l’illuminazione di alcuni produttori della “vecchia guardia” fanno ben sperare. Io ci credo!





F.S.R.
#WineIsSharing

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