Il Ruchè – Storia di un grande vino dal “Dom Pérignon” del Monferrato al successo internazionale di oggi

“Se a Castagnole Monferrato qualcuno vi offre il Ruchè è perché ha piacere di voi”

Questo è ciò che troverete scritto in un cartello all’ingresso di Castagnole Monferrato, comune dell’astigiano legato a doppio filo alla storia di un vitigno e di un vino a me così cari da aver deciso di dedicare un intero anno a raccontarveli attraverso storia, territorio, ampelografia e, soprattutto, vignaioli.
Ruchè di castagnole monferrato
Conobbi il Ruchè quasi per caso, grazie all’assaggio di un calice alla cieca, capace di attrarmi e di stupirmi senza saper nulla di quel vino così integro nel frutto e intrigante nella speziatura naturale. Da quel calice, assaggiato ormai 15 anni fa, l’interesse per il Ruchè si fece sempre più intenso e, oggi, voglio condividere con voi un po’ della sua storia.
cartello ruchè castagnole
Partiamo col dire che attorno all’arrivo del Ruchè a Castagnole Monferrato aleggia ancora un velo di mistero.
Una delle ipotesi più accreditate è quella che vorrebbe come primo impianto di Ruchè quello della chiesetta benedettina di “San Rocco” (San Roc), dove una comunità di monaci cistercensi devoti a questo Santo avrebbero introdotto la coltivazione del varietale nella zona sin dal Medioevo. Ciò che è certo è che nel Novecento il Ruchè fu quasi dimenticato a causa della sua vigoria vegetativa a vantaggio di altre varietà più semplici da coltivare.
Se oggi possiamo bere Ruchè, però, dobbiamo ringraziare la lungimiranza e la grande personalità di un uomo di Chiesa, Don Giacomo Cauda, parroco di Castagnole Monferrato, uno di quei preti contadini che portavano avanti il lavoro negli orti, nei campi e nei vigneti con dedizione e fatica e che, al contempo, sapevano discernere tra il buono e il cattivo oltre che tra il bene e il male!
vigna del parroco
Fu proprio Don Giacomo Cauda, ribattezzato il “Dom Pèrignon del Monferrato”, che negli anni Settanta riscoprì il Ruchè.
Arrivato a Castagnole Monferrato, Don Cauda prende in mano il beneficio parrocchiale dove, tra quelle poche viti di Barbera e Grignolino, incontra un’uva a bacca rossa diversa per conformazione e per sapore. Quel vitigno vantava quell’alone di mistero capace di incuriosire anche un uomo di fede.
Recuperate queste viti semi abbandonate, il secondo anno di produzione diede l’opportunità di ricavare 28 bottiglioni ma uno solo, stappato per caso, gli fece scoprire quel vino che «ha un corpo perfetto e un equilibrio di aromi, sapori e profumi unici. Degustato con moderazione libera lo spirito e apre la mente…». Acquistò dunque un ettaro a proprie spese impiantando 4000 barbatelle di Ruchè. La sua volontà di recuperarne la tradizione non era dovuta solo alle caratteristiche organolettiche bensì alla radicata consapevolezza che questo vino apparteneva alla storia della comunità locale. <<Che Dio mi perdoni – raccontava nei suoi ultimi anni di vita – per aver a volte trascurato il mio ministero per dedicarmi anima e corpo alla vigna. Finivo la Messa, mi cambiavo in fretta e salivo sul trattore. Ma so che Dio mi ha perdonato perché con i soldi guadagnati dal vino ho creato l’oratorio e ristrutturato la canonica>>.