I giovani vignaioli e produttori di vino più talentuosi e preparati incontrati nel 2023

Una selezione di giovani (under 40) vignaiole e vignaioli italiani, ma anche enologhe ed enologi, volti nuovi di storiche aziende di famiglia o di neonate realtà da loro create. Ragazze e ragazzi che mi hanno stupito particolarmente grazie al loro talento e all’evidente preparazione

Il 2023 sta per volgere al termine e io sto lavorando, come ogni anno, alle selezioni dei vini che di più mi hanno colpito negli ultimi 12 mesi di viaggi, incontri e assaggi. Da qualche anno, però, non mi limito a condividere una mera lista “dei migliori vini”, bensì cerco di dare il giusto spazio a uno degli obiettivi più importanti della mia ricerca , ovvero quello dedicato ai giovani talenti (anche in vista del prossimo Only Wine, salone nazionale dei giovani produttori e delle piccole cantine, del quale sono selezionatore). Per questo, anche nel 2023, ho preso nota di tutte/i quelle/i giovani vignaiole/i che, in giro per l’Italia, stanno dando nuovo slancio alla propria azienda di famiglia o hanno investito in un proprio progetto dalla vigna alla bottiglia. Nella selezione di quest’anno troverete giovani vignaiole e vignaioli dediti chi più alla cantina chi più al vigneto, chi in egual modo a entrambi, ma ho voluto dare spazio anche ragazze e ragazzi che si stanno distinguendo grazie alle loro capacità imprenditoriali. Doti, supportate dall’opportuna preparazione, di cui si tiene spesso poco conto, quasi a voler rinnegare che un’azienda vitivinicola sia un’impresa. Proprio per questo ho voluto evidenziare alcune “coppie”, formate da fratello e sorella, che ben definiscono il connubio delle capacità prettamente produttive e gli ambiti, anch’essi fondamentali, relativi alla gestione delle attività più orientate agli aspetti commerciali e di comunicazione. Fare vino è un mestiere complesso in cui si parte dal vigneto ma si finisce nelle tavole e nei calici e questi ragazzi lo sanno bene. Confrontarmi con ognuno di loro è stato fondamentale per poter comprendere, da par mio, quanto potenziale ci sia nelle nuove generazioni di produttori italiani. Di alcuni ho avuto modo di scrivere in tempi non sospetti e non nego di sentirmi particolarmente legato a chi mi ha concesso l’opportunità di assaggiare per primo un loro vino e, di conseguenza, di poterne condividere le gesta, ma di altri scrivo per la prima volta scommettendo, senza dubbio alcuno, sui loro progetti di vigna, di vino e di vita, conscio del fattore anagrafico ma altrettanto consapevole del valore professionale e umano di ogni persona del novero.

I GIOVANI VIGNAIOLI E PRODUTTORI PIU’ TALENTUOSI E PREPARATI INCONTRATI NEL 2023

carloalberto negri vino

Carlo Alberto Negri: mi reputo uno cercatore più che uno scopritore e, come spesso accade, la mia ricerca è agevolata da un primo contatto di realtà ancora agli albori che fanno un passo verso di me alla ricerca di un confronto e di un parere. Quello con Carlo Alberto Negri, infatti, è stato un primo incontro virtuale che, di lì a poco, mi ha portato ad assaggiare le primissime bottiglie dei suoi vini e a scommettere subito sulla qualità del suo lavoro e la bontà del progetto che con grande umiltà ma altrettanta chiarezza espositiva mi raccontò, selezionandolo per il Salone Nazionale dei giovani produttori e delle piccole cantine d’Italia. Avendo avuto modo e tempo di conoscere a fondo i vigneti di famiglia negli areali di Valpolicella e Soave, da pochissimo, ha deciso di ritagliarsi un po’ di spazio da dedicare alla produzione dei propri vini scegliendo due parcelle più confacenti alla sua indole: 1ha di Pergola Veronese (sola Garganega) di 30 anni con esposizione Sud-Est sito a Lavagno in località Fornace; 1.53ha (Corvina 55%, Corvinone 40% e Rondinella 5%) a guyot di 15-20 anni con esposizione Sud-Ovest sito a Mezzane di sotto in località Giare per il Valpolicella Superiore e l’Amarone. Ha subito impressionato per l’eleganza del Soave e la contemporaneità del Valpolicella ed è appena uscito con la sua prima interpretazione dell’Amarone, l’apice della sua produzione. Carlo Alberto fa meritevolmente parte di una nouvelle vague di vignaioli e produttori della Valpolicella che sta attuando una rivoluzione silente, attualizzando l’immagine del territorio e lo stile dei vini senza lederne in alcun modo la storia e la tipicità.

samuele paraboschi enologo

Samuele Paraboschi: giovanissimo enologo che da pochissimo ha potuto portare nel calice di appassionati e addetti ai lavori i frutto del proprio lavoro nelle vigne di famiglia nei Colli Piacentini. Laureto in Agraria alla Cattolica, indirizzo Enologia, ha voluto fortemente ampliare i propri orizzonti lavorando in alcune delle più note aree vitivinicole del mondo: Bordeaux, Marlborough, Napa Valley, per poi rientrare in Italia e lavorare in Oltrepò Pavese e in Piemonte, dove si è stabilito e ha trovato lavoro presso un’importante cantina del Roero. Impiego che gli permette di dedicarsi a Labrè, una piccolissima azienda agricola (poco più di un ettaro vitato in cui troviamo Malvasia, Barbera, Merlot e Cabernet) a pochi passi da casa sua. Ho avuto il piacere di selezionarlo per l’Only Wine 2022, alla prima uscita ufficiale dei suoi vini, e l’impressione è che siamo solo all’inizio di una luminosa carriera, in un territorio che ha bisogno di giovani intraprendenti e preparati come Samuele.

cossignani vini

Cossignani L.E. Tempo: una storia centenaria quella della famiglia Cossignani e del suo legame con la terra, ma è giovanissimo il nuovo corso in bottiglia di questa realtà vitivinicola di Massignano (AP) che si affaccia sulla vocata Val Menocchia. Un nuovo corso che sa di scommessa, dato che è interamente al Metodo Classico. A dar vita a questo progetto sono Letizia (1992) e Edoardo Cossignani (1988), fratelli nella vita e nella vite. Letizia è la mente creativa dell’azienda nonché il tramite comunicativo che ha permesso e permette a questa piccola realtà di raccontarsi in maniera chiara ed emozionale, senza lesinare contenuti tecnici e valori sulla quale è imperniata. Si occupa completamente all’Azienda e al progetto della Cantina insieme a suo fratello. Edoardo è il braccio laborioso dell’azienda, capace di coniugare rispetto per le proprie origini e il giusto spirito rivoluzionario atto a trasformare l’azzardo in valide e opportune intuizioni. Ex ufficiale di Marina, riscopre la sua vera passione nella terra e la sua attitudine naturale lo spinge a superare limiti e preconcetti, mantenendo saldi i valori della sostenibilità e portando nel calici vini fortemente riconoscibili. E’ proprio la riconoscibilità territoriale e varietale dei vini prodotti da questi due giovanissimi interpreti, che da ulteriore valore e senso al progetto. Vi basterà assaggiare il loro Blanc de Blancs da uve Pecorino per comprendere quanto il metodo divenga uno strumento per elevare la percezione del vitigno e non per surclassarla anteponendosi all’identità varietale. Una realtà che sta già facendo parlare di sé, nonostante sia da pochissimo in pista, ma che – a mio parere – è solo agli inizi di una storia che sarà davvero interessante seguire.

stroppiana vini

Altea e Leonardo Stroppiana: altra conferma che nel vino fratello e sorella rappresentano, spesso, una coppia complementare. Altea (classe ’93) e Leonardo (classe ’97) hanno fatto strade differenti e, forse, per un attimo hanno anche pensato di non portare avanti l’azienda di famiglia ma, per fortuna, sono rientrati alla base con l’idea di dare un contributo importante al progetto dei loro genitori Dario e Stefania (ancora presenti in azienda). Stroppiana è una piccola realtà a conduzione rigorosamente familiare che vanta ca. 8ha tra La Morra (con i Cru Bricco Cogni e San Giacomo) e Bussia di Monforte, in cui dimorano i vigneti di Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e Nascetta. Altea è Leonardo si danno manforte, dividendosi i compiti con la prima più concentrata sulle fasi di lavorazione, dalla vigna alla cantina, e il secondo a coadiuvarla in cantina, occupandosi anche dell’ambito commerciale e della comunicazione. Entrando “a casa Stroppiana” ci si rende subito conto di quanto questa realtà sia in divenire, nonostante la sua storia, ed è proprio per questo che invito tutti a tenere d’occhio l’operato di questi due giovani che, mi piace pensare, faranno fare un ulteriore step in termini di percezione all’azienda di famiglia. Nuove dotazioni di cantina, nuovi spazi, tante degustazioni per farsi conoscere e una visione agronomica ed enologica che non smette di alzare l’asticella. Il risultato? In botte stanno affinando alcuni dei Baroli dal profilo olfattivo più fine ed armonico percepito negli ultimi anni. Non vedo l’ora arrivino in bottiglia!

marco ludovico cantina

Marco Ludovico: classe ’89 Marco è da considerarsi un vero artigiano del vino che, nel cuore del parco naturale della Terra delle Gravine, scolpisce vini autentici, togliendo il superfluo e ricavando dalla materia prima, allevata con cura e rispetto, un’anima tanto tipica nell’espressività quanto contemporanea nel gusto. Dice di non volere “regole”, ma il suo pensare e il suo agire lasciano intendere che sono gli inutili orpelli e i pedissequi protocolli ciò che rifugge. Marco sa abbastanza di vigna e di cantina (ha studiato enologia presso l’università di Udine per poi fare esperienze a Manduria, Montalcino, Napoli, Mendoza e Nuova Zelanda) da poter lavorare in sottrazione senza ledere in alcun modo l’identità e la nitidezza dei propri vini. Dal 2017 collabora con suo padre Giangiuseppe nella masseria Ludovico a Mottola, in provincia di Taranto, dando vita a un nuovo progetto vinicolo. E’ qui che produce i suoi vini da uve Fiano Minutolo, Verdeca e Primitivo, Trebbiano e Sangiovese. Varietà coltivate tra i 280 e i 370 metri di altitudine su suoli vari, da argillosi e calcarei a terreni tufacei ricchi di scheletro. In vigna, si segue un approccio poco interventista, bandendo sostanze chimiche e prodotti di sintesi, per preservare la vitalità del terreno. Anche in cantina, si adotta lo stesso credo; le fermentazioni avvengono spontaneamente e gli affinamenti si svolgono in acciaio, legno o anfore. A prescindere da questi aspetti meramente tecnici, Marco si sta dimostrando uno degli interpreti più dinamici di una Puglia che in giovani come lui può trovare un nuovo slancio, verso un gusto sempre più orientato alla finezza e all’eleganza, conservando la tipicità dei propri areali e delle “proprie” uve.

fontanarosa fratelli di giorgio

Chiara e Marco Di Giorgio: siamo in Basilicata, nella Doc Matera, ed è qui che troviamo i più giovani del novero selezionato quest’anno: Chiara (1999) e Marco (2003) Di Giorgio, dell’azienda Fontanarosa Vini sita a Scanzano Jonico (MT). Chiara, è laureata in viticoltura ed enologia presso università del Salento. In corso laurea magistrale scienze viticole ed enologiche Asti. Ha effettuato il tirocinio curricolare e la vendemmia 2020 presso cantina Solferino (zona Manduria). Attualmente sta lavorando in laboratorio di enologia come assistente alla professoressa Fracassetti dell’università di Milano e contemporaneamente sta facendo il tirocinio di laurea in genetica delle Vite. Ovviamente, oltre a questo, si occupa della cantina di famiglia. Suo fratello Marco, invece, si è diplomato all’istituto agrario e attualmente frequenta il secondo anno di viticoltura ed enologia all’Università del Salento e, anche lui, contribuisce, già, attivamente allo sviluppo dell’azienda che la sua famiglia ha creato confidando nel loro seguito. Realtà di appena 4 ettari (metà a Primitivo Matera Doc e il resto a Greco Matera Doc) ed è stata la prima nel Metapontino ad avere un ciclo completo di produzione che va dalla coltivazione delle uve all’imbottigliamento del vino. I giovani fratelli credono fortemente nella vocazione e nel potenziale di questo areale ancora solo parzialmente esplorato da parte dei produttori stessi, per quanto concerne l’attitudine a produrre vini di alto profilo e forte identità territoriale, e da parte di appassionati e addetti ai lavori (media compresi) che bazzicano ancora troppo poco queste terre così ricche di storia (Dalla Magna Grecia all’Enotria il vino, in questa zona, è sempre stato un elemento predominante sia a livello economico che culturale), meritevoli di un approfondimento. Sono certo che, anche, grazie a questi due giovanissimi interpreti la Matera Doc potrà godere di uno slancio non indifferente, mettendo in luce le proprie peculiarità e agevolando la conoscenza dei suoi valori pedoclimatici e di tutte le realtà coinvolte nella traduzione di essi in bottiglia. I due nuovi Metodo Classico fanno già capire le mire delle nuove leve.

cosimo lippi frascole

Cosimo Lippi: negli anni avevo assaggiato alcuni di vini della piccola azienda a conduzione famigliare “Frascole” che, nell’areale del Chianti Rufina, mi aveva incuriosito per peculiari interpretazioni di Sangiovese e Trebbiano ma anche di Pinot Nero, con il supporto di quel geniaccio di Federico Staderini. Eppure non ero mai riuscito a visitarla. Poco male, l’occasione si è presentata poche settimane fa e mi piace pensare che non si sia stato un caso che sia arrivato a Dicomano proprio ora che in azienda c’è il giovane Cosimo Lippi. Cosimo, 27enne, laureato in Viticoltura ed Enologia a Firenze, ha conseguito anche il Diplôme National d’œnologue à Dijon in Borgogna per consolidare la propria conoscenza e affinare la propria cultura vitivinicola. Prima di arrivare in azienda, però, ha voluto acquisire maggior esperienza e sensibilità interpretativa lavorando in periodo di vendemmia a Fontodi nel 2017, da Meo Camuzet a Vosne Romanée nel 2019, da Jacques Prieur nel 2020 e un’altra a Cave de Tain nel 2021. Tutto questo per poter dare il meglio di sé a Frascole, dove lavora a tempo pieno dal 2021 ma che segue, parallelamente agli studi, dal 2016. Ho scelto di segnalare Cosimo tra i più promettenti giovani produttori italiani per l’indubbia preparazione tecnica, in primis, e per la grande curiosità in secondo luogo. Frascole è una realtà di 12.5ha in conduzione biologica dal 1999 che ha sempre messo l’identità del vigneto prima della stilistica ma per conferire ai propri vini questa chiarezza espositiva è fondamentale avere contezza tecnica utile a fare bene togliendo il superfluo. Cosimo questo lo sa e l’aver preso confidenza con tecniche e approcci differenti, in zone e contesti diversi, gli permetterà di farsi traduttore fedele del luogo attraverso varietà che più di altre possono veicolare un’identità percettibile e per nulla rarefatta. La sfida è orientare tutto verso l’eleganza che in questa zona e con l’opportuno approccio può raggiungere livelli ancora solo parzialmente sperimentati. Qualcosa mi dice che questo giovane enologo/vignaiolo lo farà. Gli ultimi vini dell’azienda fanno ben sperare sia per quanto riguarda Sangiovese (tenete d’occhio il loro Terraelectae) e Trebbiano (l’In Albis è un’espressione tanto antica quanto contemporanea del vitigno) che per quanto concerne il Pinot Nero (la 2018 è uno dei migliori Pinot Nero italiani assaggiati negli ultimi anni). Vi basterà farci due chiacchiere per capire che non c’è solo mero nozionismo.

diletta tonello vini
Photo by Clay McLachlan/claymclachlan.com

Diletta Tonello: figlia e nipote l’arte, Diletta entra in azienda di famiglia nel 2014 coadiuvando suo padre nella gestione di 12 ettari di vigna condotti in regime biologico. Il suo mantra è, da subito, stato quello di dare la visibilità e la dignità che merita alla Durella e ai vini Durello, interpretando e raccontando la vocazione di questa varietà e dei Monti Lessini in maniera contemporanea, senza ledere in alcun modo la storia e l’identità di uva e territorio. Alla Durella si affianca la Garganega, altra varietà che ben si adatta a questa zona vulcanica (n particolare basaltica) e altrettanto bene ne sa tradurre le peculiarità pedologiche e mesoclimatiche. Diletta ha fatto tutti gli step giusti (anche se con la sua ampia falcata poteva bruciare qualche tappa), diplomandosi Perito Agrario all’Istituto Agrario ‘Trentin’ di Lonigo per poi proseguire con l’università. Diventando Dottore Enologo in Scienze e Tecnologie Viticole ed Enologiche all’Università di Padova. Dopo una serie di esperienze, in Italia e all’estero, è tornata a casa per dare nuovo slancio alla piccola ma dinamica azienda di famiglia, apportando know how tecnico e una più ampia visione orientando le prospettive verso una più elevata percezione del valore dei propri vigneti e del proprio lavoro. Dal 2022, inoltre, è stata eletta Presidentessa del Consorzio Tutela Vini Lessini Durello, portando quella ventata di freschezza che la Durella ha insita nel suo DNA e nelle sue terre d’origine ma che rischiava di perdersi per la poca capacità di veicolarne le qualità e la contemporaneità. Una giovane vignaiola che non teme responsabilità importanti.

michele simoni

Michele Simoni: classe 1989, lavora tra proprietà e affitto circa 5 ettari con il papà Ferruccio, nella suggestiva Val di Cembra, terra che amo particolarmente per la futuribilità di una viticoltura che, meno di altre, sta subendo l’incidenza dei cambiamenti climatici. La famiglia da sempre si occupa di accoglienza e ristorazione, a partire dal nonno Bepi e la nonna Rosina che hanno aperto l’agriturismo nel secondo dopoguerra. La mamma Romana è in cucina, la sorella Genny in sala e si occupa della burocrazia della cantina, mentre Michele si divide fra campagna, cantina e in sala quando riesce a starci dentro coi tempi. Sua l’idea di convertire l’azienda in bio. Scelta complessa ma lodevole per un’azienda che oltre alla vite, coltiva mele e patate. Il lavoro di Michele, negli ultimi anni, ha portato in bottiglia vini di grande nitidezza espressiva, riconoscibili e contemporanei nella dinamica di beva, con grande attenzione agli spumanti (siamo nel cuore del Trento Doc), al Muller Thurgau bandiera di quest’area, senza trascurare i rossi tra i quali spiccano Schiava e Pinot Nero, entrambi orientati a quel giusto connubio di freschezza e finezza che tanto è in linea con il palato odierno e che nulla toglie all’identità varietale e territoriale, anzi..! Mi piace pensare che anche Simone avrà ancora tanti anni per dimostrare tutto il suo talento, visto che Nonno Bepi è vissuto fino a 101 anni bevendo tutti i giorni un calice di schiava! Se siete nei paraggi, passate a trovarlo e fatevi portare nei suoi vigneti sul Monte Corona a Serci di Palù di Giovo, che vantano entrambe le matrici pedologiche tipiche della Val di Cembra e danno un’idea chiara della loro attitudine all’eleganza.

enrica spadafora vini

Enrica Spadafora: nella mie scelte ho dato molta importanza agli studi e al percorso personale sia in termini di esperienze professionali che di attitudine, dando un’importanza minore alla genealogia, ma la quota “figli d’arte” credo di essermela giocata bene andando a cercare chi, negli ultimi anni, ha saputo incidere particolarmente in aziende dalla riconosciuta storicità. E’ proprio questo il caso di Enrica Spadafora, 27enne, siciliana che appena laureatasi in Economia Aziendale a Palermo (a 23 anni), ha deciso di dedicarsi all’azienda di famiglia, guidata dal papà Francesco Spadafora. Una realtà condotta in regime biologico sin dagli inizi del secolo che conta un parco vigne importante e produce vini con un messaggio chiaro di sostenibilità e rispetto su tutta la filiera. L’apporto di Enrica, negli ultimi anni, è evidente e l’azienda si sta dimostrando in grado di raccogliere le sfide dell’era enoica in corso sia a livello produttivo che commerciale e di comunicazione, con quel giusto connubio di giovialità e garbo che Erica incarna al meglio. Un esempio di quanto, per un’azienda vitivinicola, sia importante avere una visione che parta dalla campagna (Enrica segue suo padre in vigna appena può) ma non trascenda le dinamiche imprenditoriali legate ad aspetti quali la sostenibilità economica, la comunicazione, il commerciale e l’enoturismo. Tutti ambiti in cui Enrica sta dando il suo importante e palese contributo. Una giovane che sa sporcarsi le mani ma, al contempo, sa presentarsi in Italia e nel mondo come volto dell’azienda in maniera colta e pulita.

marco mossa cantina sardegna marmo

Marco Mossa: 36 anni per questo giovane vignaiolo sardo che dalla sua Irgoli sta cercando di portare la concezione di territorialità a un livello superiore. Andrai a trovarlo qualche anno fa e da quel giorno, nella sua piccola ma ben attrezzata cantina in provincia di Nuoro, ai piedi del Monte Senes, a 8 km dal Golfo di Orosei. Da quell’incontro cominciai a seguire le evoluzioni di questa realtà nata 2016 per volere dello stesso Marco. Dopo qualche anno in sordina è arrivata la scintilla, grazie al progetto “Marmus”. E’ grazie a questo vino che Marco ha voluto sperimentare, con non pochi dubbi e malcelata fatica, una visione di territorio più ampia, che andasse ad attingere anche alle materie prime utilizzate per i vasi vinari da affinamento. Ecco quindi che la scelta ricade sul marmo di Orosei, tanto tipico quanto rischioso per via del carbonato di calcio che – analiticamente parlando – rischierebbe di far precipitare l’acidità del vino. Eppure, Marco da buon sardo, vuole credere in questa intuizione con caparbietà e i primi risultati sono entusiasmanti: l’acidità non subisce variazioni preoccupanti e il vino che affina nelle vasche di marmo (da 750l e 5cm di spessore fatte creare appositamente da un amico artigiano locale per il progetto) sembra avere un’espressività ancor più elegante e riconoscibile degli altri vini fino a quel momento prodotti dallo stesso vignaiolo. Nasce così “Marmus” un Cannonau, con un piccolo saldo di Bovale, generoso nel frutto e sensuale nella rosa e nella nota pepata, concreto in bocca ma non eccessivo nella materia, dalla buona dinamica di beva e decisamente sanguigno nel finale. Solo 1000 bottiglie prodotte per annata. Un vino che potrebbe incuriosire per lo strumento e che di sicuro accenderà qualche riflettore su questa piccola azienda vitivinicola, ma che non viene strumentalizzato dal vignaiolo per fuorviare l’interlocutore e che, soprattutto, non è la sola produzione di Marco che ben si destreggia anche nelle interpretazioni più “classiche” di Cannonau, come il “Notante”, e di uve a bacca bianca tipiche, come nel caso del blend di Nuragus, Vermentino, Nasco “Amor Tempus”. Le luci le abbiamo puntate, ora sta al giovane vignaiolo di Irgoli dimostrare che la trovata delle vasche in marmo di Orosei è ben più di un’operazione di marketing e lo potrà fare dimostrando, con coerenza e costanza, quei valori di uomo di vigna e di cantina che io ho potuto constatare negli ultimi anni.

stroppolatini federico e marianna vignaioli friuli

Marianna e Federico Stroppolatini: 34 anni lei e 32 lui, da qualche anno sono i volti, le braccia e le menti dell’azienda della famiglia Stroppolatini, dapprima condotta dal padre Giuliano. Siamo nel cuore dei Colli Orientali del Friuli, a Gagliano di Cividale. Anche in questo caso i due fratelli non si pestano i piedi e si dividono i compiti lasciando la campagna e la cantina sotto le scarpe e nelle mani di Federico e le materie d’ufficio e di comunicazione a Marianna. Agli eventi li troverete sempre insieme a raccontare in maniera complementare la propria realtà che da una manciata di ettari produce – come si confà ai produttori locali – una sin troppo lunga e laboriosa linea di vini, ponendo, però, una particolare attenzione nei confronti di due varietà: il Friulano (relativamente al quale dispongono di piante molto longeve, che arrivano persino ai 160 anni), lo Schioppettino (pur non essendo a Prepotto ne producono una versione “classica” e una Riserva, entrambe tra le più eleganti e centrate interpretazioni di una varietà che non ho mai nascosto di amare profondamente) e, infine, il Pignolo (vera bestia nera dei produttori locali che, nonostante le difficoltà, rappresenta la varietà capace di raggiungere i picchi espressivi più alti, per molti). Il tutto condotto con profondo rispetto dalla vigna alla bottiglia, secondo i dettami dell’agricoltura biologica (doppiamente complessa da approcciare in queste zone). Federico ha le idee molto chiare e da quando ha dovuto/voluto strambare decidendo di abbandonare gli studi di ingegneria per poter prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia non ha sbagliato un colpo. Ora, la vera sfida dei due fratelli Stroppolatini sarà quella di posizionare i propri vini dove meritano di stare, scrollandosi di dosso un passato che vedeva la loro realtà non puntare sulla bottiglia, in favore della vendita di sfuso. I vigneti, il talento e la dedizione ci sono tutti.

rebecca marzani vini

Rebecca Marzani: perdonatemi in anticipo il riepilogo pedissequo e, forse, un po’ prolisso del curriculum della giovane enologa e viticoltrice in oggetto, ma è importante per giustificare la mia scelta. Nata a San miniato nel 1992, Rebecca si laurea in viticoltura ed enologia presso l’università di Pisa e durante il secondo tirocinio universitario ha la fortuna di conoscere Angelo Gaja, il quale le offre di lavorare per lui dopo la laurea. Nel 2014 si laurea e decide, prima di accettare qualsiasi offerta di lavoro in Italia (anche se a farla è un certo Angelo Gaja!) per fare un’esperienza all’estero. Parte così per l’Australia, più precisamente per la Barossa Valley dove rimarrà per 4 mesi, seguendo la vendemmia dell’azienda Two Hands. Al suo ritorno in Italia l’offerta di Gaja risulta ancora valida così riparte alla volta di Barbaresco dove, anche in questo caso, resta per tutto il periodo vendemmiale. Di lì a poco un’ulteriore offerta, stavotla dovrebbe lavorare come assistente enologo a Ca’Marcanda. Accetta, ma dato che il carattere non le manca, impone una condizione: doveva aver l’opportunità di fare una seconda esperienza all’estero. A febbraio 2016 parte per il Sud America, destinazione Cile, dove lavora presso un progetto collaterale della cantina Bodega Lapostolle. In Cile ha la possibilità di seguire direttamente, insieme all’enologa, un progetto di microvinificazioni con uve provenienti da varie regioni del paese. Dopodiché in Toscana, per iniziare la sua avventura in Ca’Marcanda, che durerà da metà fino dicembre 2017. A fine 2017 Gaja le offre una posizione come responsabile di cantina nell’azienda di Montalcino poiché l’enologa se ne stava andando. Rebecca accetta e resterà a Montalcino fino a maggio 2022. Torna per un breve periodo a ricoprire il ruolo di tecnico interno a Ca’Marcanda, per poi incontrare la persona che me l’ha presentata, ovvero l’enologo Emiliano Falsini con il quale inizia a lavorare agli inizi del 2023, trovando nuovi stimoli e potendo contare su un pool di realtà importanti sparse in vari areali vitivinicoli. Parallelamente a tutto questo, nel 2016, coadiuvata dal papà Mauro (tecnico di vigna), dalla Mamma Lucia contabile) e dal fratello Jacopo (web marketing) ma grazie all’investimento fatto dal nonno paterno originario di San Gimignano, decide di diventare vignaiola e produttrice, cercando di ripristinare un vecchio vigneto (con oliveta di 200 piante) in totale abbandono che, però, deve reimpiantare nel 2019. Parliamo di 2,5 ettari di vigneto cui 2ha a Vernaccia di San Gimignano e 0,5ha a Trebbiano Toscano, a 300m slm, dal quale, nel 2022, ha prodotto le prime 1200 bottiglie del suo primo vino “Punto 0”. La scommessa è vinta e la sua prima uscita pubblica nazionale all’Only Wine ha dato già riscontri importanti sulla capacità, non scontata, di mettere conoscenza tecnica e variegata esperienza a servizio di una varietà e di una terra che possono dare origini a una forbice espressiva e qualitativa molto ampia. Anche in questo caso, direi che siamo solo all’inizio si una storia dalla prefazione che, di certo, alza le aspettative ma che, se non ho malcompreso la personalità di Rebecca, non spaventano questo giovane talento.

best italian young winemakers under 40

La lista iniziale era più lunga ma ho preferito tenermi qualche nome, ancora acerbo ma di grandi prospettive, per l’anno che verrà, confidando che il loro lavoro confermi le iniziali intuizioni. Di certo i giovani vitivinicoltori italiani stanno avendo sempre più spazio e riescono, più che in passato, a raccontare i propri progetti con maggior facilità. D’altro canto si trovano a dover fronteggiare una serie di criticità ambientali, climatiche ed economico/commerciali non di poco conto, in un’epoca in cui è loro richiesto di essere esempi di sostenibilità ecologica e ambientale, di saper gestire la comunicazione meglio di chi li ha preceduti e di poter vendere in tutto il mondo, come fosse tutto scontato. Eppure, non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi, anzi ho potuto appurare personalmente positività e forza di volontà da vendere.

E’ indubbio che studi ed esperienze (oggi più semplici da fare) facciano la differenza nella formazione della classe di enologi, agronomi, vignaioli e produttori del futuro ma accanto alla preparazione tecnica e alla consapevolezza acquisita ciò che mi colpisce di più è la sensibilità interpretativa e l’attenzione alla sostenibilità sensata e mai ostentata, frutto sì di una virtù innata ma anche di una maggiore consapevolezza del contesto odierno e di una sincera predisposizione al confronto con gli altri colleghi. Credo sia proprio questa la chiave di volta che potrà portare il vino italiano a fare un ulteriore balzo in avanti in termini di qualità e identità: il confronto, costante, aperto e costruttivo. Loro lo sanno e i risultati si iniziano a palesare in maniera nitida e, talvolta, luminosa! Far finta di non vederli, attendere, dubitare, solo per motivi anagrafici sarebbe come voler assecondare il riduttivo e fuorviante assunto che, per qualcuno, lega la qualità di un vino, in maniera imprescindibile, ai lunghi affinamenti e alla capacità di “invecchiare”. La vera personalità e la più nitida identità si possono scrutare e comprendere sin dalla gioventù, complessità, coerenza, costanza e caparbietà e, soprattutto, integrità le valuteremo col tempo. Per ora, lasciamo che crescano, evolvano, magari sbaglino, ma soprattutto che incidano esprimendo la propria visione agronomica, enologica e comunicativa dando loro fiducia e, sono certo, ne gioverà l’intero sistema.

F.S.R.

#WineIsSharing

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