Quali sono i migliori bianchi italiani da invecchiamento?

C’è ancora chi pensa che i grandi vini destinati al tempo siano quasi esclusivamente rossi. È uno dei luoghi comuni più duri a morire nel mondo del vino, eppure basta girare un po’ per l’Italia del vino (e non solo) attraverso vigne e cantine o, semplicemente, attraverso il calice, per comprendere quanto questa convinzione sia errata.

L’Italia ha una straordinaria varietà di vini potenzialmente longevi e adatti al lunghi affinamenti in bottiglia e, se per quanto riguarda i vini Rossi, più vado avanti più riscontro maggiore interesse in vini più “giovani” (questo non significa “immaturi”, ma ancora in grado di restituirmi indicazioni vivide e leggibili sulla propria identità, senza scadere in terziarizzazioni omologanti) sono sempre più convinto che molti dei bianchi italiani escano (comprensibilmente per chiari motivi commerciali) troppo presto e che anche solo un anno di bottiglia in più ne esalterebbe in maniera esponenziale la percezione. I grandi vini bianchi raccontano di equilibri tra acidità, materia, energia, sapidità e sfaccettate identità varietali e territoriali. Vini che sanno trasformarsi nel tempo senza perdere la propria anima, anzi guadagnando complessità, profondità, finezza. Vini che, se lasciati riposare, sanno regalare emozioni più intense rispetto a quelle offerte in gioventù.

Il tempo come rivelatore

Un grande bianco da invecchiamento non si riconosce solo dalla sua freschezza giovanile o dalla sua capacità di sorprendere nei primi due o tre anni di vita. Si riconosce soprattutto da ciò che riesce a restituire col passare del tempo, spesso in maniera più “graduale” dei rossi.

Quando un bianco è interpretato bene, quando nasce da un territorio vocato, da vigne equilibrate e da una visione produttiva lucida, il tempo non lo consuma: lo scolpisce. Gli aromi si allungano, la materia si integra, la componente sapida emerge con più precisione, le note primarie lasciano spazio a sensazioni più complesse ed eleganti.

E qui conviene sgomberare il campo da un altro equivoco piuttosto diffuso. Non sono soltanto i parametri analitici, prima fra tutti l’acidità, a determinare la potenziale tenuta nel tempo di un vino bianco, notoriamente più povero di componenti antiossidanti, come ad esempio i polifenoli, rispetto a un rosso. A fare davvero la differenza è l’equilibrio complessivo fra tutte le componenti del vino: acidità, estratto, alcol, pH, tessitura, integrità materica, sale, dinamismo gustativo. E, a parer mio, anche una certa ricchezza in componenti strutturali minerali può incidere in maniera importante sulla capacità di un bianco di affrontare il tempo senza smarrire definizione e slancio.

Ovviamente, il lavoro in cantina, può incidere in modo significativo sul rapporto tra vino, tempo e ossigeno. Pratiche come l’iperossidazione dei mosti, se ben gestite, possono contribuire a stabilizzare il quadro evolutivo. Così come un’importante sosta sulle fecce fini, accompagnata da bâtonnage ben calibrati, può arricchire il vino in complessità, protezione e tenuta. Al contrario, filtrazioni troppo strette, se da un lato possono garantire una maggiore “tranquillità” (e talvolta necessarie) nel percorso evolutivo, dall’altro rischiano di spogliare il vino di parte di quel materiale prezioso utile a mantenerne un’integrità più profonda e un’evoluzione più coerente.

Detto questo, la vera domanda, allora, non è se i bianchi italiani possano invecchiare bene. La domanda è: quali sono davvero i migliori bianchi italiani da invecchiamento?

Qui di seguito ho deciso di citarne alcuni, consapevole che all’appello ne manchino molti e che, indipendentemente da vitigno e areale molte sono le eccezioni che confermano la regola, ovvero interpretazioni che, sulla carta, potrebbero non far pensare a una prospettiva temporale così lunga ma che, una volta versati nel calice raccontano il loro rapporto col tempo in maniera viscerale e sorprendentemente chiara.

Verdicchio: uno dei vertici assoluti

Se dovessi indicare un nome simbolo del bianco italiano da invecchiamento, uno di quelli capaci di mettere d’accordo appassionati, addetti ai lavori e produttori, direi senza esitazione Verdicchio.

Parlo del Verdicchio dei Castelli di Jesi, ma soprattutto del Verdicchio di Matelica, due espressioni differenti di uno stesso vitigno straordinario. Il primo più ampio, sfumato, spesso giocato su equilibrio e articolazione; il secondo più teso, verticale, severo, quasi montano nella sua progressione.

Il Verdicchio possiede tutto ciò che serve a un grande bianco destinato al tempo: acidità, struttura, profondità minerale, capacità di evolvere senza cedere. Nei migliori esempi, dopo dieci o quindici anni, può diventare un vino straordinario: complesso, integro, profondo, salino, con evoluzioni più mediterranee, suadenti e solari legate o più montane erbacee e balsamiche, ma sempre sorretto da sorsi vibranti e saporiti. Chi conosce davvero questo vitigno sa bene che non siamo di fronte a un buon bianco longevo. Siamo di fronte a uno dei vini dal più affidabile rapporto fra identità, tenuta nel tempo e nitidezza espressiva.

Fiano di Avellino: profondità e nobiltà espressiva

Se il Verdicchio è una certezza, il Fiano di Avellino è una rivelazione continua. Un vino bianco che negli anni sa diventare aristocratico, sfaccettato, profondo. Uno di quei vini che, quando maturano bene, non alzano mai la voce ma conquistano per complessità e passo.

Il Fiano ha una capacità evolutiva straordinaria. Parte spesso da toni floreali, fruttati e affumicati, con una tessitura gustativa piena ma nervosa, e col tempo si apre su registri più complessi. Il tutto senza perdere il legame con una matrice salina e una compostezza gustativa che ne fanno un vino di grande classe. Quando proviene da vigne importanti e da mani sensibili, il Fiano di Avellino dimostra una longevità che, alla cieca, fa viaggiare i degustatori fino a ricondurre a “casa sua” chi ha avuto modo di assaggiarne almeno uno con qualche anno alle spalle. Non di rado supera brillantemente i dieci anni, ma nei casi migliori può spingersi molto oltre.

Soave: il valore del tempo per la Garganega

Chi ancora sottovaluta il Soave, probabilmente, non ha mai, ad esempio, bevuto i migliori Soave Classico con qualche anno di bottiglia. Perché la Garganega, quando nasce nei cru giusti e viene interpretata con rigore, ha una capacità di evoluzione tutt’altro che banale. Il Soave da invecchiamento non gioca sulla potenza, ma sulla progressione. È un vino che cresce per stratificazione, che affina il dettaglio, che allunga il sorso e che col tempo sviluppa un fascino sottile ma concreto. La sua forza sta nella combinazione tra forza, finezza, tessitura e dinamismo. Nei migliori casi, il tempo rende il Soave ancora più credibile, più profondo, più territoriale. È uno di quei bianchi che insegnano quanto l’eleganza possa essere una forma altissima di persistenza.

Timorasso: carattere, materia e “mineralità” nel tempo

Negli ultimi anni si è parlato molto di Timorasso, e non a caso. Perché questo vitigno ha tutte le caratteristiche del bianco strutturato e longevo: materia, acidità, estratto, personalità, una riconoscibilità netta. Il Timorasso non è un vino accomodante. Ha una cifra rustica nel senso più nobile del termine, una forza interna che chiede tempo per comporsi del tutto. Da giovane può apparire contratto, persino spigoloso in alcuni casi. Ma col passare degli anni acquista armonia, distensione, profondità. Non tutti i Timorasso sono uguali, naturalmente, ma i migliori hanno stoffa da grande vino bianco da attesa. E quando trovano il giusto equilibrio tra energia e materia, sanno offrire interpretazioni davvero memorabili. Non vi nego che, però, ciò che mi ha sempre preoccupato del Timorasso è l’emergere prematuramente di note di idrocarburo (TDN), miele, frutta gialla matura che ne appiattiscono il profilo olfattivo talvolta con una vena ossidativa che divide (per qualcuno è indice di complessità per me non sempre). Detto questo, è di certo uno di quei bianchi che andrebbero attesi almeno 2 o 3 anni prima di assaggiarne anche le interpretazioni più “fresche”.

I Bianchi dell’Etna: il vulcano e il tempo

Tra i grandi bianchi italiani capaci di sfidare il tempo, il Carricante dell’Etna si è ormai conquistato uno spazio centrale. Non per moda, ma per merito. L’Etna bianco, nelle versioni migliori, ha una dinamica gustativa impressionante: tensione acida, energia salina, allungo, nitore, vibrazione minerale. Da giovane colpisce per la sua verticalità, ma è con gli anni che spesso acquista spessore e profondità. Il Carricante (spesso coadiuvato da altre varietà tipiche del Vulcano, capaci di fare da “gregarie” e di puntellare la struttura del protagonista) possiede una capacità rara: riesce a essere al tempo stesso austero e luminoso. E proprio per questo il tempo, anziché appesantirlo, tende a renderlo ancora più eloquente, tanto da superare il potenziale evolutivo dei rossi in svariate occasioni.

Greco di Tufo: oggi, meno celebrato di quanto dovrebbe

Il Greco di Tufo, quando è grande, è un vino tanto classico quanto attuale. Eppure continua a essere meno celebrato rispetto ad altri bianchi italiani. Forse perché ha una personalità meno accomodante, spesso spigolosa, forse perché chiede attenzione, forse perché non cerca il consenso facile. Ha buona struttura e sferzante acidità, ha un registro aromatico complesso e cangiante. Nei migliori casi, col tempo si distende senza perdere la propria energia, sviluppando la sua mineralità in maniera intrigante. Il Greco di Tufo non è docile e sa stupire con acuti importanti. Proprio questa è la sua forza che, se ben governata, può farne un bianco di grande prospettiva evolutiva.

I grandi bianchi dell’Nord-est

C’è poi tutta una geografia di bianchi del Nord-Est che merita attenzione quando si parla di longevità e che conferma che la combinazione fra territorio e il suo pedoclima, interprete e la sua contezza tecnica e una serie di condizioni olistiche, valgono più dei meri valori analitici che, sulla carta, potrebbero non far pensare a grandi longevità potenziali. Penso ad esempio al Friulano e alla Malvasia, notoriamente non tra i più dotati di acidità di base ma in grado di regalare grandi sorprese nel tempo. Poi c’è la Ribolla Gialla che, soprattutto in alcune interpretazioni più rigorose e territoriali, sa invecchiare molto bene, sia nelle versioni “classiche” che in quelle che prevedono macerazioni (purché ben gestite). Da non trascurare la Vitovska che, dal canto suo, possiede un profilo salino, sobrio, quasi austero, che nel tempo può tradursi in profondità autentica Sono vini che spesso sfuggono all’attenzione dei più, ma che raccontano molto bene il rapporto tra territorio, roccia, vento, luce e pazienza. Non sempre offrono immediatezza. In compenso possono restituire complessità e personalità fuori dal comune. Come per la Ribolla, molte versioni macerate, se ben fatte, quando non cedono a estremismi stilistici, dimostrano una tenuta nel tempo notevole. Ma qui il discorso si fa più delicato, perché l’invecchiamento dipende tantissimo dalla precisione tecnica e dalla coerenza del progetto produttivo. Da non trascurare gli uvaggi e/o i vinaggi di territorio che dimostrano quanto la complementarità varietale possa agevolare una maggior longevità, in molti territori e, in particolare, in Friuli.

Piccole grandi nicchie da seguire con grande attenzione: Erbaluce di Caluso e Trebbiano Spoletino in primis

Accanto ai nomi ormai più riconosciuti, esistono poi piccole nicchie che stanno dimostrando, con sempre maggiore autorevolezza, di poter dare risultati importanti in termini di potenziale evolutivo. Due esempi su tutti: Erbaluce di Caluso e Trebbiano Spoletino.

L’Erbaluce di Caluso possiede un profilo che, oltre ad avere la duttilità propria di pochissimi vitigni (il Verdicchio, forse, è il più vicino come versatilità) parla chiaramente la lingua della longevità: acidità viva, slancio, tensione, sobrietà espressiva, una matrice sapida e una capacità non comune di distendersi nel tempo senza perdere riconoscibilità. Quando è ben interpretato, non smarrisce il suo timbro, anzi lo affina, mantenendo una forte riconducibilità territoriale.

Lo stesso vale per il Trebbiano Spoletino, vitigno che negli ultimi anni ha mostrato una personalità molto più profonda e versatile di quanto si pensasse. Nei casi migliori unisce energia, materia, dinamicità e una spiccata identità territoriale. E proprio questa combinazione gli consente di affrontare il tempo con credibilità, evolvendo senza snaturarsi.

Senza dimenticare, in ordine sparso che anche l’Albana (anche se i numeri sono più importanti delle varietà precedentemente citate), nota per essere considerata un Rosso travestito da bianco per la sua ricchezza in “polifenoli”, il Bianchello del Metauro, alcuni Trebbiani (Toscano, Procanico, Abruzzese), l’Ansonica, la Biancolella (anche insieme alla Forastera), il Pallagrello Bianco, il Coda di Volpe, i due cloni principali di Grechetto, il Rossese Bianco, il Nasco possono sorprendere con la giusta evoluzione in bottiglia.

Vitigni che meritano attenzione, perché stanno dimostrando di poter coniugare potenziale evolutivo, riconoscibilità varietale e forte appartenenza al luogo e che, in alcuni casi, dimostrano di reagire bene agli stress dovuti ai cambiamenti climatici in atto.

Vermentino, Falanghina e gli altri: attenzione alle semplificazioni

Poi ci sono i vitigni sui quali conviene evitare giudizi assoluti. Il Vermentino, per esempio, non viene quasi mai considerato un campione di longevità, eppure in alcune zone e in certe versioni sa sorprendere. Lo stesso vale per la Falanghina, che nei migliori contesti può evolvere molto meglio di quanto si pensi.

Questo è un punto importante: parlare di “migliori bianchi italiani da invecchiamento” non significa ridurre tutto a una classificazione rigida. Significa riconoscere che esistono vitigni naturalmente più predisposti, ma anche che la longevità non dipende mai solo dal nome scritto in etichetta. Dipende dal luogo, dalla vigna, dalle rese, dall’equilibrio vegeto-produttivo, dalla filosofia di cantina, dalla sensibilità di chi il vino lo immagina prima ancora di produrlo.

Gli internazionali

Dall’elenco dei “bianchi italiani” ho volutamente escluso interpretazioni di varietà come lo Chardonnay, il Sauvignon, il Riesling Renano e ancora di Pinot Bianco, Müller-Thurgau e Traminer che, in molti casi, possono raggiungere picchi di complessità importanti dopo un lustro o più, in base alla mira del produttore.

Quindi, quali sono i migliori?

Se dovessi sintetizzare, direi che il cuore della grande longevità bianca italiana direi che ciò che fa la differenza non è e non può essere un solo fattore, bensì l’incontro e l’equilibrio tra varietà, territorio e interprete espresso nel concetto più intimo e profondo di terroir. Perché più ancora dei nomi, conta il nostro approccio a un bianco e la nostra esigenza gustativa. Il grande bianco italiano da invecchiamento è quello che possiede identità, energia e profondità o quello che si spoglia per lasciar trasparire una filigrana che ne disegna un tratto fine, sottile, sussurrato? E’ quello che guadagna terziarizzando o quello che riesce a mantenere una certa freschezza e integrità, ergo riconoscibilità anche dopo un paio di lustri? E ancora, quanto deve “persistere” e quanto, invece, può “resistere” per essere considerato un bianco longevo? A queste domande, ognuno di noi darà la risposta che più si confà alla propria idea di longevità e di prospettiva, ma ancor più alle proprie esigenze di beva, ma di certo l’Italia può vantare grandi bianchi che non temono il tempo.

Va da sé, che ho evitato di menzionare vitigni legati a vini che fanno della loro intima relazione con l’ossigeno e col tempo parte integrante del loro stile come la Vernaccia di Oristano e le uve autoctone (Grillo in primis) utilizzate per la produzione di Marsala (Pre-British, se non parliamo di fortificati).

Il vero lusso? Bere un vino al suo apice!

In un tempo in cui tutto sembra dover essere consumato subito, anche il vino rischia di essere vittima della fretta, ma d’altro canto non si può neanche pretendere di attendere troppo per stappare una bottiglia, col rischio di non poterla apprezzare a pieno. Il lusso più grande è quello di poter assaggiare un vino al suo apice e io credo che tra i 5 e i 10 anni, con la maggior parte dei bianchi sopracitati, si possa limitare il rischio (inutile dire che le bottiglie devono essere state conservate adeguatamente) e aumentare la possibilità di essere meravigliati. La realtà, però, è che di fronte a una bottiglia “evoluta” tutte le variabili che rendono il vino così interessante da accettare che ogni bottiglia sia differente, anche quando si tratta della stessa referenza, si moltiplicano esponenzialmente ed è qui che subentra l’ultima domanda che un appassionato dovrebbe porre a sé stesso: sono disposto a correre il rischio pur di rincorrere lo stupore? Io, in molti casi, lo sono stato e lo stupore mi ha ripagato di gran lunga delle delusioni.

Francesco Saverio Russo

#WineIsSharing

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